Non tutte le vite (o morti) hanno lo stesso peso. Una strada per Quattrocchi

Genova – L’Italia ha un contingente di 6.400 militari impegnati in 31 missioni distribuite in 21 Paesi: dall’Afghanistan con 950 uomini, al Kosovo con 550, al Libano con 1.090, alla Somalia con 115, e all’Iraq con 1.400.
A questi si aggiungono i 7200 militari impegnati sul territorio nazionale nell’Operazione Strade Sicure.
Non entriamo nel merito dei costi e delle opportunità di essere presenti in maniera così massiccia in Paesi politicamente instabili, e quindi pericolosi, perché non è questo l’ambito che vogliamo esplorare. Come non andremo a fare le pulci ai costi esorbitanti dell’Operazione Strade Sicure che, oltre ad essere poco efficace, sottrae risorse a quelle forze dell’ordine che per senso logico dovrebbero avere il compito di controllare il territorio.
In buona sostanza, si potevano utilizzare i 60 milioni all’anno, che dal 2008 sono la bellezza di circa 540, per potenziare la Polizia di Stato che ha bisogno di mezzi e di stipendi più congrui e non di operazioni di propaganda.
Vorremmo, invece, porre il focus su quello che “abbiamo pagato” in termini di vite umane considerando che l’impegno internazionale italiano parte dal 1949 in Eritrea.
Per essere sicuri di avere anche l’attenzione dei distratti, ricordiamo solo che nel 2003, nell’ambito dell’Operazione Antica Babilonia, in Iraq sono morti 17 militari italiani per un camion bomba lanciato contro la base di  Nassiriya. Nel 2005, a Baghdad, cade sotto il “fuoco amico” Nicola Calipari, Capo Dipartimento del SISMI, impegnato nella liberazione della giornalista Giuliana SgrenaE la lista dei decessi nelle Missioni Isaf o Kfor, o Antica Babilonia è lunga. Per non parlare dei militari rimasti gravemente feriti e costretti in sedia a rotelle, o di quelli contaminati per l’uranio impoverito che si stanno spegnendo piano, piano, o spappolati da qualche parte nei Balcani durante lo sminamento delle nostre antiuomo, prodotto italiano per eccellenza.
L’idea che ci siamo fatti dopo la decisione di intitolare una strada a Quattrocchi è che non tutte le vite hanno lo stesso peso, e non tutte lasciano lo stesso senso di perdita. Oggi il fattore dominante è il “clic” o il “selfie” e per fare politica ci vuole un “pierre” e saper trattare con i media.
La capacità di produrre idee sensate è un optional e qualcuno è morto di nuovo, dimenticato da chi probabilmente non ha neppure fatto la naja.

fp

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