PACTA SUNT SERVANDA… o no?

Genova – Abbiamo assistito nei giorni scorsi alla prova muscolare dei metalmeccanici di Ilva. Li abbiamo visti sfilare per la città con i loro mezzi pesanti e il loro striscione a ricordarci che per l’ennesima volta il padrone non rispetta i patti.
È vero e questa è un’abitudine che si ritrova sia nel pubblico sia nel privato.
Le ragioni sono molteplici, certamente l’Italia non brilla per piani industriali particolarmente visionari (nel senso positivo del termine), così come il terreno in cui si trova a dover crescere la nostra industria è a dir poco “corrotto”, a questo si aggiunga uno stato di crisi che si protrae da più di un decennio e una classe sindacale inadeguata e talmente concertativa da sembrare composta più da “sindacati gialli” che da condottieri dei diritti dei lavoratori.
Infine, purtroppo, ci siamo noi, i lavoratori che, disabituati alla lotta da decenni di finto benessere e da distrazioni di massa (ne parlerò la prossima volta), ci ritroviamo spaesati, divisi e incapaci di reagire ad un sistema economico, palesemente sbilanciato a nostro sfavore.
A tutto questo, ciliegina sulla torta, mettiamoci l’estremo e rapidissimo cambiamento che lo sviluppo della tecnologia (che sarà inarrestabile ed esponenziale) ha apportato e apporterà alla nostra società in generale e al mondo del lavoro in particolare. Infatti, entro dieci anni, più della metà dei lavori sarà completamente automatizzato, quindi urge un ripensamento rapido del tipo di scenario in cui vorremmo vivere in un futuro ormai prossimo.
Lo spunto iniziale di Ilva, ma che potrebbe essere Ericsson, Carige, Amiu, Amt, Atp, mi porta ad analizzare rapidamente cosa sono oggi i sindacati, in primis Cgil, Cisl e Uil che, a fini statistici, rappresentano solo un quarto dei lavoratori.
Semplicemente sono aziende che collaborano con le aziende per sostenersi a vicenda.
Entrambi devono difendere i propri interessi di parte, che prevedono privilegi e potere. Il loro ruolo è quello di depotenziare il conflitto, sedandolo, negandolo, mediandolo con accordi a perdere, possibili grazie alla frammentazione delle vertenze ed alla “solitudine mentale” dei lavoratori, lasciati soli nel loro mondo fatto di ignoranza e ignavia.
Tali accordi sono funzionali alla logica politico-finanziaria imperante, che persegue esclusivamente la logica di impresa, e che spesso vede nelle privatizzazioni la soluzione a qualunque problema (e certamente li risolve i problemi, a istituzioni sempre più deboli e corrotte, quali sono ormai i partiti e le stesse organizzazioni sindacali).
Quello che sono diventati i sindacati della Triplice è ben riassunto in un “trittico horribilis” composto dall’”Accordo Interconfederale” del 2011, dal “Protocollo di Intesa” del 2013 e dal famigerato “Testo unico sulla rappresentanza” siglato con Confindustria nel 2014.

Questo trittico è un tutt’uno con il sistema economico imperante e ormai morente, cioè il Capitalismo del neo-liberismo più spinto, che ha partorito la crisi economica e che fornisce l’alibi perfetto alla destrutturazione dei diritti dei lavoratori sempre più soli a lottare contro il gioco al massacro del libero mercato.
Ed ora arriviamo al punto dolente, almeno per me che son tranviere.
Parliamo dei sindacati che “operano” in Amt, ma che poi fanno la stessa cosa ovunque.
In azienda abbiamo cinque sigle firmatarie che si spartiscono il potere contrattuale, Faisa, sigla autonoma maggiormente rappresentativa, Cgil, Cisl, Uil e Ugl. Queste negli ultimi trent’anni hanno gradualmente smantellato il Tpl aiutando la politica locale e nazionale a portare le aziende (Amt e Atp) in un tale stato di degrado da caldeggiare l’intervento dei privati, firmando accordi che hanno ridotto i diritti dei lavoratori, peggiorato la loro condizione lavorativa e il servizio stesso reso alla cittadinanza. Il risultato credo sia sotto gli occhi di tutti.

Amt si trova con un Capitale Sociale ridotto all’osso, soprattutto dopo la vendita della rimessa di Boccadasse e delle Officine Guglielmetti, e quindi non in grado di partecipare ad alcuna gara per l’aggiudicazione del servizio.
Con un parco vetture ridotto e costituito da mezzi sempre più vecchi e pericolosi, l’azienda è incapace di fare vera manutenzione visto che quella ordinaria era possibile con la Guglielmetti, che permetteva di allungare la vita e le performance dei bus. A tutto questo aggiungiamo che gli autobus nuovi per la logica del risparmio sono di scarsissima qualità e vedremo i risultati di questa politica industriale nei prossimi anni.
Gli autisti si trovano a lavorare in condizioni sempre più difficili e pericolose, senza la possibilità di usufruire delle ferie, costretti a dormire in rimessa per tentare la fortuna e sperare di strappare qualche giorno di congedo.

A causa del taglio del personale le linee poi sono sempre meno servite, spesso esternalizzate a piccole aziende private che hanno comunque bisogno del supporto di Amt per garantire la copertura del servizio. Nonostante basti analizzare l’insuccesso delle esternalizzazioni, i sindacati firmatari flirtano col privato da anni e nel 2005 per la prima volta in Amt arrivano i francesi di Transdev che non fanno grandi rivoluzioni, anche perché limitati dalla giunta comunale, ma in compenso se ne tornano a casa con 20 milioni di euro di soldi pubblici.
Dal 2015 in Atp è entrato un socio privato, Autoguidovie, che fa parte del gruppo BusItalia, la branca su gomma di Ferrovie Italiane.
BusItalia sul territorio nazionale può contare sull’appoggio politico soprattutto del PD e degli stessi sindacati firmatari che tre anni fa hanno siglato un Accordo Nazionale Aziendale che prevede l’azzeramento della contrattazione di secondo livello, ovviamente, però, senza alcuna riduzione ai privilegi delle sigle stesse.
È ovvio che, in caso di privatizzazione di Amt, sarà questa multinazionale a essere sponsorizzata, un soggetto giuridicamente privato ma finanziato con i soldi pubblici del trasporto.
In questa Caporetto dei diritti, come ho già accennato, i privilegi sindacali ne sono usciti intonsi.
Di cosa si tratta? Presto detto.
Di staccati fissi dal lavoro, di un monte stacchi composto da migliaia di ore a disposizione di delegati che però non si vedono mai in giro per le rimesse, addirittura di una voce in busta paga (poverini impegnati a difenderci, si sono dati un premio), la ricostruzione di carriera che fa lievitare in cinque anni il parametro contrattuale dei sindacalisti, fino al livello dei quadri, e tutto questo bengodi mentre il Titanic cola a picco…
Questo è in estrema sintesi l’ottimo lavoro svolto dai sindacati firmatari.
Poi, certo, esistono in azienda sigle di base che cercano di denunciare tutto questo, c’è l’Usb, i Cub, che mi sono simpatici, anche se oltre al dissenso non hanno mai contrapposto particolari soluzioni, e poi gli ultimi arrivati, i “ragazzini terribili” di Orsa, che in quattro anni hanno proposto tanto ma, pur rappresentando il 10% degli autisti, non sono ancora riusciti a raggiungere il tavolo delle trattative. A scanso di equivoci vi rivelo che da almeno quindici anni non pago una tessera sindacale e che, se non fossi vicino alla pensione e francamente schifato da tutto, forse mi iscriverei ad una sigla di base, magari a quella dei ‘ragazzini terribili’.
Spero, in questa necessariamente breve disamina, di aver reso il quadro chiaro per i nostri amati utenti che spesso si chiedono e ci chiedono come mai il bus non passa mai, come mai gli autisti hanno sta faccia incazzata.
Ecco perché anche voi, cari utenti, che state nella cacca come noi, forse dovreste guardarvi intorno e capire che noi, tutti noi, siamo vittime di un sistema che si estende ad ogni ramo della nostra esistenza e che va compreso e combattuto.
Di certo non col quale si firmano ‘Accordicchi’ a perdere.

Nel frattempo un abbraccio a tutti Voi, cari utenti, dal Vostro Tranviere Amt Barnaba