Mi ricordo… di Camilla Ponzano

Ci sono gli adulti e i bambini e io e mio fratello per i nostri genitori eravamo “I Bambini”.

La parità di genere non s’insegna, si pratica.

Ricordo le caviglie di Tata-Bambina perché gattonavo per i viottoli dietro di lei e il ghiaietto mi pungeva le ginocchia. Mia madre ci lasciava con Tata-Bambina perché “I Bambini devono stare con I Bambini” e Tata-Bambina ci portava in giro in tre sul “CIAO”.

A cena dalla Zia Nady, toscanaccia prof. d’inglese, e dallo Zio Mino, che camminava dondolando come se non fosse mai sceso da quei bastimenti che partivano da Genova, si andava a leggere il Vernacoliere e ci si addormentava sotto il tavolo, mentre i grandi discutevano di politica. Mio padre sembrava entusiasta per il lib-lab di un certo Craxi, la Nady era comunista, la nonna Wanda, madre di Nady, faceva la ribollita e con i risparmi della pensione era riuscita ad andare a vedere la P.zza Rossa, che era in quel paese che si chiamava U.R.S.S.

Alla mattina mio padre si alzava e diceva: ”Come abbiamo litigato bene, come mi sono divertito!”.

Mio padre arrivava alla sera e sapeva di buono, un misto di città, appretto, sudore e dopo barba. Ogni tanto andava in Colombia per lavoro e ritornava dopo un periodo interminabile e ci raccontava degli attentati. Non avevo paura, perché per me era un super eroe.

Mia madre mi raccontava che alla nascita di mio fratello gioia e dolore si erano uniti, perché aveva abbracciato per la prima volta il suo bimbo, ma avevano trovato Aldo Moro morto ammazzato chiuso nel bagagliaio della macchina. Strana mia madre che si dispiaceva così tanto per un tale morto che neanche conosceva. Non ho mai avuto paura del parto, ma della morte sì.

Abitavo in campagna e il parroco si chiamava Don Frumento.

Un giorno mia madre era uscita sotto la neve e ci aveva lasciato soli in casa. Ci aveva raccontato di aver visto un lupo bianco e solo quando ebbi 16 anni mi disse che non era vero e che ce l’aveva raccontato perché doveva consolarci. Una generazione è cresciuta credendo che in quel di Lerca ci fosse un lupo bianco, perché io l’avevo raccontato a tutti i bimbi del paese. Decisi che da quel momento avrei sempre verificato le fonti.

La nonna diceva Gevona e aveva il quadro del bevitore di Teomondo Scrofalo in sala e da bambina lavorava con le sorelle nelle cucine degli Spinola che le portavano in “vacanza” in carrozza nella casa di Priaruggia. La marchesa era bella e le aveva insegnato a scrivere con una grafia tutta riccioluta. Poi c’era stata la Grande Guerra e la nonna faceva delle scarpe tipo espadrillas per tutti.

Il giubbotto era il giumbotto e a Sanremo un tizio aveva tentato di cacciarsi dalla galleria dell’Ariston, ma poi Pippo Baudo l’aveva salvato.

Mi ricordo 3 maratone televisive: la caduta del muro di Berlino, tutti esaltati, lo scoppio della Guerra del Golfo, tutti con le mani nei capelli, il secondo aereo sulle torri gemelle, tutti a urlare.

Sono salita sui tacchi a 16 anni perché bisogna sempre guardare le persone negli occhi quando si parla. Non sono più scesa.

Di Meglio non voleva che fumassimo e ci urlava di tutto facendoci tremare i polsi. Fumava come una ciminiera e quando andavi in presidenza il fumo della sigaretta usciva dal cassetto della sua scrivania. Fumo ancora oggi.

Quando facevo quarta ginnasio il rappresentante d’istituto era Simone Regazzoni, che sembrava che avesse il kajal, discuteva con tutti e cercava di tener testa a Di Meglio.
Mio fratello aveva fondato il giornalino Dragut e tentava di portare avanti le nostre ragioni con Di Meglio, io mi occupavo della rubrica d’arte e discutevo con Di Meglio, tutta quanta la redazione aveva qualcosa da dire a Di Meglio e lui sotto i baffi rideva perché ci stava allenando alla vita.

Ho sempre votato Pannella, non perché mi facessi le canne, ma perché era elegante e aveva passione e mi dava conforto pensarlo in Parlamento.

“Dovete studiare, dovete sapere le lingue, essere versatili perché il mondo va veloce e voi dovete prepararvi a essere mobili e a vivere in un mondo globalizzato!”. Ora ci chiamiamo precari.

“Ricordati sempre la fine che ha fatto Giovanna D’Arco”, mi dicevano mia madre e mio padre.

“Ricordati di mettere la testa a posto”, mi dice il Prof. Francesco Gastaldi, che mi aveva inquadrata già ai tempi in cui era assistente del Prof. Gabrielli e io giovane studente.

Io sono Dory, la pesciolina blu di Nemo, e non mi ricordo nulla.

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