Guardiamo in faccia la realtà

Non personalizzo quasi mai quello che scrivo ma oggi ho bisogno di essere esplicito per far capire quello che penso.
Mio padre era operaio, mia madre casalinga. Avevamo una bella 600, io e mia sorella siamo stati messi in grado di studiare e con un  mutuo i miei genitori si sono comprati la casa.
Ho fatto il liceo e mi sono iscritto all’università nei primi anni ’80. Mia sorella ha fatto un paio di concorsi, li ha vinti, e ora insegna in una scuola statale.
La situazione economica era difficile, gli anni di piombo avevano segnato le vite di tutti, erano state combattute battaglie referendarie con contrapposizioni dure, a volte anche sul piano fisico.

Almirante era fascista, Berlinguer comunista, Andreotti democristiano e questo ci salvava dall’odierno “tutti al centro”.
A est avevamo i cattivi con falce e martello, a ovest i bravi a stelle e strisce. Invertite pure il concetto “bravi-cattivi” a vostro piacimento.
Insomma, l’equilibrio sul quale si fondava il grande inganno sociale italiano era fatto di fine settimana a sciare in Piemonte, di Baracuta acquistabile a un prezzo accessibile (se non sapete cos’è cercatelo in rete e provate a comprarlo, se vi avanza qualcosa dopo aver pagato le bollette), di scioperi contro i “padroni maiali domani prosciutti”, di concorsi per il posto fisso. Al tempo se ne facevano parecchi di concorsi ma, tra i posti destinati ai raccomandati, trovava spazio anche chi di santi in paradiso non ne aveva. Oggi non se ne fanno più e i pochi concorsi superstiti prevedono un solo posto, naturalmente già assegnato.
Erano tempi di grandi contraddizioni. La Fiat sfruttava gli operai, molti lavoratori facevano il secondo lavoro, gli imprenditori seri facevano fatica perché quelli poco seri pagavano le mazzette, la mafia ammazzava, i politici si facevano corrompere e quelli irreprensibili venivano emarginati. Scandali? Tantissimi. E vogliamo parlare di tutti gli italiani costretti a espatriare soprattutto dal sud della penisola?
Eppure, alla fine, quelle briciole che cadevano dal tavolo dei commensali e finivano sul pavimento permettevano al popolino di fingere d’essere felice. E forse lo era davvero.
Poi qualcuno ha deciso che quel sistema doveva finire.
“Non potevamo continuare a vivere così, stampando moneta in un eterno delirio da boom economico” si sente dire da qualche solone che ha studiato alla Bocconi. Certo si è dimenticato di leggere con attenzione i dati.
Da quando abbiamo deciso di diventare virtuosi il nostro debito pubblico è schizzato alle stelle.

Vediamo oggi come vanno le cose.
Quelli che stavano male, i sottoproletari, stanno peggio perché sono diventati statisticamente poveri. Quelli che andavano a sciare, i piccoli borghesi, hanno stretto i cordoni della borsa.
I ricchi…beh per quelli nulla è cambiato.
Il posto fisso, quello che ti permetteva di andare in banca a fare il mutuo per l’appartamentino, non esiste più. Per noi, almeno. Per il fratello del Ministro Alfano sì.
C’è chi è obbligato, per lavorare, ad aprire la partita iva e risultare al fisco un libero professionista ma avendo un cliente unico è di fatto un dipendente. Qualcuno firma contratti part time che prevedono 24 ore settimanali per una cifra di circa 700 euro ma in realtà di ore settimanali ne fa 70. Alcuni lavorano con l’utilizzo dei voucher, da una parte perché gli imprenditori non possono più sostenere il costo di un dipendente visto che i ricavi finiscono nel mare magnum del pentolone statale, un po’ perché se offri il sistema di utilizzare il personale senza assumerlo l’imprenditore lo farà. Alcuni sono obbligati a tenersi il voucher in tasca e percepiscono lo stipendio in nero. Il voucher in tasca serve nel caso arrivino le Fiamme Gialle.
La Fiat continua a fare il suo ma, dopo aver preso tanti soldi dallo stato italiano, pagherà una gran parte di tasse altrove

http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2014-01-30/fiat-e-tasse-ecco-che-cosa-restera-italia-114736.shtml?uuid=ABmRsIt

Molti fanno il secondo lavoro per campare e spesso neanche arrivano a fine mese.
Molti altri non hanno mai fatto nulla e continuano indisturbati. Abbiamo dipendenti statali che sono in cassa integrazione da anni e occupano la loro giornata a mettere piastrelle in nero. Sono intoccabili.
E’ stata pensata una riforma della pubblica amministrazione per punire i timbratori multipli e quelli in lingerie, i ginnasti e i canoisti, ma la bocciatura della Consulta ha reso tutto vano. In realtà la Suprema Corte ha fatto il suo lavoro al contrario del legislatore che invece ha prodotto un pasticcio. Tra le altre cose, le leggi per arginare il problema dei furbi timbratori, erano già presenti nel nostro ordinamento senza bisogno di produrne altre.
I giovani, quelli del massacrato ceto medio, vanno via dall’Italia per trovare lavoro in posti da cui difficilmente torneranno perché di certo vengono trattati meglio che in patria.

 

Guarda il rapporto Migrantes

Fare impresa, oggi, è difficile. Farlo a Genova è improbabile. Ma non parlo dell’impresa che stringe la mano al ministro di turno o che si riunisce in ville in collina per orchestrare la nostra vita futura, parlo di quella che ha sempre fatto campare milioni di persone. Parlo di imprenditori che perdono il lavoro assieme ai dipendenti. Ci sono spazi fisici per fare impresa ma a costi esorbitanti e con un fisco famelico e punitivo. La tassazione arriva, tra imposte dirette e indirette, al 60%. Follia pura.
Al netto delle troppe chiacchiere, oggi la politica e l’imprenditoria ingorda ha proletarizzato gran parte degli italiani. Il resto l’ha fatto la scelta politica scellerata di svendere la nostra sovranità a un’Europa delle banche e non dei popoli. Mi fa male dare ragione a Vittorio Sgarbi (solo in questo caso) quando fa il semplice esempio del costo di un ghiacciolo prima dell’entrata in vigore dell’euro.
Gli esempi sull’aumento imponente della vita si sprecano, ormai sono passati 15 anni dall’ingresso nell’Euro, stiamo peggio, sfido a dimostrare il contrario. E la politica cosa fa? La politica è ripiegata su se stessa, autoreferenziale, gestisce le sue comodità, i suoi affari, ignorando il bene comune che dovrebbe essere l’unico scopo della sua esistenza. E non mi state tirate fuori la parola “populismo” perché potrei perdere l’aplomb che di solito mi impongo quando scrivo.
Su una cosa hanno ragione alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle quando dicono “va già bene che in Italia ci siamo noi perché all’estero hanno movimenti nazionalisti pericolosi”. Credo però che sia arrivato il momento di concedere collaborazione a chi è disposto ad accettarla perché, ormai, visti gli svarioni politici recenti, la reputazione di “duri e puri” se la sono giocata. E’ arrivato il momento di essere seri e smetterla di sbraitare.
Tra qualche giorno finirà la noiosissima campagna referendaria che vedrà, forse, la modifica della Costituzione. E’ un referendum per una riforma pasticciata, a tratti incomprensibile, forse con un buon intento ma troppo raffazzonata. Divisiva in questo momento delicato del nostro paese. Politicamente comprendo i motivi che spingono l’attuale governo ad applicare il “dividi et impera” ma è irresponsabile farlo in un momento storico in cui la crisi non è solo nazionale ma avvolge tutta l’Unione Europea.
Preferisco concentrarmi sulle prossime elezioni amministrative che coinvolgeranno la vita di 600.000 genovesi.
Il futuro Sindaco di questa città, se veramente vorrà ridare speranza ai suoi cittadini, non dovrà proporre progetti roboanti ma cominciare dalle piccole cose che inquinano la vita di tutti i giorni. Uscire dall’ufficio e confrontarsi con la gente e se necessario prendersi qualche insulto. Non sarà semplice.

Se continueranno i siparietti da salotto dei partiti, se la politica sarà solo interessata  a continuare a difendere gli interessi corporativi disinteressandosi dei cittadini e dei loro bisogni rimarremo  “Genova la mediocre”.

fp