Madre di Dio, ovvero come ti demolisco un quartiere nel silenzio dei media e della politica

Genova“Cittadini! Lasciate che vi chiami cittadini anche se tutti sappiamo che siete sudditi, ma vi chiamerò cittadini per risparmiarvi un’inutile umiliazione”[1].

La distruzione di Madre di Dio si meritò una colonna infame, innalzata negli anni ’80 come usava ai tempi della Repubblica di Genova

In queste due righe è riassunto il senso di quanto è successo a Genova, a cavallo tra gli anni ‘60 e ’70. Un senso nel quale chiunque può riconoscere l’attualità, politica e sociale.
Madre di Dio era un quartiere di Genova che è stato demolito per far spazio al Centro dei Liguri e ai Giardini Baltimora, quegli spazi imbrattati che oggi i genovesi chiamano “giardini di plastica”.

Gli abitanti, gente povera che non era proprietaria della casa in cui viveva, furono deportati nei centri di smistamento e poi in quartieri come Begato, costruiti con materiali di scarto perché dovevano essere solo residenze temporanee, in attesa di dare una vera casa a questi sventurati.
Erano 6.000 e in quegli scarti di edilizia pubblica ci restarono.

Tutto si consumò nel silenzio della politica e dei media e neppure le picconate alla casa natale di Niccolò Paganini furono capaci di resuscitare il senso etico, ormai in decomposizione.
Erano tempi in cui, a Palazzo Tursi, governava la maionese.
Ce lo racconta Mauro Salucci nel suo ultimo libro, “Madre di Dio. Il quartiere che non c’è più“.

Simona Tarzia

[1] Discorsi alla nazione di Ascanio Celestini