La forma dell’acqua

Era già tutto previsto come se Frate Indovino si fosse divertito a rimestare nei fondi del caffè. O nella botte del “Rosatellum”, un vino talmente scadente che ubriaca sin dal primo colpo. E ti mette sulle ginocchia. Il Pd che finalmente, costretto a prendere seriamente atto del disastro, inizia a imbastire una sorta di autocritica. Gli scissionisti di sinistra che contano i cocci. I forzisti, uomini di fiducia del cavalier Silvio – il vecchio che balla del paese in vacanza, accolto a tette nude al seggio con tanto di lugubre messaggio che, se si fosse trattato di un alimento o cibo scaduto, oppure anche un boccone finito per traverso, avrebbe scomodato gli uomini dei Nas – costretti a fare i salti mortali per vaneggiare di alleanze possibili in un paese che ha appena messo in liquidazione ogni ipotesi non fantasiosa di governabilità. Poi ci sono i vincitori, quei partiti populisti e sovranisti che hanno avuto il gusto per una narrazione politica inquietante e oscillante fra la voglia di uscire dall’Europa e quella di metter fuori (dal paese) gli immigrati. O, come Luca Traini,  espressione di quell’ambiente, di farli fuori. E qualcuno, a breve, dopo il risultato da prefisso telefonico dei “neofascistidi doc di CasaPound, riprendera’a biascicare che i postfascisti sono loro, i CinqueStelle e la Lega, identificando Benito Mussolini con il neopopulismo.

E adesso spazio alle evoluzioni di equilibrismo, con la tentazione di alleanza fra Pentastellati e nipotini del Carroccio. Con i candidati premier Salvini e Di Maio che rivendicano il premierato e gli uomini di Silvio Berlusconi che rilanciano una formula nuova e pasticciata di larghe intese. Soluzione paradossale in cui la partita finirebbero per accaparrarsela gli sconfitti alleandosi.

Con il centrodestra al Governo e il Pd a far da supporto pur se schierato all’opposizione. Formula che, se si rivelasse vincente, rilancerebbe proprio quel vecchio scaduto che ad onta delle sue 81 primavere potrebbe continuare a ballare. Certo e’ che in questo momento nessuno vorrebbe trovarsi nei panni del Presidente Sergio Mattarella che dovrà scegliere a chi dare l’incarico esplorativo, tenendo conto, fra l’altro, che fra la percentuale del partito di Salvini e quello del primo partito, i CinqueStelle ci passa almeno un 10 per cento abbondante. E qualcuno, ironicamente, si è chiesto quanti specchi avesse rotto il Presidente per subire tutto questo. Riferendosi evidentemente alla sfiga cosmica. Che poi, in fin dei conti, ci vede benissimo.  Una eventuale alleanza fra i cosiddetti partiti populisti, al contrario accrescerebbe il potere politico di Salvini su Berlusconi che comunque, pur a un passo dall’essere percepito come prodotto avariato, continua a dimostrare una lucidità esemplare e sorprendente, mettendo subito in campo il piano B per voce di Paolo Romani.

Paolo Romani

L’ex capogruppo Fi al Senato vaneggia, per salvarsi in calcio d’angolo un accordo con il Pd. Anche se, a dire il vero, il piano B almeno qualche punto di non sostenibilita’ lo presenta. Perche’ in caso l’esperimento andasse in porto, presumibilmente la coalizione di governo del centrodestra dovrebbe concedere il comando al capo dei perdenti che si accorderebbe per garantire la governabilità con il capo degli altri perdenti, dato per probabile dimissionario. Una sfumatura che non è da poco. Eppero’, come dicevo, era già tutto ampiamente scritto con la rivincita delle due cassandre della politica genovese che ora si tolgono qualche sassolino. Il prof. SantoSubito Francesco Gastaldi che si conferma il mio politologo di riferimento posta con tono fra il vanaglorioso e il dolente “Mi hanno preso in giro, deriso, umiliato, minacciato quando parlavo dell’incapacità politica del PD genovese/ligure, i risultati ancora una volta si sono visti”.

E l’altro prof e popfilosofo Simone Regazzoni osserva “RENZI DOVRÀ DIMETTERSI. MA IL PD E LA SINISTRA TUTTA SONO AL CAPOLINEA: SERVE UN NUOVO INIZIO. VOLTI NUOVI E IDEE RADICALMENTE NUOVE
Con la disfatta elettorale del PD del 4 marzo non si chiude solo, come evidente, la parabola politica di Matteo Renzi. È un intero partito ad essere arrivato al capolinea, dopo una campagna elettorale inqualificabile, dal punto di vista politico e comunicativo. Abbiamo liquidato come “pancia” bisogni reali non riconosciuti. Abbiamo fatto i maestrini, quando avremmo avuto bisogno di un bagno di realtà. Abbiamo creato slogan surreali come “vota la scienza”, evitando accuratamente di parlare di sicurezza e immigrazione. Fighetti politicamente correttissimi chiusi un salottino autoreferenziale a fare battute su Di Maio. La realtà ci ha travolti come inevitabile. I segnali di un esaurimento del progetto politico del centro-sinistra italiano c’erano da tempo: il PD rimaneva un vecchio partito novecentesco in un mondo radicalmente cambiato. A livello nazionale e sul territorio. Vecchio nella comunicazione, nella cornice politico-culturale, nella retorica, nei gruppi dirigenti mai davvero rinnovati. Incapace di un cambio culturale su temi chiave come quello dell’immigrazione, mai davvero compreso dai dirigenti del PD in tutta la sua portata. Renzi su questo ha letteralmente fallito. La parentesi del renzismo, che nei suoi inizi era riuscita a far nascere la speranza di un nuovo paradigma politico, ha solo ritardato la fine del viaggio. Renzi ha concluso malamente la sua parabola per i reiterati errori tattici e strategici, e per incapacità di ascoltare chi gli segnalava che certi errori sarebbero stati pagati. Ma il contenitore non ha aiutato. Adesso si apriranno lunghe, macchinose, inutili rese dei conti. Se poi si guarda a sinistra del PD c’è il deserto.
Serve una cesura storica. Ora. Serve il coraggio che Renzi non ha avuto. Di dare vita a un nuovo soggetto politico, radicalmente nuovo negli uomini, nelle idee, nel linguaggio, in grado saper parlare in modo trasversale al popolo. Quel popolo che abbiamo snobbato e perduto”. E se si osserva che si tratta della rivincita delle Cassandre e che Lui. Ditanti “Io l’avevo detto” ora si appresta a consigliare la linea si affretta a commentare sconsolato dimostrando una insolita modestia. “Purtroppo non ci sono rivincite. Solo disfatte annunciate. Ora ci sono solo macerie, ma la colpa è interamente nostra.”

E comunque – mi ripeto e concludo – sulla ruota del destino era già tutto scritto ed evidente. Con i telegiornali che dopo la lunga notte elettorale si rimbalzano fra le possibili alleanze e la notte degli Oscar. Con le statuette assegnate in contemporanea proprio mentre in Italia stava andando in onda la tragedia, la commedia. Forse il feuilleton.

A seconda dei punti di vista. Anche negli Stati Uniti era tutto già ampiamente previsto ha vinto “La forma dell’acqua”del regista Guillermo Del Toro che, già da pronostico poteva godere di 13 nomination. Vedi caso 13. Anche se poi se ne accaparrerà soltanto quattro, di statuette. Un trionfo, comunque, e il regista di origini messicane salito sul palco ha detto “Sono un immigrato come molti di voi e amo il cinema che abbatte i pregiudizi”. Già, abbattere i pregiudizi. Frase che in Italia affibbiata alla notte elettorale si presterebbe almeno a un duplice significato. A favore dei CinqueStelle, a favore di Salvini e di una ipotetica alleanza. Cosa che i più danno per impensabile. Mentre ieri sera Bruno Vespa sfruculiava i i postgrillini andando a ritroso nella storia del Paese e ricordando che nella prima repubblica Craxi si era giovato della rinuncia/sacrificio del primo partito per formare la coalizione ritrovandosi presidente del consiglio. Poi ci fu Tangentopoli che a ben vederla costituì la fine della politica tradizionale e la nascita con conseguente ascesa dei partiti populisti.Oppure con un Berlusconi Premier che schiaccia l’occhio al Pd. Come se i due partiti che hanno maggiormente deluso si sostenessero l’un l’altro per trovare una formula di governo. E naturalmente si immolerebbero per salvare il paese, l’Europa e le borse. Narrazione più o meno condivisibile.

Eppero’ tornando al film di Guillermo del Toro, e alla sua storia, contiene suggestioni che potrebbero, lavorando a livello di metafore, rappresentare appieno la situazione italiana.Spiegano la trama gli esperti cinematografici “Il visionario Guillermo del Toro racconta una fiaba gotica ricca di suggestioni fantasy, ambientata nel pieno della Guerra Fredda americana (siamo nel 1963) e incentrata su una giovane eroina senza voce.  A causa del suo mutismo, l’addetta alle pulizie Elisa (Sally Hawkins) si sente intrappolata in un mondo di silenzio e solitudine, specchiandosi negli sguardi degli altri si vede come un essere incompleto e difettoso, così vive la routine quotidiana senza grosse ambizioni o aspettative.  Incaricate di ripulire un laboratorio segreto, Elisa e la collega Zelda (Octavia Spencer) si imbattono per caso in un pericoloso esperimento governativo: una creatura squamosa dall’aspetto umanoide, tenuta in una vasca sigillata piena d’aqua. Eliza si avvicina sempre di più al  “mostro”, costruendo con lui una tenera complicità che farà seriamente preoccupare i suoi superiori.  Il film ha vinto il Leone d’Oro al Festival di Venezia 2017.

Con quell’addetta delle pulizie muta, descritta come un’eroina senza  voce, che intrappolata nel suo mutismo, evidentemente incompresa, si sente incompleta e difettosa. Eliza, vivendo senza grosse ambizioni e aspettative si avvicina alla creatura un “mostro”. Una creatura umanoide e squamosa sigillata in una vasca d’acqua, frutto di un esperimento scientifico governativo. Sovrapponete a Eliza e alle sue carenze il risultato del voto e al “mostro” nato dalla fantasia pericolosa degli scienziati come creatura di un esperimento, tutte le possibili forme di governo uscite come dal cappello si un prestigiatore in queste ore e il gioco e’ fatto. Di più perché il periodo storico in cui è ambientato il racconto di Del Toro e’ quello della guerra fredda americana. Avvertenza da tenere ben presente. Diversamente dal film il lieto fine non è affatto assicurato.

Paolo De Totero

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