Perché lo chiami amore? Una lettera aperta e un’intervista a chi, in pronto soccorso, accoglie le vittime di violenza

Perché lo chiami amore?
Perché dopo averti pestata, frantumata, ti manda un mazzo di rose?
È soltanto l’ennesima finzione.

Perché lo chiami amore?
Non lo senti il sapore profetico del sangue, nella tua bocca?
Oppure pensi davvero che i lividi spariscano strofinando la memoria dei pochi ricordi puliti della vostra storia, come se fosse la lampada di Aladino?
Dimmi cosa vedi da dietro i tuoi occhiali grandi, quelli che porti troppo spesso, anche nelle giornate col cielo coperto. Riesci ancora a scorgere un domani o il domani è già un giorno ammalato, breve, senza fantasia, diverso da come lo avevi sognato?

Non la reggo la tua stanchezza rassegnata.
Né la sua faccia da stronzo, che porta stampato il sorriso del mondo.
E neanche i vostri dialoghi di marionette: assurdi, impossibili.

Come se non sapessi della morte. Eppure, ogni due giorni, una come te muore.

È questo l’amore al tempo delle statistiche?
Io non ho la risposta. Solo credevo che l’amore fosse simbolo e insieme confine di libertà.
Ma per entrambi.
Invece è sempre una soltanto l’anima scuoiata che pende dal gancio robusto, come un quarto di bue.

Questa lettera aperta introduce un’intervista a Edith Ferrari Tumay – psicologa e psicoterapeuta che accoglie le vittime di violenza al Pronto Soccorso dell’Ospedale Galliera di Genova – e  nasce nel bisogno di raccontare la mia rabbia.
Ma non pensate che sia arrogante. È una rabbia dolorosa. È un brivido di sgomento per ogni donna che non si riesce a salvare, dalla belva e da sé stessa.

Simona Tarzia