Giuseppe Pericu: basta un SÌ

Giuseppe Pericu ex Sindaco di Genova
Giuseppe Pericu, già Sindaco di Genova

Durante tutta la campagna referendaria l’informazione, con qualche rara eccezione, ha distribuito notizie e scandito slogan senza lasciare a chi ascolta la possibilità di fermarsi a riflettere.
In questi mesi l’informazione, pilotata o meno, ha perso di vista il suo vero scopo: informare con chiarezza.
È per questo che abbiamo deciso di presentarvi due interviste integrali, che potete vedere e ascoltare su fivedabliuTV, mettendoci in una posizione che tenesse conto delle opinioni contrastanti senza angustie mentali e, questo è l’atteggiamento più difficile, presentando l’una e l’altra tesi senza esprimere un giudizio personale.
Una cosa, però, vogliamo ricordarla ed è l’articolo 48 della Costituzione:” il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”.

 

Gli italiani, che sono chiamati a modificare la Costituzione, secondo lei la conoscono?
Non tanto, però questa è un’occasione per conoscerla. Io partecipo a incontri nelle scuole, ho visto tante persone e dico a tutti “leggete la nostra Costituzione, che è una Costituzione importante” ha retto il nostro Stato per tanti anni e contiene delle affermazioni di valori insopprimibili, soprattutto nella prima parte, dove è sancito il principio di democrazia, di sovranità popolare, il principio di eguaglianza, le libertà civili, i diritti politici, i doveri dei cittadini. Fissati nel 1948, mantengono pienamente la loro validità tutt’oggi e nessuno intende in alcun modo modificarli.

Queste riforme servono alla governabilità? E, se sì, come?
Servono e sono state fatte per questo, nel senso che noi oggi abbiamo una situazione di difficoltà nelle relazioni tra il parlamento e il governo. Il governo non riesce a realizzare il programma politico per il quale è stato nominato e nel contempo ci sono molte frizioni tra Stato e regioni, molte difficoltà e sovrapposizioni di competenze.
Ora, se noi facciamo sì che la fiducia politica sia data al governo soltanto da una delle due camere, la camera dei deputati e non anche dal senato, e contemporaneamente che la maggior parte delle leggi siano approvate solo dalla camera dei deputati, è evidente che snelliamo il funzionamento dello stato.
Tra l’altro, se senato e camera sono uguali, il ripetere la stessa operazione da uno all’altra è un inutile doppione; se sono diversi si determina la paralisi o meccanismi di cattivo funzionamento come quelli che oggi noi conosciamo. Lo stesso vale nelle relazioni tra stato e regioni perché anche tra loro abbiamo una sovrapposizione di competenze per cui un’esatta individuazione di ciò che compete allo stato e un’esatta individuazione di ciò che compete alle regioni, renderà il funzionamento dello stato più agile, più efficace e, secondo me, questo significa che lo rende più democratico. Di fatto, ciò che i cittadini sceglieranno con le elezioni potrà trasformarsi in una maggioranza parlamentare e il parlamento potrà individuare un governo che avrà la capacità di realizzare quello che ha promesso di fare quando si è presentato alle elezioni.

Non sarebbe stato più utile in questo senso sopprimere direttamente la seconda camera?
Era un’opzione possibile ma in tutti gli stati, come Francia e Germania, accanto alla camera principale che è quella che detiene la totalità del potere legislativo e soprattutto è l’unica che dà la fiducia al governo e dalle cui scelte dipende la vita del governo, esiste una seconda camera che ha poteri minori, che non dà la fiducia al governo, che è espressione non del popolo ma delle istituzioni territoriali. Naturalmente sono rappresentati anche i cittadini ma per il tramite del fatto che hanno individuato un sindaco, dei consiglieri regionali.
Questa camera ha il ruolo di rappresentare a livello statale quelle che sono le istanze del territorio, delle regioni e dei comuni in particolare. D’altronde è necessario che ci sia un luogo, una platea dove le richieste dei comuni e delle regioni vengano espresse in modo pubblico e siano in grado di condizionare la volontà della camera che esprime la generalità dei cittadini, condizionarla sottolineando l’importanza delle esigenze delle regioni e dei comuni. Poi spetterà al popolo italiano rappresentato dalla camera dei deputati, decidere se accogliere queste istanze o rifiutarle. In certi casi il senato, così in Italia come anche in questi altri paesi, ha un potere deliberativo quando sono in discussione alla camera delle leggi che interessano direttamente le regioni o i comuni.
La soluzione di eliminare direttamente il senato era una soluzione patrocinata già nel 1948 e sostenuta da molti nel passato, addirittura durante la rivoluzione francese i rivoluzionari volevano che ci fosse una sola camera: il monocameralismo per espressione della sovranità popolare. Il tempo ha individuato altre soluzioni. È evidente che la soluzione italiana non è uguale a quella francese o a quella tedesca, ma noi non siamo né francesi né tedeschi, evidentemente si è elaborata una soluzione che è più vicina al nostro modo di ragionare.

Con i referendum propositivi e di indirizzo, questa riforma favorisce la partecipazione?
Sono state modificate queste norme sui referendum e se ne danno due letture diverse: c’è chi dice che la limita e chi la avvantaggia. Secondo me basta leggerle. Per il referendum abrogativo è aumentato il numero delle firme da raccogliere tra i cittadini però si è diminuito il quorum per l’approvazione, che sarà rapportato non al 50% degli elettori che debbono andare a votare perché il referendum sia valido, ma al numero dei votanti alle ultime elezioni. Pensando al recente referendum sulle trivelle, se fosse stata applicata questa norma, probabilmente sarebbe passato e invece è stato respinto.
Io qui invito i cittadini a leggere queste norme perché capiranno essi stessi se è stato migliorato il sistema partecipativo o peggiorato. A mio giudizio è stato migliorato però vorrei aggiungere una considerazione che mi sta a cuore. Io non faccio dipendere il mio SÌ o NO dalle norme sul referendum di iniziativa popolare che sono sostanzialmente secondarie. Il mio SÌ o NO, il mio è un SÌ, dipende da una valutazione su quella che è la situazione che si determina passando da un sistema di bicameralismo perfetto a un sistema sostanzialmente monocamerale ma con la presenza di un senato che è espressione delle autonomie locali, e ad una nuova definizione dei rapporti fra stato e regione. Questi sono i punti chiave della riforma su cui occorre che i cittadini soffermino la loro attenzione per valutare se essere favorevoli o essere contrari.
Ci sono, è vero, altre disposizioni importanti ma non condizionanti. Per esempio l’introduzione del principio costituzionale di trasparenza dell’azione amministrativa, quello di parità di genere nella definizione delle leggi elettorali, ma il nucleo della riforma è costituito dalla modificazione del rapporto di fiducia politica tra governo e parlamento, dal ruolo molto diverso del senato nella formazione delle leggi e dalla nuova definizione dei rapporti fra stato e regioni con riferimento al potere legislativo dell’uno e dell’altro.
Questi sono i punti centrali della riforma su cui occorre soffermare l’attenzione. Sul primo punto vorrei fare una considerazione ulteriore. Voglio sottolineare un dato che mi sembra importante cioè che questa riforma non modifica in nulla i poteri del presidente del consiglio e del governo, restano quelli che sono oggi vigenti.
Abbiamo avuto nel passato proposte di riforma che invece li modificavano profondamente. Una proposta del 2006, bocciata dal referendum, prevedeva addirittura che il presidente del consiglio potesse sciogliere le camere, nominare e revocare ministri. Nulla di tutto ciò in questa riforma, dove si spera e ci si augura che il governo possa meglio operare e avere un rapporto più normale col parlamento, semplicemente perché la fiducia politica gli è accordata da una sola camera senza modificarne in nulla i poteri.

Secondo lei, quindi, la clausola del voto a data certa non modifica i poteri del governo in ambito legislativo?
No, non li modifica, crea una corsia preferenziale che è rimessa pur sempre alla volontà del parlamento che, in quella data certa, potrà approvare o bocciare la legge che gli è proposta dal governo. Bisogna che tutti noi teniamo conto di una situazione che ormai si è consolidata da più di dieci, vent’anni e cioè che la stragrande parte delle leggi proviene da decreti legge. Il decreto legge viene abusato dal governo, che con esso emana la normativa che vuole applicare e che è immediatamente applicabile. Il parlamento si trova di fronte a una cosa fatta. Deve sì convertire nei sessanta giorni, se lo ritiene opportuno, il decreto legge ma si trova di fronte a una situazione di “prendere o lasciare” perché in realtà gli effetti giuridici che quella legge doveva produrre già si sono prodotti.
Ora, questa riforma cosa vuole? Ridurre alla situazione fisiologica il decreto legge che era stato pensato per intervenire in situazioni d’urgenza, come l’alluvione o il terremoto, mentre è utilizzato per tutto. Quindi riportare il decreto legge al suo spazio naturale ma nel contempo dare al governo una corsia preferenziale per disegni di legge che il governo stesso ritiene importanti nel suo programma.

Se ci pensate bene, c’è un aumento del ruolo del parlamento rispetto alla situazione attuale perché oggi il parlamento, attraverso l’abuso dei decreti legge che tutti i governi hanno messo in atto negli ultimi vent’anni, si trova a dover convertire delle decisioni già assunte dal governo che sono produttive di effetti; con questa nuova riforma avrà la pienezza di valutazione nel tempo a data certa in cui dovrà valutare il disegno di legge proposto dal governo.

È una situazione che migliora l’attività legislativa parlamentare, non la peggiora, direi che sotto questo punto di vista forse è opportuno evidenziare un profilo al quale facciamo poca attenzione: noi viviamo in uno stato dove i governi hanno una durata molto inferiore a quella della legislatura. In tutti gli altri stati europei, quando i cittadini vanno a votare dopo le elezioni si forma una maggioranza, un governo, e questo dura tutto il tempo della legislatura, cioè fino a che non si va a fare una seconda votazione trascorsi i 5 anni che normalmente sono il periodo di una legislatura. Da noi in Italia non è così. In Italia il governo non riesce a colloquiare con il parlamento, non riesce ad avere una maggioranza adeguata, lavora con i decreti legge invece che con le proposte di legge. Non solo, ricatta ulteriormente il parlamento ponendo frequentemente la questione della fiducia. L’attività parlamentare è, così, enormemente scaduta.
Noi vorremmo, i sostenitori del SÌ, che si arrivasse a una situazione analoga a quella dei paesi a noi vicini e cioè che quando si va a votare si formi una maggioranza che dia vita a un governo che duri una legislatura, e che questo governo non sia un prevaricatore del parlamento ma colloqui con la maggioranza parlamentare in modo adeguato.
Forse molti sostenitori del NO appartengono a coloro che ritengono che dopo ogni elezione hanno vinto tutti, non ha mai perso nessuno. Poi tutti fanno in modo che il governo si formi ma che non possa lavorare così anche chi ha perso in qualche modo riesce a condizionare la vita del paese. Questo non è un buon modo di operare. Io penso che l’Italia sia matura per entrare negli spazi del governo delle alternanze che sono propri di tutte le democrazie europee: vinci le elezioni, 5 anni governi tu e cerchi di realizzare il programma che hai promesso ai cittadini. Alle elezioni future l’opposizione, se tu hai governato male, vincerà le elezioni e proverà lei a fare le cose che ritiene giuste per i cittadini. Questo lo dico pur cosciente che nella situazione politica italiana è evidente che non è detto che il Partito Democratico che in questo momento sostiene le ragioni del SÌ sia il vincitore delle prossime elezioni. Potrà vincere un’altra forza politica, si accetterà e si farà opposizione e poi si spera che in un’altra tornata elettorale si vinca nuovamente e si possa governare il paese.

Qual è il rapporto tra questa riforma costituzionale e l’Italicum, la legge elettorale?
Questa è una domanda centrale nel dibattito che si sta svolgendo su questo referendum perché sostanzialmente si dice: se hai ragione quando affermi che questa riforma non aumenta i poteri del governo, salvo il problema delle leggi a data certa che però è compensato dalla diminuzione dei decreti legge, tu, sostenitore del SÌ, ti dimentichi che poi per effetto dell’Italicum si formerà una maggioranza molto ampia che darà molti poteri al governo. Questa obiezione è per molti versi sbagliata. Prima di tutto noi andiamo a votare per la riforma costituzionale e non per l’Italicum. Questa riforma costituzionale ve bene, è utile, qualunque sia la legge elettorale, sia maggioritaria che proporzionale. Se noi snelliamo l’operare del governo e rendiamo più fluide le relazioni tra governo e parlamento, attraverso il diverso ruolo che attribuiamo a questo senato delle autonomie, è evidente che lo stato funzionerà meglio, dovrebbe funzionare meglio. Questo vale se il parlamento è organizzato con elezioni proporzionali o con sistemi di tipo maggioritario. Noi andiamo a votare il 4 dicembre per la riforma e non per la legge elettorale.

In secondo luogo questa legge elettorale ha sorte incerta perché è già stata rinviata alla Corte Costituzionale che si pronuncerà intorno a gennaio, febbraio 2017. C’è poi la tendenza dei sostenitori del SÌ come dei sostenitori del NO di modificarla in alcuni punti, quindi far riferimento a quella legge che non è oggetto del referendum è sostanzialmente scorretto. Aggiungo che la durata nel tempo del governo è collegata alla riforma elettorale più che alla riforma costituzionale. La riforma costituzionale snellisce le relazioni ma una stabilità di maggioranza è data soltanto se alle elezioni c’è un raggruppamento politico che vince e gli altri che restino sconfitti. Se questo non accade è evidente che non si crea una maggioranza parlamentare.
Io ritengo che per l’Italia sia opportuna una legge elettorale maggioritaria, che può essere l’Italicum o un’altra legge elettorale simile, perché i sistemi proporzionali sono portati a non garantire la governabilità. Il fatto è che bisognerebbe fare una legge maggioritaria che sia rispettosa pienamente dei principi costituzionali. A mio giudizio l’Italicum dovrebbe essere modificato perché ci sono i capilista bloccati che è una cosa che a me non piace tanto, io sarei favorevole a un sistema a collegio elettorale uninominale di tipo francese. In ogni caso un conto è la legge elettorale, un conto la riforma costituzionale. La riforma costituzionale è destinata a durare nel tempo e deve essere valida indipendentemente dalle leggi elettorali. Le leggi elettorali sono molto più contingenti. Io mi auguro che abbiano sempre una buona durata nel tempo ma non devono avere la capacità di riorganizzazione dello stato che ha invece la riforma costituzionale.

Che quindi i cittadini giudichino la riforma e non la legge elettorale, facendosi condizionare da questa per dire SÌ o NO alla riforma costituzionale.

Simona Tarzia

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