Fine delle trasmissioni

Un fine febbraio 2017 funestato da una grave notizia che piccona, una volta di più, il mondo dell’informazione. Chiude la sede genovese di Telecity. Una voce in meno, molte notizie in meno, molte idee che si perdono. 69 posti di lavoro in fumo. Non conosco i motivi della chiusura, presumo siano i soliti banali motivi economici.
Se decido di non lasciarmi scivolare addosso la giornata preso dall’istinto di conservazione, comincio a pensare a tutti gli amministratori, parrucconi, sapienti economisti – che in dieci anni non ne hanno azzeccata una – mi viene l’orticaria.
In questo lustro hanno sperperato denaro, nostro, per salvare questo e quell’interesse, quella banca dove c’era l’amico dell’amico, che è poi il presidente di quella holding…
Ci hanno parlato di spread per mettere in atto un colpo di stato che, perfettamente riuscito, ha arricchito a dismisura chi di soldi già ne aveva tanti.

Vi state chiedendo che c’entra con la chiusura di Telecity?
C’entra che sono incazzato nero, e non solo perché mi dispiace per Marco Benvenuto, amico vero, ma perché sono state sacrificate troppe aziende in nome del salvataggio di banche i cui consigli di amministrazione sono costituiti da cialtroni in abito firmato.
E vorrei comprare la Gazzetta del Lunedì e il Corriere Mercantile e la pasta Agnesi.
Adesso venitemi a dire che i bilanci non erano buoni, che queste aziende erano in rosso e puttanate del genere. Nella realtà, viene lasciato al suo destino chi non ha santi a Roma.
La cosa incredibile è che abbiamo assistito alla chiusura di giornali e televisioni in un’accorata tristezza da una parte e sommessi festeggiamenti dall’altra. Un po’ come, passata una certa età, ci si sofferma a guardare i necrologi provando la soddisfazione di non esserci.
Siamo così bravi da fare le pulci a un assessore per i tombini, i tubi, i marciapiedi, e non sento verbo su accorpamenti editoriali che in un paese normale farebbero schizzare sulla sedia. E in effetti è anche difficile essere parte di un progetto e parlarne male. Sono un libero professionista, faccio il fotografo da sempre, e non freelance che fa bello ma ho sempre preferito definirmi precario. E da precario ho prodotto servizi sulle cluster bomb in Libano vanificati da un noto calciatore cerebroleso impegnato oralmente, e non parlo di poesia, con una meno nota bionda altrettanto cerebrolesa. La grande agenzia per cui lavoravo ha arbitrariamente dimezzato le tariffe “tanto gente con la macchinetta a fare due foto la trovo sempre”. Poi magari se viene un’alluvione chiamo te. “Poi magari se viene l’alluvione alzi il culo e le foto le fai tu”.
Altre perle?
“Sai adesso con la fusione mi farai per ogni scatto tre versioni”. Quindi in una conferenza politica, una foto con sedie vuote per il giornale degli oppositori, una neutra per i giornali che dovevano riportare il fatto senza enfasi, e una a platea piena per i giornali allineati. Questo è quello che viene richiesto. E nonostante questo si verifichi costantemente devo anche stare attento a non essere querelato perché dico il vero. Ricordo una bella assemblea dove il Presidente, vagamente somigliante a Cetto, ci ammoniva di non lavorare per altri pena l’oblio. Stava arringando una platea di fotografi a partita iva. Credo sia vagamente illegale.
Tutti in cerchio intorno al burrone a sbirciare chi va giù tirando un sospiro di sollievo. Ma quello che fa male è il silenzio dei colleghi, che ti danno pacche sulle spalle ma alla fine la soddisfazione che non sia toccato a loro è evidente.

Telecity chiude a Genova. Il mio pensiero va alle persone che sono in mezzo al guado, a chi ha 40-50 anni. So cosa provate perché ci sono passato.

fp

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