Mladen: “Cerco universi paralleli al senso della vita”

La sua musica è viva, duttile, è uno strumento mobile e flessibile del pensiero, ricca di una vitalità che la spinge a una continua evoluzione. È un fluire di suoni che attingono alle parole di sempre per ricomporle liberamente in un’avventura dove tutto è possibile.

Incontriamo Mladen a un mese dall’uscita del suo ultimo album Indistruttibile, una rivoluzione pop, un album penetrante che scava nella vita, sua e degli altri.

Come nasce la tua musica?
Nasce dal profondo ed è un bel modo per portare fuori parte di me.

Mladen

Nelle tue canzoni ci sono sviluppi molto profondi, spunti sociali. Penso a “Natascha Kampusch”, dove racconti la storia di una bambina rapita e segregata per otto anni. Quanti Mladen ci sono dentro di te?
Ce ne sono parecchi perché mi permetto la libertà di essere schizofrenico. Se voglio cantare di una canzone che racconta una cosa truce o difficile da metabolizzare lo faccio. Allo stesso modo c’è una canzone che ho scritto e che si intitola “E se domani” che dice: “e se domani preti, suore e frati lieti di fare l’amore come dice il Signore”. È una canzone piena di gioia.
Siamo in tanti qua dentro e devo fare un po’ di sintesi di quelle che sono le varie istanze.
Al sociale sono molto vicino, faccio spettacoli dove coinvolgo persone con disabilità. Penso in particolare a una persona che è stata strepitosa durante la presentazione di Indistruttibile: Luana. Luana non vede, e ha avuto un coraggio incredibile. Ha cantato con me una canzone sulla luce, che peraltro non ha mail visto.
Credo nella contaminazione al di là delle abilità.

Mladen riesce a rendere chiaro ciò che la realtà non sa dire, stretta com’è nel suo continuo e segreto complicarsi delle parti.
La forza del suo linguaggio sa piegare i nomi, i verbi e gli aggettivi alle esigenze del suo ritmo anche quando questi nomi, questi verbi, questi aggettivi, descrivono l’orrore del femminicidio: “Soffocandoti, metto fine alla paura del dolore”. Così “Amandoti” dà vita alle ombre che tormentano un amore maniacale.

Come nascono i tuoi testi, cos’è che ti dà l’ispirazione?

Amandotinasce dai fantasmi, dai mostri, dal proiettarmi nella situazione di una donna che deve affrontare un amore disturbato. Alla fine lui, piuttosto che perderla, la soffoca, la finisce.
“Amandoti” l’ho sviluppata anche come spettacolo teatrale che riproporrò l’8 marzo e al quale parteciperanno criminologi e operatori degli sportelli antiviolenza.

Una musica che guarda oltre i confini e riesce a rapire l’ascolto con una sonorità piena.
Dura o lieve, maestosa o divertente, essa è sempre un dialogo fra il nostro modo di soffrire, di godere, di meditare e il muoversi del mondo intorno a noi… cercando universi paralleli al senso della vita.

Simona Tarzia