Trasporto pubblico, un servizio sociale

Ancora per questa domenica, vorrei soffermarmi sugli aspetti normativi del Tpl, non solo per inquadrare nel modo più lucido possibile questo servizio pubblico essenziale, ma anche per chiarire in modo definitivo perché il problema del trasporto non stia nel suo essere pubblico, ma nel suo essere mal gestito e poco finanziato.

Cominciamo.
Alla luce del quadro normativo nazionale ed europeo, ad oggi sono tre le possibilità di gestione delle aziende di trasporto pubblico (vedi il Regolamento n. 1370/2007):
1) Aprire al mercato attraverso una gara pubblica.
2) La forma in house, ovvero gestione totale del Comune.
3) Affidamenti diretti sotto determinate soglie, ovvero cedere un pacchetto di minoranza ad un soggetto altro, che aiuti l’Ente locale a gestire l’azienda. È quello che è successo ad AMT nel 2005, con l’entrata al 49% dei francesi di Transdev, poi ritiratisi a fine del 2010.

Una gran confusione perché la disciplina di settore va coordinata con quella più generale in materia di modalità di gestione dei servizi pubblici di rilevanza economica, che ha avuto una storia travagliata negli ultimi anni e ha visto importanti interventi anche da parte della giurisprudenza.
In materia di Tpl è fondamentale la sentenza n. 272/2004 della Corte Costituzionale, in base alla quale la disciplina dei servizi pubblici di rilevanza economica è stata ricondotta alla competenza statale in materia di “tutela della concorrenza”.
Ma va anche tenuta a mente la vicenda connessa all’esito del referendum abrogativo del 2011, quello contro la privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica, e al successivo decreto legge n. 138/2011 che spinge artatamente a privatizzare e che è stato dichiarato incostituzionale nel suo articolo 4 da un’importante sentenza della Corte, la n. 199/2012, per contrasto con l’articolo 75 della Costituzione sul referendum popolare.

Il caos normativo del Tpl è ben evidenziato nella riforma del Titolo V della Costituzione, attuata con la Legge Costituzionale n. 3/2001, che non individua espressamente una competenza dello Stato o delle Regioni in materia di ‘trasporti’, né evoca il trasporto pubblico locale, ma riserva alla competenza concorrente le materie ‘porti e aeroporti civili’ e ‘grandi reti di trasporto e di navigazione’.
Il Tpl non è citato espressamente, né nell’elenco delle materie di competenza esclusiva dello Stato e né in quello relativo alle competenze concorrenti Stato-Regioni, e di conseguenza risulta di competenza residuale delle Regioni.

A colmare questa lacuna ci vengono in soccorso il d.lgs. n. 422/1997, che riconosce un importante ruolo di programmazione alle Regioni, di intesa con gli enti locali, e il d.lgs. n. 216/2010, sui fabbisogni standard degli enti locali, che ha individuato tra le funzioni fondamentali dei Comuni (e delle Province) quelle in materia di viabilità e trasporti.
Non solo. Il decreto legge n. 95/2012 riconosce espressamente tra le funzioni fondamentali dei Comuni anche “l’organizzazione dei servizi pubblici di interesse generale di ambito comunale, ivi compresi i servizi di trasporto pubblico comunale”.

Ma c’è un però: lo Stato può intervenire (indirettamente) in tema di “tutela della concorrenza” e lo può fare in base all’articolo 117 della Costituzione, che  incide significativamente sulle modalità di affidamento e gestione dei servizi di trasporto pubblico locale e sulle infrastrutture.
Ma ce ne sono altre possibili interferenze con materie di competenza esclusiva dello Stato: tutela dell’ambiente (per l’impatto derivante dalle emissioni inquinanti), ordine pubblico e sicurezza (connessa ai rischi derivanti dalla circolazione stradale e dalla diffusione degli autoveicoli), determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale e tra i quali rientra, senz’altro, la libertà di circolazione, anche in relazione all’articolo 120 della Costituzione.

Come può lo Stato, che è garante di tutti questi diritti, affidare a un soggetto privato un servizio pubblico così importante?

E ora parliamo di soldi.
In attesa di una piena attuazione della legge n. 42/2009 sul federalismo fiscale e dei successivi decreti legislativi, alla luce del nuovo art. 119 della Costituzione sull’autonomia finanziaria di Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni, attualmente il finanziamento è ancora in gran parte garantito dai trasferimenti statali e dalle compartecipazioni regionali alle accise sui carburanti.

La stessa Corte Costituzionale ammette che il settore dei trasporti “appare resistente più di altri all’ingresso di operatori privati, a causa di alcune peculiari caratteristiche, legate, tra l’altro, agli elevati costi, alla necessità di assicurare il servizio anche in tratte non remunerative e alla consolidata presenza di soggetti pubblici tanto nella gestione delle reti quanto nell’offerta dei servizi”.
In questo senso, ancora una volta si ribadisce come nella normativa di settore si riscontrino ripetuti richiami alla qualità del servizio e ai suoi standard, alla necessità di una riduzione della congestione e dell’inquinamento ambientale, alla struttura tariffaria e ad altri profili direttamente e indirettamente connessi alla tutela degli utenti del servizio, a partire anche da alcuni significativi indirizzi provenienti dall’UE.
L’attenzione dell’Unione, infatti, si focalizza sulla rilevanza della mobilità in contesti come quelli urbani, che attualmente accolgono la gran parte della popolazione residente in Europa, e che ne rappresentano il vero motore economico.
Da questo punto di vista, un’organizzazione efficiente dei servizi di trasporto pubblico locale comporta non solo una limitazione delle emissioni inquinanti e una maggiore tutela della sicurezza dei soggetti coinvolti, ma anche una riduzione della congestione cronica che spesso caratterizza le grandi aree urbane, con riflessi negativi sulla stessa economia europea.
Ancora una volta i servizi pubblici risultano imprescindibili da quella che è la loro valenza sociale e che, a una lettura sistematica dell’art. 16 della Costituzione e dei principi e diritti più volte evocati (diritto al lavoro, alla salute e all’ambiente salubre, allo studio), potrebbe fondare un vero e proprio ‘Corpus del diritto alla mobilità’, ottenendo finalmente quella matrice giuridica che oggi non ha, essendo legato esclusivamente a un concetto di origine sociologica.
Stiamo parlando di due libertà fondamentali, la prima è la libertà da traffico privato e problematiche ambientali e sanitarie connesse, la seconda è la libertà di muoversi per la città usando mezzi pubblici.
Nell’ambito della prospettiva del diritto alla mobilità, infatti, un suo elemento costitutivo imprescindibile è dato proprio dalla possibilità di scelta del mezzo di trasporto.
In questo si coglie appieno, ancora una volta, la funzione sociale del trasporto pubblico locale.

Eccoci arrivati alle conclusioni che, dopo tutte queste belle parole su diritti e primato dello stato, ci lasciano l’amaro in bocca.
Ad oggi, i servizi pubblici locali di interesse economico generale sono regolati dalla famigerata Legge Madiaun vero e proprio manifesto liberista, un provvedimento che, sette anni dopo la straordinaria vittoria referendaria del 2011 sull’acqua e i beni comuni, vuole imporre la privatizzazione di tutti i servizi a rete, dall’acqua all’energia, dai rifiuti al trasporto pubblico locale, espropriando gli enti locali e le comunità territoriali di ogni facoltà nel determinare l’articolazione territoriale dei servizi e le politiche tariffarie, rendendo difficili i processi di ritorno alla responsabilità pubblica dove i servizi siano già stati privatizzati, e obbligando gli enti locali che volessero mantenere i servizi ancora pubblici a doverci rimettere in solido (vedi proprio le aziende di Tpl che in caso di gestione in house si vedrebbero tagliato il finanziamento del 15%), trasformando di fatto le aziende pubbliche in giganteschi bancomat per i privati che volessero appropriarsene.
La Legge Madia attacca esplicitamente la nozione stessa di servizio pubblico locale così come il Jobs Act ha intaccato il diritto al lavoro, come la ‘Buona Scuola’ il diritto ad una formazione pubblica e come lo ‘Sblocca Italia’ il diritto di vivere i nostri territori in armonia con l’ambiente.

Ecco cari lettori e utenti, spero di essere stato esaustivo. La situazione in cui ci troviamo è figlia unica di un genitore single, la mala politica, che si dimostra implacabilmente per quello che è, una matrigna ingrata e confusionaria. Spero che il 4 marzo, quando oblitererete il biglietto in direzione urne, vi ricorderete di tutto questo.

 Nel frattempo un abbraccio a tutti Voi dal Vostro tranviere Barnaba