1861, Cavour disse: “Non si perda tempo a fare prigionieri”

La donna fu violentata da diciotto soldati davanti agli occhi terrorizzati del figlio. Morì poco dopo per lo scempio che questi fecero del suo corpo. Il marito non poté difenderla perché fu ucciso subito. [1]

Raccontare la violenza è facile soprattutto se è coperta dalla polvere del tempo e mistificata dalla cultura dominante. Se poi si creano una serie di miti si riescono anche a nascondere i delitti più efferati. E di questo si tratta.

Giuseppe Santopietro fu ucciso con un colpo di fucile, il figlio neonato sventrato con un colpo di baionetta. Per le donne, una trentina, raccolte intorno alla croce, in piazza, fu sufficiente una carica di eroici bersaglieri. Quelle che si rifugiarono in chiesa furono violentate. Una ebbe le mani mozzate perché aveva osato graffiare il suo aguzzino.

Ma tante altre sono le storie successe a Pontelandolfo e Casalduni che si potrebbero raccontare, storie vere, tratte da atti processuali, storie che non si sono potute nascondere.
Al Sud c’erano i briganti. I piemontesi li eliminarono.
Questo mi è stato insegnato a scuola.

Il brigante con il cappellaccio e lo schioppo, uomo senza scrupoli, violento, sporco e ladro. Dall’altra parte un Re e poi Garibaldi, eroe dei due mondi (oggi un foreign fighter?), e Nino Bixio nella sua divisa impeccabile e quel nome strano, facile da ricordare. E Mameli? Come potevamo noi bambini genovesi non stare con il giovane concittadino che ha scritto l’inno d’Italia?
Lo scoglio di Quarto, i Mille liberatori, gli eroi di Calatafimi.
Era tutto vero. I meridionali, facilmente trasformati in terroni e, qui da noi, in gabibbi, avevano certamente torto, molti erano briganti, altri mafiosi e il restante ignoranti. Andavano liberati. E noi stavamo con Garibaldi.
Anche per i miei coetanei meridionali deve essere stato così, perché nessuno avrà voluto essere un brigante e quasi tutti si immaginavano biondi, su un cavallo bianco e lo sguardo puntato verso l’orizzonte.

Poi scopri che la Storia non si ripete, perché mai si ripresentano due eventi del tutto simili, poiché le condizioni non sono mai le stesse. La storia è la scienza demutamento e quindi può capitare che da una civiltà a un’altra, da un’epoca a un’altra si verifichino condizioni simili e quindi fatti simili. E queste condizioni si sono verificate quando nel racconto della guerra di liberazione dal fascismo e dal nazismo i partigiani venivano chiamati banditi.
Insomma chi si ribella, e perde, è un bandito, un malvivente e…un brigante.

Al Sud, l’intervento dei Savoia, indebitati fino alle piume del cappello, invece di debellare i briganti generò il brigantaggio. A fronte dei ladri, fisiologici in ogni società, creò un vero e proprio fenomeno di massa dovuto alla sottrazione ai “cafoni” delle terre demaniali liberamente coltivabili. Insomma, fu facile per i liberatori impossessarsi di tutto.
Soldati lealisti, cafoni impoveriti, soldati del re napoletano e briganti veri furono trasformasti tutti in briganti. E la Storia, anche oggi così trascurata, fu l’arma perfetta per operare questa trasformazione.

E la popolazione? La popolazione, non tutta almeno, voleva essere liberata. Nel 1849 Pisacane e i suoi 300 giovani e forti furono eliminati con roncole e forconi. In una nota che il Marchese di Villamarina spedì a Cavour, avvertiva il politico italiano che la popolazione era guidata da ufficiali e sottufficiali borbonici.

Vi fu persino un “Garibaldi del Sud”, tale Sergente Romano, accolto come un liberatore nelle città in cui riusciva a sconfiggere Carabinieri e soldati piemontesi. Quando fu catturato, il suo corpo fu appeso come monito alla popolazione a Gioia del Colle. Insomma, i Savoia più che unificare l’Italia sembrerebbe abbiano allargato il Piemonte.
Quindi, trasformati tutti in briganti, fu facile continuare a uccidere senza pietà per piegare la popolazione. A Pontelandolfo, cittadina di 5000 persone, visto che il paese doveva sparire, gli eroi piumati non andarono tanto per il sottile.
Alcuni si preoccupavano di depredare, i più seri si occupavano di ammazzare gli abitanti. Cinquecento bersaglieri per cinquemila abitanti. Dieci abitanti a testa. Non è poi così difficile. Certo che mica stanno fermi, c’è chi si nasconde, chi scappa, e poi vanno scovati, uccisi, raggruppati, bruciati.

Un bersagliere, Carlo Margolfo, di Sondrio, scrisse sul suo diario: «Entrammo nel paese, subito abbiamo cominciato a fucilare preti e uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, e infine abbiamo dato fuoco al paese». « A fine mattanza non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli, che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case».

E i numeri dei morti per mano dei liberatori sono impressionanti. La cupidigia sabauda trasformò il sud in una terra putrida di cadaveri, migliaia di profughi vagavano senza casa e senza meta e ovunque briganti, soldati, mercenari, camorristi, milizie private. Uno scempio.
In questa guerra di liberazione furono uccisi più di un milione di cittadini meridionali, e questo grazie anche a Cavour che scrisse al suo re «non si perda tempo a fare prigionieri».
Ordine che fu eseguito in modo zelante.

Dal libro “Terroni” di Pino Aprile: «Con i soldi del centenario del 1961, si fece la scuola media Carducci (a Gaeta, N.d.A.). Negli scavi venne fuori una fossa di 24 metri per 12 di profondità (che la scuola oggi ricopre), piena di cadaveri: soldati borbonici e civili fucilati dai piemontesi (noi ragazzini andavamo  rubare i bottoni dalle divise e li scambiavamo con le figurine dei calciatori: non sapevamo che erano d’argento). Quando arrivarono a 2.000 salme riesumate, la cosa cominciò a suscitare tael emozione risentimento , che le autorità si sbrigarono a richiudere tutto e costruirci sopra».

Nel 1861 la liberazione del Sud fu completata dai fratelli del Nord, con il risultato di impoverire una terra allora florida e competitiva. I documenti che si possono consultare sono tanti e fino agli anni ’60 del 900 si potevano avere testimonianze dirette.
Non ci si può certo aspettare che venga, a breve, rivista la narrazione storica di quel periodo nei programmi delle scuole primarie e secondarie visto che, per fare un esempio, anche alla facoltà di Storia dell’Università di Genova non è previsto un corso che parli di quei tragici eventi. Si passa direttamente dalla Rivoluzione francese alla Prima Guerra Mondiale. Con rammarico, l’uso strumentale della Storia, è un fatto assodato. Marc Bloch ne sarebbe inorridito.

Oggi l’Italia è il sud di un’Europa egoista e intransigente e subisce lo stesso schiacciamento che 150 anni fa subì il meridione. Con metodi differenti, siamo stati impoveriti senza poter scegliere o decidere in autonomia cosa fare della nostra economia. Ma la Storia non si ripete, si verificano solo condizioni simili.

fp

[1] Cfr. Carlo Alianello, La conquista del Sud, Collana “Gli Archi”, Il Cerchio, 2010 p.224

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