La nascita di Roma nasconde un sacrificio umano?

Scena 1: Roma, pendici nord-occidentali del Palatino. 753 a.C.
Romolo solleva l’aratro per segnare la Porta Mugonia, la più antica della città. La scena è ferma, a indicare la solennità del momento.

Controcampo: la bambina osserva immobile il giovane re che si spinge avanti e indietro guidando il toro e la vacca a solcare il terreno. La brezza le sposta all’indietro i capelli castani, lunghi sulla fronte limpida. Ha voglia di piangere ma non riesce a liberare le lacrime. Se ne sta lì, in balia di emozioni confuse e dolorose, nel luogo dove i sacerdoti le taglieranno la testa per confinare l’ira degli spiriti locali, arrabbiati per l’alterazione dell’ordine naturale che la fondazione di una nuova città comporta. Bisogna ingraziarsi gli dei.

Scena 2: Roma, scavi del Palatino. 2005.
Lo scheletro decapitato riemerge insieme alle travi di legno e all’argilla pressata della Porta Mugonia. Sono passati esattamente 2758 anni.

La nascita di Roma nasconde un sacrificio umano?

Durante gli scavi sul Palatino alla ricerca di testimonianze sulla Roma delle origini, la Roma Quadrata che ci tramandano Varrone e Verrio Flacco, l’archeologo Andrea Carandini rinviene due tombe di infanti, due bambine decapitate: una sotto la Porta Mugonia e una nella Domus Regia. Si tratta di sacrifici umani connessi con i riti di fondazione: cambiare l’assetto naturale dei luoghi, infatti, era considerata dagli antichi una colpa grave che andava espiata.

La scoperta apre il problema scabroso dei sacrifici umani a Roma.

Che Roma non fosse estranea alla consuetudine dei sacrifici umani lo dimostra, per esempio, un passo dell’opera di Tito Livio: egli ci racconta che dopo la disfatta di Canne, nell’agosto del 216 a.C., vengono consultati i Libri Sibillini e si decide di placare l’ira degli dei con un sacrificio straordinario. Una coppia di Greci e una coppia di Galli vengono sepolti vivi nel Foro Boario “iam ante hostiis humanis imbutum”, già in precedenza insanguinato da vittime umane (XXII, 57).
Il turbamento di Livio è tangibile e infatti sente il bisogno di precisare che una tale pratica non apparteneva al rito romano, “minime romano sacro” (ivi).

Aveva torto visto che Plinio il Vecchio, qualche anno dopo, dirà che le sepolture rituali di vittime umane erano una pratica che i Romani ripetevano da 830 anni, cioè dall’epoca della fondazione della città.
È lecito chiedersi, tuttavia, se Plinio non intendesse piuttosto riferirsi al sacrificio delle vestali che venivano sepolte vive nel caso avessero rotto il voto di castità.

Ma si trattava di sacrificio umano o piuttosto di pena di morte?

Si trova nei popoli antichi una linea d’ombra incerta tra la pena di morte e il sacrificio rituale. Nelle Leggi delle Dodici Tavole, alla tavola VIII – 21 si legge: “patronus si clienti fraudem fecerit, sacer esto” cioè, se il patrono inganna il suo cliente, sia consacrato alla divinità. Ci sono altri casi in cui le XII Tavole stabiliscono la pena di morte ma i termini utilizzati sono ben diversi. Tavola VIII -1: “ qui malum carme incantassit… capite” che significa “chi avrà cantato una formula di maledizione sarà punito con la pena di morte”. A differenza della pena di morte, l’essere dichiarato “sacro” trasformava l’uomo in un’offerta agli dei e la punizione del crimine diventava un sacrificio espiatorio dovuto.

Una traccia interessante del sacrificio umano si trova nel rito della devotio.

Secondo la pratica della devotio un generale, che si fosse trovato in grosse difficoltà in battaglia, avrebbe potuto votare un soldato o sé stesso agli dei mediante un rito e una formula che si concludevano così: “legiones auxilaque hostium mecum Deis Manibus Tellurique devoveo”  che suona come “le legioni e le truppe ausiliarie dei nemici  io immolo insieme con me agli dèi Mani e alla Terra”Quindi il devotus si lanciava alla carica con l’intento di uccidere il maggior numero possibile di nemici ed essere ucciso.

Nella rara eventualità che sopravvivesse, poiché la devotio lo aveva fatto comunque entrare nella sfera negativa degli dei inferi, si aprivano due scenari: nel caso del generale, questi non avrebbe più potuto offrire sacrifici ma solo dedicare le proprie armi a Vulcano o a un’altra divinità a sua scelta; nel caso del soldato, questi avrebbe dovuto compiere il sacrificio di un simulacro in terracotta e di un animale. Il simulacro doveva essere alto almeno 7 piedi, quindi più alto di un uomo, e poi seppellito. Il luogo della sepoltura era considerato impuro e nessun magistrato di Roma avrebbe più potuto camminarci sopra (Tito Livio, op.cit. VIII, 9 -10).

Altre notizie ci provengono da Macrobio che nei Saturnalia racconta come a Roma, in tempi remoti, si sacrificavano teste umane durante i Compitalia, le feste in onore delle divinità degli incroci stradali. Pare che sia stato Giunio Bruto a porre fine alla pratica dando ordine di offrire in dono agli dei teste d’aglio.

Nel 96 a.C. un senatoconsulto, cioè una deliberazione del senato alla quale è attribuita la dignità di fonte della legge, proibisce definitivamente i sacrifici umani a Roma.[1]

È ora, dunque, di far pace con la documentazione scomoda.
A lungo gli storici moderni hanno ritenuto che una pratica tanto brutale fosse un fenomeno più conforme all’Oriente spietato e malvagio che non al civile Occidente.
Del resto sono secoli che costruiamo la nostra identità su ciò che vorremmo essere, facendo una scelta di quello che riteniamo positivo e dimenticando tutto il resto. Se è vero che le fonti antiche sono sempre ammantate di leggenda, il nostro etnocentrismo non ci deve far sfuggire la concretezza del dato storico che su queste leggende si innesta e che ci permette di comprendere un passato che non è solo uno strascico inerte ma è un campo d’investigazione acceso giorno dopo giorno dagli interrogativi del nostro tempo.

Simona Tarzia

Note:
[1] Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXX – 12: “senatusconsultum factum est, ne homo immolaretur”.