Illusioni pronte all’uso

Finalmente si sentiva nell’aria un buon odore d’estate dopo una primavera piovosa e a tratti fredda. Nel percorrere la tangenziale di Milano sorridevo all’idea di prendermi un po’ di vacanza dopo così tanto lavoro, anche se Maurizio R. sosteneva che “è meglio fare il fotografo che lavorare”.
“Devo decidermi a trovare un lavoro serio, devo ficcarmi in questa testaccia che a 30 anni non si può andare a zonzo per il mondo senza preoccuparsi della pensione”. I miei progetti di maturazione personale furono interrotti da una vecchia Citroen color “ansia” (così definivo il lilla improbabile della Citroen Visa dell’amico e collega francese Renè D.), ferma nella corsia di emergenza con il cofano alzato. Sì, era proprio lui, direttamente da Parigi e diretto chissà dove. «Non dirmi che arrivi dalla Francia con questo ferrovecchio!»
«Certo che arrivo dalla Francia e ti dirò di più, sto andando a Vinkovci…e tu? Sempre impegnato a invecchiare senza maturare?»
I fatti di quell’estate 1991 avrebbero cambiato la vita a migliaia di persone e forse anche la nostra.
In prossimità di Osijek fummo fermati da militari croati che però di slavo avevano proprio poco. In effetti era un posto di blocco della Brigata Internazionale, mercenari Spagnoli e Americani che combattevano per i Croati. Un modo molto pratico per le truppe della Legione Straniera di fare un po’ di quattrini. Le grandi repubbliche occidentali guardavano alla Jugoslavia come un gatto guarda un bel topolino grasso; anni di socialismo reale rendevano la regione balcanica una possibile e ghiotta preda da trasformare in una macchina per fare denaro. L’unico problema, per l’occidente democratico, era di non farsi coinvolgere troppo nella carneficina che poi si sarebbe verificata e l’unico sistema era di spedire nei Balcani un esercito non combattente di uomini dei servizi segreti con il compito di controllare le mosse dei politici locali, degli eserciti e dei trafficanti di armi, che sarebbero poi diventati una cospicua parte della futura classe dirigente, soprattutto kosovara. La guerra nei Balcani, sarebbe, presumibilmente, finita a palle di neve con il nuovo inverno, se noi, l’occidente pasciuto e democratico, non avesse mirato a espandersi a est per sostituirsi all’egemonia sovietica e se la conquista commerciale di quei territori non avesse rappresentato un enorme contenitore di manodopera a basso costo e soprattutto una via sicura per tutti i traffici illeciti che si possano immaginare.
Nei Balcani hanno fatto affari tutti e ancora oggi è così. Le ostilità tra le etnie non si sono mai sopite e il fenomeno migrazione ha alimentato ulteriormente le tensioni tra Serbia e Bosnia. Putin appoggia i Serbo Bosniaci e l’Unione Europea vede la Serbia come il collante necessario a tenere insieme i pezzi. Non differente la situazione in Kosovo dove la miniera di Trepča, il più grande polo minerario europeo, rappresenta il conflitto sotterraneo tra Serbia e Kosovo.

Pare sia anche un grandissimo deposito di scorie di uranio impoverito ma non ne avremo mai la riprova, così come non sapremo neanche di cosa muoiono i minatori che ci lavorano. Eppure ho chiara in mente l’immagine di mezzi pesanti francesi entrare nella miniera carichi di fusti, ma nessuno, men che meno io, ha mai mosso un dito per fare chiarezza.
Fare chiarezza in Kosovo? In un posto dove il primo ben armato che ti passava vicino e decideva che eri antipatico ti sparava? Lì non erano spiritosi, vigeva il concetto di rivoluzione (copernicana) per cui si doveva tornare all’origine sostituendo i vertici con altri vertici.
E Così fu fatto.
Quello era mondo crudele, inumano, ma reale e nella sostanza facile da gestire. Molti potenti sono stati ammazzati da uomini comuni che sono diventati potenti e malavitosi, esattamente come le loro vittime. Altri sono sopravvissuti e potenti lo sono ancora adesso. È successo quello che avviene alla fine di qualsiasi guerra in qualsiasi epoca.

Nell’Europa di oggi sento parlare di melma, di stagnazione, di stasi, di crisi. Siamo sicuri? Soldi ce ne sono tantissimi quindi parlare di crisi è falso. Sono mal distribuiti semmai.
E la politica? La politica autoreferenziale alimenta e spaccia ipocrisie. Le stesse ipocrisie che tutti i giorni ci fanno alzare dal letto per produrre qualcosa per qualcuno. Un vecchio amico mi sussurrava frasi come questa: “Mica voglio che loro diventino poveri. Sono io che voglio stare meglio. Solo che non me lo permetteranno mai perché sanno benissimo che “il meglio” non basta mai”.
E aveva ragione. Per noi è stato creato un mondo di valori fasulli, di tesserini, carte, schermi, categorie, valori, assetti, ruoli. Un mondo che guarda verso il basso, perché così tieni la testa bassa, ti accontenti e speri di non capitare nel girone di chi sta peggio.
La politica riempie la nostra vita di parole e concetti convincenti, la legge la regola, il potere la gestisce. Quindi, improvvisamente, i poveri diventano invisibili perché la vergogna li ha eliminati: sono le centinaia di anziani che non escono di casa e brucano quello che possono con gli spiccioli della pensione. Quelli che invece, senza più speranza, si arrendono e istituzionalizzano la loro indigenza accedendo ai servizi organizzati, non solo devono essere poveri ma lo devono anche sembrare e vivacchiare in un mondo parallelo dove non danno fastidio. Il loro destino è il cartoccio di vino e il freddo farà il resto. Esistono categorie precise con patenti di appartenenza. Mi viene in mente una pubblicità televisiva che recita il solito “siamo bravi, solidali, volontari e quindi donaci il tuo denaro”, dove il protagonista è un emarginato che racconta con sdentata precisione quanto siano di aiuto questi fantastici ragazzi e, alla fine dello spot, addenta un panino mentre questi angeli lo lasciano lì da solo e procedono dritti verso il prossimo da salvare.
Sono mille altre le categorie dove cerchiamo di rinchiuderci quotidianamente per esercitare il diritto al privilegio acquisito con altrettanti tesserini, badge, carte e affini.
Ognuno di questi ti dice chi sei e cosa fai.
Nessuno cercherà di entrare nel merito di chi sei e come lo fai. Non serve.
Però abbiamo i social dove tutti possono esplicitare la propria mediocrità camuffata in conoscenza, dove la democrazia della parola vince e dove, tutti i giorni, postiamo la pochezza di cui è fatta la vita omologata che ci è concessa. Gli stessi social dove leggo di diritti, pace, amore, partecipazione e cazzate del genere scritte da persone che hanno la primaria esigenza di sistemarsi fino alla vecchiaia.
A Klina o Istok era tutto chiaro. A Mostar, pure.
Ma forse rimpiango solo i miei 30 anni e mentre la vita scorre come un paesaggio visto dal finestrino di un treno, mi faccio aiutare da un amico che è più bravo di me, che non ha tesserini ma fa poesia.

“Non starò più a cercare parole che non trovo
per dirti cose vecchie con il vestito nuovo,
per raccontarti il vuoto che, al solito, ho di dentro
e partorire il topo vivendo sui ricordi,
giocando coi miei giorni, col tempo…”

fp

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