Compagnia della Fortezza. Fare teatro in carcere

 

Non puoi pensare di entrare in un carcere e portare con te l’atteggiamento da uomo libero. È un mondo, altro, dove le regole appiattiscono la vita e le tue orecchie ascoltano per la maggior parte del giorno echi. Certo, chi è li dentro se lo è meritato, ma quando trasformi nella tua testa il carcerato in persona e ne frequenti per un po’ una ventina, i tuoi preconcetti vanno a farsi benedire. La mia sicurezza ha preso una bella botta quando, presentato il permesso di ingresso, ho sentito il pesante portone chiudersi alle mie spalle. La guardia penitenziaria con un sorriso benevolo e maligno al tempo stesso, vista la mia preoccupazione, disse: « non si preoccupi dottore, lei poi potrà uscire».

La mia visita quel giorno prevedeva un cordiale, anzi no, un formale colloquio con il Direttore che mi avrebbe spiegato cosa fare e cosa non fare, cosa dire e non dire, «perché questo è un carcere, dove si fa teatro ma è un carcere». Ecco! Benvenuto.
Armando Punzo, ideatore del Teatro-Carcere di Volterra ha dedicato una vita a questa attività, è un regista “laterale” al potere e alla critica.
Mi accolse con cortesia, quella raccomandata dalle buone maniere.

Mentre salivo un ampio scalone per andare nel piccolo teatro del carcere pensavo, non senza ironia, che gli attori di Punzo sarebbero finiti sul giornale per motivi diversi da quelli che li avevano portati li dentro. Nel delirio autoreferenziale mi sentii, tipico di chi è in carriera, come la rivincita offerta dal destino. “Ma vai a cagare, mi dissi subito, vedi di fare un buon lavoro va…”.

Trovai, nel piccolo teatro, alcune decine di attori, pronti per le prove, già truccati e con i vestiti di scena. Finito il primo imbarazzo, chiesi a Punzo, con la cortesia raccomandata dalle buone maniere,
che avrei volentieri gradito assistere al trucco e alla scelta dei vestiti di scena. Insomma, non si sarebbero liberati facilmente di me. Nel periodo di permanenza a Volterra cercai di capire come sogna una persona che starà li dentro per vent’anni.
Un giorno, Giorgio, mi disse:« sai, prima di incontrare Armando non sapevo mica che si potesse vivere diversamente da come vivevo ».
In una pausa di lavoro mi si avvicinò un tipo vestito da frate e ridendo gli chiesi se poteva confessarmi. Con sguardo severo mi disse: «nu sta a di de belinate»! Era di Framura.
«Ho capito che sei genovese, è bella Genova, me la ricordo in una giornata di sole mentre scappavo verso Milano». Ero incerto se esplodere in una fragorosa risata o rispettare con la serietà la “sua fuga verso Milano” finita peraltro male.
In quel grande teatro di vita ho incontrato anche persone la cui libertà fu interrotta mentre avevano una relazione con una “Subbrett che era troppo bella per non avere una pelliccia”.
Il mio primo pensiero fu: “ma da quanto tempo è qui se quando è entrato c’erano ancora le subbrett?” Quello che rende straordinario il lavoro di Armando Punzo è l’essere riuscito a sdoganare personaggi e parole che in carcere sono un vero tabu. In un luogo dove il machismo è autodifesa nessuno degli attori di Punzo si sottrae al ruolo di coniglio o di asino.
Alla fine la vita è solo questione di prospettiva, se cadi la vedi in un modo se stai in piedi in un altro. Lo avrei capito qualche tempo dopo, quando, all’arroganza di chi si sente invincibile, si sarebbe sostituita la paura di perdere anche le piccole cose.

fp

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