Aree ferroviarie dismesse: onere o potenzialità?

Le aree ferroviarie dismesse sono recinti isolati, emarginati dal contesto urbano, dove prevale l’abbandono.

“Hic sunt leones!” pare scrivessero i romani sulle mappe per indicare le zone inesplorate dell’Africa. Ecco, queste fette di territorio sono percepite dal cittadino proprio così, come zone di frontiera, assenti dal dibattito politico anche in campagna elettorale, e delle quali non si sa cosa potrebbe accadere in futuro.

Si tratta di aree pubbliche per le quali è difficile definire un ruolo nei processi di trasformazione urbana delle città, in primo luogo perché i beni di Ferrovie dello Stato Italiane S.p.A. hanno una natura e un regime giuridico che oscilla in base alle interpretazioni della giurisprudenza e non sempre vengono assimilati ai beni pubblici.
In seconda battuta, occorrerebbe da parte delle istituzioni una visione d’insieme, un ragionamento di sistema che parta, molto semplicemente, dal censimento di tutte le aree dismesse.
Non solo i parchi ferroviari, dunque, ma anche le ex caserme, o gli ex siti industriali, o gli ex macelli, insomma tutti  quei vuoti urbani che ormai si sono depositati sui nostri territori, bloccati da una crisi che ha cambiato il modo di vedere le città: oggi non si parla più di regolarne l’espansione ma di governare l’esistente.
Molte sono le inerzialità anche degli enti locali che, nella maggior parte dei casi non dispongono delle risorse necessarie per l’acquisizione delle aree e nemmeno di una strategia chiara di sviluppo territoriale.
Occasioni perse?

Questo il tema cha ha contrassegnato il convegno “I parchi ferroviari, occasione per cambiare la città” organizzato da Arcangelo Merella nell’ambito dei seminari [diVENERDÌ], dove noi, per una riflessione sulla situazione genovese, abbiamo intervistato Arcangelo Merella, Mauro Marsullo e Francesco Gastaldi.

Simona Tarzia


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