L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro

In un’intervista di ieri al Financial Times, Pietro Salini, amministratore delegato del gruppo Salini – Impregilo, ammette la possibilità che l’azienda di costruzioni abbandoni l’Italia nel caso la situazione dovesse evolversi in modo sbagliato, “un modo che lascerebbe l’Italia senza governo, senza la possibilità di andare a elezioni, senza un nuovo governo sufficientemente stabile”.

Mr. Salini, che ha sostenuto spesso il premier Matteo Renzi, incalza aggiungendo che il modo sbagliato sarebbe la vittoria del NO al referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo.
Salini – Impregilo è l’azienda coinvolta nelle faccende del ponte sullo Stretto.

 

Foto archivio Fivedabliu
Foto archivio Fivedabliu

 

Non starò a raccontarvi i volti noti e meno noti, i fatti, i soldi spesi, nel loro ordine minuto, cronologico. Voglio offrirvi, invece, una discussione che susciti delle domande.
Cosa c’entra il referendum? Che razza di ricatto è questo? Come è possibile inventarsi un conflitto insanabile tra due diritti sacrosanti come il lavoro e il referendum popolare?
Come possiamo permettere che il diritto al lavoro diventi parte integrante della retorica di chi detiene il potere?
Giuseppe Saragat commentava così l’articolo 1 della Costituzione italiana: “che cosa vuol dire questo articolo della Costituzione? Vuol dire che essa mette l’accento sul fatto che la società umana è fondata non più sul diritto di proprietà e di ricchezza, ma sull’attività produttiva di quella ricchezza. È il rovesciamento delle vecchie concezioni”.
Il fatto è che dopo una breve stagione di buoni propositi, un’altra di mobilitazioni e di tensioni, questo rovesciamento non si è mai attuato.
Viviamo nel tempo della delusione. Nel tempo in cui gruppi di persone sono determinate da altre, senza che gli venga lasciata una possibilità di scelta. Siamo tutti parte di un progetto altrui che non prevede modifiche né dissenso. Accettiamo superficialmente che a dettare le regole sia chi è avvezzo a piegare la vita umana alle esigenze del profitto.

 

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Accettiamo i compromessi.
Ma i compromessi hanno un nome: sono i morti dell’ILVA di Taranto, degli stabilimenti Eternit di Casale Monferrato, sono i disoccupati che si suicidano, le vite bruciate della Thyssen, l’ambiente mercificato, i manifestanti travolti dai tir… si muore di lavoro in tanti modi in questo paese.

Sarebbe ora di dire basta a chi vomita trovate elettorali a reti unificate, a chi svende gli ingegneri come vecchi ronzini alla fiera del bestiame, ai mestieranti tutti che perpetuano il patto scellerato della cattiva amministrazione. Sarebbe ora di mettere mano alla ricostruzione di questo Paese senza la retorica delle grandi opere.

Simona Tarzia

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