Genova donna. Rispetto e sicurezza

Genova – È un convegno a tutto campo quello che si è svolto il 10 novembre scorso nel Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi, a Genova.

Alla presenza del vice presidente del Consiglio Comunale Stefano Balleari, dell’assessora alla Legalità e Diritti con delega alle pari opportunità Elena Fiorini e della presidente della Consulta Femminile di Genova Michela Romagnoli, il convegno affronta il tema dei rischi per le cittadine: quali sono le priorità da affrontare per l’approccio di genere alla sicurezza urbana?
In Italia la questione della sicurezza delle donne nelle città è ancora legata, prevalentemente, al tema più generale della sicurezza urbana.
I dati, però, mostrano che il problema è molto più articolato e richiede interventi specifici: nei primi otto mesi del 2016, infatti, si contano 76 femminicidi.

“Sono l’epilogo di un sostrato di violenza che alberga nella nostra società, nella noncuranza verso alcuni atteggiamenti, anche verbali, che colpiscono le donne. Tutti noi dobbiamo guardare al fenomeno con occhio diverso e dire no a quello che può far parte di un percorso che abbia come epilogo la violenza”, così Elena Fiorini introduce l’intervento di Alessandra Bucci, dirigente della Polizia Stradale, che precisa: ”noi donne siamo accomunate alle fasce deboli anche perché i percorsi culturali sono lunghi e faticosi, ma dobbiamo insistere. Anche oggi parliamo tra noi, infatti qui ci sono pochissimi uomini”.
“Le politiche di sicurezza sono ancorate all’idea che il pericolo venga dall’esterno – continua Alessandra Bucci – ma i dati dicono un’altra cosa. Ogni tre giorni, in Italia, una donna viene uccisa dal partner, dall’ex o da un familiare. Sono quasi sette milioni, cioè una su tre, le donne che subiscono violenza fisica o sessuale e nel 70% dei casi sono i partner a commettere gli abusi più gravi. Nove volte su dieci non vengono denunciati.
Nel 2015 sono state 123 le donne uccise dal marito o dal compagno e su 411 omicidi nel nostro Paese, il 31,13% ha avuto come vittima una donna”.

Normalmente la situazione di violenza all’interno della coppia esplode quando la donna decide di rompere ogni legame. Questa violenza può avere diverse facce. Sempre nel 2015, prima di arrivare all’omicidio, si sono registrati 6.945 atti persecutori, 3.086 casi di violenza sessuale e 6.154 casi di percosse.

“Sono la casa e la famiglia i luoghi percepiti come meno sicuri – precisa Alessandra Bucci – e non i sottopassaggi. Il problema è talmente radicato che già vent’anni fa l’OMS aveva dato definizione del termine violenza domestica”.

E quando il male arriva dall’esterno? “L’insicurezza – conclude Alessandra Bucci – determina nella donna l’autolimitazione. Sarebbe a dire che non mette la minigonna per non rientrare nello stereotipo del se l’è cercata. Questa concezione ancora imbriglia il problema della sicurezza urbana ma non è accettabile che la donna si autolimiti, non si può affrontare il problema della sicurezza senza spalmarlo su tutta la società. E non è pensabile che si debba militarizzare una città o mettere telecamere ad ogni angolo. Il problema non può non essere condiviso, non può ricadere sulle spalle delle donne”.

“Le difficoltà per gli operatori del pronto soccorso di identificare la violenza domestica sono davvero molto elevate, in quanto la soggezione psicologica alla quale le donne sono sottoposte le rende reticenti. Così Paolo Moscatelli, Primario del Pronto Soccorso dell’ospedale San Martino di Genova, racconta l’esperienza del “Percorso Rosa”, che supporta le donne vittime di violenza e puntualizza: “l’elemento cardine è porsi davanti a una persona sapendo ascoltare. In questi casi la tecnologia che siamo abituati a vedere in un ospedale passa in secondo piano, torna al centro l’uomo”.

Segue l’intervento di Laura Caradonna, Presidente della Consulta Femminile di Milano, che rileva la necessità di educare al rispetto fin da bambini e pone in evidenza che “educare non può essere un’azione generica ma deve tener conto della cultura di appartenenza e agire di conseguenza. In Italia, ad esempio, sono ancora 35.000 le bambine che subiscono mutilazione genitale”.

L’attenzione alla multiculturalità caratterizza anche Vittoria Gallo Basteris, Presidente CIF Mascherona di Genova, che opera in centro storico: “se le nostre donne dovrebbero essere, ormai, abituate a far valere la dignità che le contraddistingue, la realtà delle donne straniere è molto più tragica. Vivono pressate tra il mondo culturale di appartenenza e gravi problemi contingenti come ottenere il permesso di soggiorno. Spesso vivono pesanti conflitti perché sentono il desiderio di maggiore libertà ma, allo stesso tempo, non vogliono esporre a critiche la cultura di appartenenza. Questo è estremamente condizionante. Noi vorremmo aiutare tutte le donne a crescere nel rispetto di loro stesse”.

L’approccio di genere in tema di sicurezza urbana tocca, come si è visto, argomenti drammatici e fa sorgere una domanda: le città, e poi la società stessa, sono costruite per donne e uomini di ogni età, di ogni razza, religione, reddito o sono città per pochi?

Simona Tarzia

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