Meixina, Maingraiou e altri ricordi

A Giovanni Giaccone, scrittore e giornalista, abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa su una vecchia e popolare libagione genovese. Rappresenta lo spaccato di una Genova che non esiste più, che molti non hanno conosciuto e che altri rimpiangono. Forse perché erano giovani e non perché fossero tempi migliori. Di certo noi genovesi siamo propensi ad accogliere, non senza mugugnare, usi e consuetudini altrui dimenticandoci le nostre. Di recente Giovanni ha pubblicato il libro “Genova in chiaroscuro”  che apre nuove prospettive su una Genova inedita e misteriosa. Conoscere una città, i suoi caratteri , i suoi misteri, può essere un viaggio avvincente per capire meglio anche noi stessi.

Claudio Colombo, amico e collega, ci ha concesso di accompagnare questo “pezzo alcolico” con un ritratto splendido di Giovanni nella sua Genova.
Grazie ad entrambi.

Giovanni Giaccone visto da Claudio Colombo
Giovanni Giaccone visto da Claudio Colombo

Esistono al mondo migliaia di cocktail che per ragioni diverse non hanno conosciuto la nobiltà di diventare famosi come i drink che noi tutti apprezziamo.
Perché al fianco dell’aristocrazia della “golden age”, Martini Cocktail, Manhattan, Margarita, Negroni e gli altri, esistono molti episodi di “mix” alcolici che hanno avuto meno fortuna.
E’ questo il clamoroso caso del “Biancamaro”. Cocktail genovese che più genovese non si puòconsistente in un bicchiere di vino bianco fermo (gli intenditori indicano la bianchetta di Cornigliano che ormai ha una produzione di pochissime bottiglie) e una spruzzata di bitter a seconda di quello che preferite. Un drink semplice si dirà, ma certamente non inferiore all’assai più titolato e famoso Spritz veneto che si fonda su un concetto assai simile avendo come base il prosecco e come vermouth, l’Aperol (che con una geniale operazione di marketing fece la fortuna del drink).
Il Biancamaro no. Nella nobiltà dei drink scese vertiginosamente passando gli anni, soprattutto a partire da quando, nei primi anni ’90, salì prepotentemente la moda dei cocktail e dei suoi più titolati rappresentanti.
Il Biancamaro che ebbe una certa diffusione nei ’70, quando i cocktail non erano diffusissimi, finì via via emarginato, ricordato solo nei bar di periferia, quelli raccontati magistralmente da Stefano Benni, sorseggiato nei bar della piazza da mariti annoiati in attesa della moglie all’uscita della messa, o da muratori e meccanici che per misteriose vie (qualche magico rito iniziatico, magari) hanno continuato imperterriti a tramandarsi la tradizione fino ad oggi.
Va detto, senza ombra di equivoci, che il Biancamaro è un ottimo drink. Va bevuto in un bicchiere rock, e va servito intorno agli 8 -10 gradi, dev’essere accompagnato da pezzettini di farinata, focaccia e se proprio il barman vuol fare una bella figura da un piattino di frittura mista. Liguria Doc.
Esistono diverse versioni sul genere Biancamaro, che denotano la genovesità della loro origine dal nome: a “Meixina” (la medicina) con percentuali di parti invertite: un calice di vermouth e una spruzzatina di bianco, oppure il pittoresco “Mangraiou” (malpreso) che vuole rigorosamente, come vermouth, il Rosso Antico, un liquore che furoreggiava negli anni ’70, ma che ancora oggi è distribuito. Altro mix, altrettanto misterioso e quasi sconosciuto è il “grigio verde”, grappa con una spruzzatina di menta.
Il Biancamaro secondo le filosofie contemporanee, si può definire un cocktail “resiliente” e se alla spruzzatina di vermouth, sostituite quella del Bitter Santa Maria ottenete anche un cocktail km 0. La “decrescita felice” di Serge Latouche passa anche da qui, non possiamo dirvi altro che dopo due di questi sarete veramente felici.

Giovanni Giaccone

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