L’altro Movimento. Intervista a Paolo Putti

“Lo staff non ha avuto la forza di venire qua a interrogare il territorio. L’ascolto vero non è quello dell’Agorà ma quello che porti avanti ogni giorno, è il contatto con la gente, con la comunità”.
È un’analisi molto dura quella di Paolo Putti, capogruppo M5S in Consiglio Comunale a Genova, che non risparmia le critiche al Movimento.

È finita la sua esperienza politica?
Non lo so, ci sto ancora pensando. Non è nata con la mia candidatura a sindaco nel 2012, mi considero un “uomo politico” a tutto tondo. Nell’ambito prettamente istituzionale non so, per certo non mi candiderò alle prossime amministrative. Al Movimento rimprovero una gestione troppo verticistica, lontana dal territorio. Invece è giusto che un soggetto politico che vuole accompagnare una comunità stabilisca una relazione stretta con la gente. È una cosa che lo staff avrebbe dovuto fare: vivere qua, respirare qua, parlare con la gente, con gli attivisti e non ascoltare le voci che circolano.

Pensa di uscire subito dal gruppo consiliare o di aspettare la fine naturale dell’incarico?
Il gruppo del Movimento è un buon gruppo, è stata un’esperienza positiva in questo percorso. Penso che resterò.

Cosa non rifarebbe?
Non ci sono tante cose che non rifarei. Mi sembra di aver mantenuto coerenza e onestà intellettuale e ne sono contento.

 Come giudica la scelta di designare il candidato sindaco attraverso le primarie on line?
Il web esclude una parte della popolazione dalle consultazioni. Ci vuole, invece, un confronto interno che porti a una candidatura.
A Genova ci sarà l’on line.

Cosa pensa di Federico Pizzarotti, il Sindaco pentastellato di Parma (N.d.A.)?
È un buon amministratore, una persona molto caparbia nel senso che, se ritiene di aver ragione, va fino in fondo. Ho apprezzato anche la sua posizione di poco pregiudizio nei confronti degli altri. Nel Movimento, invece, vorrebbero tutti forcaioli.
Quando ero attivista No Gronda mi rifacevo spesso a questa frase di Sean Connery ne Gli Intoccabili: ”cosa sei disposto a fare?” e la trasformavo ponendola anche a me stesso: “ a cosa sei disposto a rinunciare?”.
Ecco, il Movimento, con Pizzarotti, non è riuscito a rinunciare a qualcosa e ha perso molto. Per lui, davanti a tutti, ci sono i suoi concittadini. Anche davanti al Movimento. A me sembra che Pizzarotti avesse come obiettivo quello che era il nostro spirito di partenza: portare la gente a pensare e a essere consapevole, per poi farsi da parte.

Un giudizio di merito su Marco Doria: ha fatto veramente il possibile?
L’accusa più grande che posso fargli è di non aver sfruttato le novità che la sua elezione portava con sé: era diventato sindaco nel momento in cui poteva raccogliere la massima espressione del cambiamento. Dall’altra parte c’era l’ondata del Movimento che, alle amministrative del 2012, aveva ottenuto il 14%.
Era una possibilità da cogliere: mettere all’angolo i vecchi gruppi di potere che non erano riusciti a leggere la necessità di un rinnovamento.
Invece non ha saputo stimolare e condurre il cambiamento, nemmeno con le nuove personalità che si trovava in consiglio comunale. Di lui dispiace questo: una possibilità non sfruttata.
Il pericolo è che la reazione a questo mancato cambio di rotta della politica sia più forte e violenta.
Simone Regazzoni, ad esempio, mi fa un po’ paura perché raccoglie un mix di ideologie destrorse e promuove un approccio anti immigrati. Verbalmente è molto aggressivo e si spaccia per il nuovo ma non lo è, infatti è stato il portavoce di Raffaella Paita.

Visto il rapporto non più tanto buono con il M5S, è stato corteggiato da altre forze politiche?
Sia in passato che oggi varie persone mi hanno espresso la loro stima ma sono proposte che non valuto. Non esprimo pregiudizi però non vedo, in giro, esperienze e percorsi interessanti.
Sono nel Movimento e cerco di cambiarlo internamente per renderlo migliore. Spererei fosse apprezzato! Se è diversamente allora il Movimento non è più interessante per me.

Un giudizio sulla riforma costituzionale.
Questa riforma mi preoccupa molto. Intanto, invece di rendere la Costituzione più leggibile, la rende confusa e aumenta le difficoltà: l’articolo 70, ad esempio, passerà dalle attuali 9 parole a 483. Aumenta le conflittualità tra Stato e Regioni riportando nelle mani dello Stato materie che con la riforma del 2001 erano state assegnate agli enti locali. Ci saranno meno occasioni di confronto. Mettere insieme le due cariche di sindaco e di senatore significa, quantomeno, che si considerano queste attività di poco valore. Eppure il sindaco di una città metropolitana ha tanti più problemi di prima senza avere le risorse che in passato spettavano alla provincia.
Questa riforma fa parte di un approccio generale, quello di allontanare i luoghi decisionali dal cittadino.

Il primo intervento che farebbe a Genova se fosse sindaco.
Definire una direzione: verso cosa ci muoviamo per Genova?
Morta l’industria pesante, quando è arrivata la crisi la città non aveva alternative percorribili. Va benissimo il discorso del turismo, dell’università e della ricerca ma non può, da solo, essere sufficiente. Occorre affiancargli una macro impresa che si porti dietro una serie di start-up che poi vadano a costituire il tessuto produttivo. La ricerca, da sola, non produce quasi mai qualcosa. Occorre trovare un settore sul quale investire fortemente e quello tecnologico è interessante anche perché subirebbe molto meno la concorrenza di paesi come la Cina, ad esempio.

Le ultime vicende di alcuni dirigenti del COCIV hanno confermato l’usanza delle tangenti nelle opere pubbliche. Cosa pensa delle grandi opere, visto anche il suo attivismo nel movimento NO Gronda?
Perché piacciono le grandi opere? Perché sono sinonimo di “tanti soldi”. Se a Genova si mettesse mano alla riqualificazione energetica degli edifici si potrebbe creare lavoro per tante realtà, con un beneficio diffuso.
Nelle grandi opere, invece, sono gli azionisti che si arricchiscono senza neppure utilizzare la manodopera presente sul territorio. Quella delle grandi opere io la chiamo “la profezia che si fa autoadempiere”.
Prima creo un bisogno, poi introduco dati catastrofici e spesso fasulli per creare ansie nella popolazione (tipo: se non si fa la gronda il porto muore), quindi disintegro tutte le proposte alternative, infine ripropongo la mia grande opera che sarà accettata come inevitabile.
Il bisogno è funzionale alla grande opera ma la grande opera non è fatta per risolvere il bisogno.
Gli italiani, non dimentichiamolo, non sono abituati a interrogarsi sul merito e subiscono questa mitologia del “bisogna fare qualcosa”: scavo la buca, riempio la buca!

Sono proprio tutte inutili le grandi opere? Una che sia necessaria per Genova?
Occorre ipotizzare un’altra forma di viabilità sul Bisagno.
La tramvia è un’opzione percorribile?
Sarebbe interessante farla sul letto del fiume ma c’è la questione di capire se è fattibile in merito di bacino. Ci sono questioni alluvionali importanti e la nostra situazione idrogeologica non è facile.

Simona Tarzia

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