Il bambino di Varsavia. Ovvero una riflessione sull’intermediazione delle fonti storiche

Non esistono fonti senza intermediazione.

Queste fotografie appartengono a una serie di 53 immagini che provengono dal Rapporto Stroop, stilato dal generale delle SS Jürgen Stroop tra l’aprile e il maggio del 1943, durante le operazioni di liquidazione definitiva del ghetto di Varsavia. La V-14 ritrae il “bambino di Varsavia”, con le mani alzate, minacciato dal fucile nazista.
Una foto che tutti conoscono di vista, che ha fatto il giro del mondo, sempre più zoomata sul bambino come a volerlo allontanare dai suoi assassini, dalla sua storia, per farlo prototipo di tutte le vittime.

Luglio 1995

E, infatti, eccolo comparire,  all’indomani di Srebrenica, sulla bandiera stellata dell’UE. Un bambino con le mani alzate che a guardarlo potrebbe essere palestinese o siriano,  totalmente avulso dal contesto dell’orrore del ghetto e testimone ormai muto.

Usare il bambino separato dalla sua storia, sostituire la pedagogia dell’orrore con un surrogato più blando dove tutto è sfocato, ha un senso per la democrazia?
Come può questa immagine ritagliata riportarci ai contenuti delle altre foto del Rapporto Stroop, 18 delle quali (compresa la nostra V-14) sono state usate dalla pubblica accusa al processo di Norimberga?
Chi ce lo ricorda tutto questo se quello che guardiamo è soltanto un bambino con le mani alzate, per giunta con berretto e cappotto, a differenza di Kim Phuc, la bambina vietnamita fotografata mentre corre nuda per sfuggire al napalm.

Non esistono fonti senza intermediazione.

Lo storico olandese Gustaaf Renier, già cinquant’anni fa, suggeriva di sostituire il termine “fonte” con la locuzione “tracce del passato nel presente”, per non cadere nella tentazione di concepirle come la sorgente di ogni verità.
Queste considerazioni si adattano molto bene all’uso delle immagini perché spesso, per la loro stessa natura tempestiva e realistica, si ha la tentazione di trattarle con leggerezza, una leggerezza che non tiene conto del contesto, della funzione per cui sono nate, della retorica che vogliono comunicare.
Le immagini non sono una finestra aperta sul passato, semplicemente ci aiutano a comprendere la sensibilità collettiva di un’epoca.
Infatti, una cosa è il valore oggettivo, cioè documentario, delle immagini, un’altra il valore soggettivo della narrazione.

Un fotografo non ha bisogno di persuadere l’osservatore ad adottare il suo punto di vista.
L’osservatore non ha una scelta. Il rapporto è un rapporto gerarchico. Tutto è deciso dal fotografo: luce, angolazione, distanza, ritaglio, montaggio.
Forse andrebbe ricordato che un certo tipo di fotocamere sono chiamate “reflex”, riflesso…
Marshall McLuhan diceva che i media, in sé, non portano valore ma che esso è determinato dal modo in cui vengono usati.
 E siamo arrivati al punto.
Le immagini sono alla portata di tutti, parlano a tutti e, in una società spettacolarizzata come la nostra, provocano emozioni che eclissano il peso delle parole.

In un mondo di sentimenti globalizzati, dove l’opinione pubblica ha il solo compito di commuoversi, ecco che l’analisi dei processi storici sparisce per lasciare il posto a un cordoglio passivo, privo di pensiero critico.

L’immagine di Anna Frank usata dai tifosi della Lazio

La dimensione storica delle immagini è messa da parte in favore di quella emotiva, e le immagini diventano storie senza storia.
Ma non è proprio così che si sdogana la “banalità del male”, come la chiama Hannah Arendt?  Sostituendo la memoria con il consumo memoriale e annacquando la conoscenza storica?
Certo che sì, perché queste riduzioni hanno un costo: è l’uso sconsiderato di Anna Frank come testimonial  negativo degli sfottò calcistici.
È dimenticarne la pronuncia del nome…

Lucia Annunziata #inmezzora parla di Anna “Frenk”

Simona Tarzia

Per approfondire:
Frédéric RousseauIl bambino di Varsavia – Storia di una fotografia, Ed. Laterza, 2014.

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