Mi ricordo… di Marco Benvenuto

I ricordi sono più forti di noi, a volte affondano le loro radici nella memoria, a volte sono più lievi e disegnano i loro arabeschi tra mente e cuore.

Mi ricordo all’epoca delle cronache allo stadio, del Genoa e della Sampdoria, mi piaceva avvicinarmi  a piedi. Una religiosa processione che mi portava, ogni volta, da Piazza Terralba alle porte del Ferraris, passando per Corso Galliera.
Era l’occasione per ripassare un particolare della gara, le caratteristiche di un giocatore, che cosa mi sarei proposto di dire/di non dire in diretta.
Officiavo una messa laica per pochi intimi, me stesso, con il puntiglio che avrei messo in campo qualora il piede dispari non mi avesse portato ad essere raccontato piuttosto che a raccontare. 

Un rito? Forse anche il piacere di abbeverarmi delle analisi del dopo partita da parte dei tifosi: ma questa è un’altra storia.

Per la cronaca in diretta si andava allo stadio abbastanza presto rispetto al fischio d’inizio, quando solo i primi tifosi, quelli d’avanguardia, si avvicinavano al teatro dell’evento. E siccome il “calcio è metafora di vita” e non lo dico io ma Osvaldo Soriano, quelle passeggiate mi hanno allegerito e appesantito nel contempo.

Così mentre avanzavo sfiorando la spalletta del Bisagno, pagato tra i paganti, mi soffermavo, postazione a postazione, ad osservare trittici di vita vissuta: i tifosi.

E pensavo che loro erano i soli paganti, nel senso del denaro e degli affetti spesso traditi. E sempre mi è rimasto nel cuore un affresco ingiallito di un papà con la figlia, non vi dirò di quale colore, che sulla spalletta del Bisagno consumavano i loro panini avvolti nella stagnola che sapeva di famiglia. E mi piaceva quella cosa, più di quello che sarei andato, prezzolato, a raccontare. 
La bandiera, perché le bandiere contano e sono vita,  e i tanti sogni di un tempo che poi sarebbero stati cristallizzati in quello di un fischio d’inizio che avrebbe avuto una fine.

Papà e figlia, l’identica fede.

E allora mi sovveniva l’unica partita vista con mio padre, la mia prima partita: il derby di ritorno del campionato di serie B.
Erano gli anni Sessanta e perdemmo…E io mi innamorai di una squadra che ha segnato la mia vita e ha i colori blucerchiati.
Ma ora dimmi, papà, da lassù dove mi guardi: ti ho deluso?

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