Le parole della pittura

Fivedabliu intervista Angelo Elio Barabino, in mostra alle Cisterne di Santa Maria di Castello dall’ 1 al 31 ottobre 2016

Genova è una città riluttante e schiva, è un percorso a ostacoli alla ricerca di quella bellezza che poi improvvisamente ti assale voltando l’angolo di un caruggio.
Angelo Elio Barabino è come la sua città: appartato e imprevisto. La sua arte ti regala emozioni inattese e finisce col provocarti nell’anima una gioia perenne e multiforme.

Incontriamo il maestro nel suo studio sampierdarenese, tra quadri appesi, quadri sul pavimento, bambole che gli fanno da modelle, una riproduzione della Monna Lisa, tele, pennelli: è lo spazio creativo dell’artista che in questa azzurra mattina di ottobre ci accoglie con un buon caffè.

Qual è stata la scintilla che l’ha spinta verso la pittura?
“Disegno fin da bambino, mentre mia mamma cucinava io copiavo i fumetti. Mi è sempre piaciuto disegnare, studiare la luce e il movimento. Luce, colore, forma e passione sono le parole della pittura”.

Effettivamente la sua pittura di oggi racconta la vita con parole vive, luminose e movimentate. Ma non è stato sempre così. Nell’antologica in mostra alle Cisterne di Santa Maria di Castello si nota un periodo dominato da colori più scuri, come un portarsi dentro il silenzio delle nature morte.
È così?  “Quando dipingi, i sentimenti si stagliano sulla tela anche senza volerlo, e coì il colore diventa il clima di uno stato d’animo più raccolto e inquieto”.

A proposito di colore, nei suoi quadri prevale l’arancio. È il suo preferito?  “Ho sempre amato i colori, tutti, ma con l’arancio ho un rapporto particolare legato anche all’immagine di una donna che indossava un vestito arancione. Quando ho comprato la mia prima cassetta di colori a olio, a sedici anni, usavo pochissimo l’arancio perché non lo volevo sprecare!”

Angelo Elio Barabino ha cominciato molto giovane a maneggiare l’arte e ha sperimentato tecniche diverse, dall’acquerello, all’olio, al pastello fino alla tempera e all’acquaforte.
Ma quante tecniche usa?  “Ho frequentato i corsi liberi di disegno dell’Accademia Ligustica di Belle Arti, quanto al resto sono un autodidatta e quindi ho inventato le tecniche e ho sperimentato di continuo. Ho fatto tutto tranne l’affresco. Anzi, non proprio: nel retro del panificio di mio padre, su un muro, ho dipinto un’upupa, il galletto di marzo, che avevo visto in un disegno di Roberto Lemmi riprodotto in una rivista di caccia. Ho mischiato i colori con la birra perché mi avevano detto che era un ottimo legante per i muri”. E il dipinto ha resistito con la birra?  “I colori sono rimasti brillanti per anni”.

Parliamo dei supporti: anche in questo caso ne utilizza diversi, molti inediti. “Io mi preparo tutto da solo, sia l’intelaiatura che le tele, e utilizzo i materiali più disparati. Uno dei migliori è il jeans perché è molto resistente. Poi uso lenzuola, tende, per gli acquerelli anche carta da parati… Lo faccio non solo per una questione di risparmio ma soprattutto perché così riesco ad avere il materiale che è meglio per me, che mi permette di dipingere come voglio”.
Quindi prepara da sé anche il fondo? “Sì, mi faccio da sempre le tele a gesso, senza olio così il colore asciuga prima. I tempi sono molto importanti per me che non amo il colore impastato e dipingo “secco su secco” e soprattutto sono importanti en plein air: questo fondo mi permette di stendere fino a tre mani in una sola seduta all’aperto”.

Dipinge solo con i pennelli o usa anche le dita o il tubetto? “Mi capita di usare le dita negli acquerelli, mentre un attrezzo che non uso mai è la spatola, non mi piace perché il risultato è troppo d’effetto. A me piace la materia”.

Che cos’è per lei la pittura? “Dipingere è levarsi per qualche ora da tutto quello che il mondo ti dà di peso. E il mondo pesi te ne dà tanti. La pittura, invece, ti riempie e il tempo che non passo a dipingere mi dispiace. Se dovessi scegliere tra le mie tele vuote e tutti i quadri che ho già fatto, sceglierei le tele vuote. Dipingere ti riempie talmente tanto che non lo posso fare con la mia pipa perché mi dimentico di tirare e lei si spegne”.

Qual è, tra i suoi quadri, quello che preferisce? “Il quadro che si ama di più è sempre l’ultimo”. 

Mentre parliamo ci mostra i suoi lavori: bambole, spiagge affollate, l’andirivieni di un mercato, guanti, fichi d’india. Tutto può diventare poesia in un quadro di Barabino. Persino degli ombrelli rotti dal vento.
“Una sera, tornando a casa dallo studio, ho contato ventuno ombrelli rotti abbandonati sul ponte di Cornigliano. Mi hanno colpito e ne ho raccolti alcuni per poi dipingerli”.
Il risultato è una pittura modernissima che fissa la caducità degli oggetti e della vita stessa in un caleidoscopio di colori. Ma come le è venuto in mente di fermarsi a prendere quegli ombrelli? “Il segreto è la passione. Solo la passione ti permette di vedere oltre le cose, di percepire e comunicare la poesia di un ombrello rotto”.

Angelo Elio Barabino è un pittore che ci aiuta a fermarci per conoscere l’incanto misterioso di un momento. Ci fa trovare nella sua pittura quelle parole che avremmo voluto e non abbiamo saputo dire e ci ricorda un brivido che, tra le avventure frenetiche della nostra vita quotidiana, credevamo di avere perduto. E ne avremo consolazione. Perché questo, in fondo, è il compito dell’arte: scaldare i cuori.

Simona Tarzia