Barnaba: di lavoro, di trasporto e di mille altre sfumature

SavonaLa teoria è quando si sa tutto ma non funziona niente. La pratica è quando tutto funziona ma non si sa il perché. In ogni caso si finisce sempre con il coniugare la teoria con la pratica: non funziona niente e non si sa il perché”.

Eccoci alla fine di un’altra settimana che per il Tpl locale, si è aperta alla grande.
Pronti via e lunedì 12 marzo i colleghi dell’azienda TPL Linea di Savona occupano il consiglio Comunale, dopo che era stata negata la possibilità di presentare una mozione di Rete a Sinistra, M5S e Noi per Savona richiedente una proroga dell’affidamento in house del trasporto pubblico savonese, questo in seguito alla pubblicazione del bando che potrebbe sancire l’entrata dei privati. Dopo svariati incontri tra sindacati Prefetto, Provincia e Comune, e la totale chiusura rispetto alle richieste dei lavoratori, ecco che martedì 13 la città si sveglia senza bus. Una giornata di sciopero selvaggio (comprensivo di corteo per le strade della città), contro l’ennesimo tentativo di privatizzazione di un servizio pubblico, con inevitabili ripercussioni sul traffico e disagi per gli utenti. Un’altra giornata in cui i primi a rischiare sono stati proprio i dipendenti che andando contro la regolamentazione degli scioperi, rischiano pesanti provvedimenti. Fortunatamente dopo le 17 il servizio è ripartito, anche grazie alla proposta (che non si può rifiutare) del presidente della Provincia Monica Giuliano, poi approvata dal consiglio provinciale, e che prevede di creare un’associazione temporanea di impresa (Ati) tra TPL Linea e un altro soggetto “forte”. Presto in una assemblea societaria si proporrà ai soci e al presidente dell’azienda di trasporto savonese di cercare un soggetto giuridico con cui l’azienda pubblica possa costituire una Ati e quindi partecipare al bando di gara per l’affidamento dell’appalto. In pratica tutto si smorza con l’ennesima supercazzola political-sindacale, che non allontana di un centimetro il rischio privatizzazione e che non tutela, al di là di blande promesse, i diritti dei lavoratori e dell’utenza. D’altronde questo sono le organizzazioni sindacali firmatarie (Cgil, Cisl e Uil), e non si smentiscono nemmeno in questo caso e poi come potrebbero, alla luce dell’ultimo accordo sottoscritto con Confindustria il 28 febbraio scorso, in cui i nostri prodi hanno creato un nuovo modello contrattuale e di relazioni industriali. In questa intesa si indicano anche i criteri di calcolo degli aumenti salariali, destinando il contratto nazionale esclusivamente al mero e parziale recupero del potere d’acquisto, estromettendo di fatto il potere contrattuale del sindacato in ambito di aumenti salariali, introducendone però per la prima volta una distinzione, sancendo la nascita del Trattamento economico minimo (Tem), ovvero i vecchi minimi tabellari e del Trattamento economico complessivo (Tec) che comprenderà altri elementi della retribuzione tipo indennità, maggiorazioni di paga oraria, ecc, che da ora in avanti sarà assoggettato al mero recupero del dato Ipca (sviluppato per assicurare una misura dell’inflazione comparabile a livello europeo, infatti viene assunto come indicatore per verificare la convergenza delle economie dei paesi membri dell’Unione Europea, ai fini dell’accesso e della permanenza nell’Unione monetaria). Anche il welfare, per il quale la contrattazione collettiva punterà a offrire misure di contrattualizzazione su temi come la previdenza complementare, l’assistenza sanitaria integrativa, la tutela della non autosufficienza, la conciliazione famiglia-lavoro, non ne esce indenne. Questo per offrire più tutele a tutti i lavoratori, dicono loro, in realtà di gestire pacchi di soldi, dico io. Questo nuovo tipo welfare prevede risorse che ai lavoratori arriveranno solo come servizi direttamente dal contratto nazionale, in alternativa ovviamente agli aumenti salariali, a tutto vantaggio delle imprese che beneficeranno della totale detassazione. In pratica, alla fine della fola, il solo spazio di contrattazione consentito è quello del ricatto sulla prestazione in riferimento ai risultati d’impresa e ciò accadrà senza che i sindacati di base possano opporvisi, poiché totalmente marginalizzati, vittime del dumping sociale anch’essi al pari dei contratti che hanno cercato vanamente di difendere, al pari delle normative che vengono partorite quotidianamente per giustificare la rapina in atto da un ventennio ai danni dei cittadini, elettori e lavoratori. Questo scempio di intesa, fa il paio con il precedente ‘Accordo sulla Rappresentanza Sindacale’ firmato nel 2014 dagli stessi illuminati protagonisti e in cui si partiva dalla necessità dei padroni e dei sindacati di rendere immediatamente esigibili gli accordi raggiunti, escludendo la possibilità che i lavoratori possano mai mettere in discussione quanto concordato a maggioranza tra le parti, arrivando a depotenziare la stessa struttura delle Rappresentanze Sindacali Unitarie (che prevedono l’elezione diretta da parte dei lavoratori, di rappresentanti anche non sindacalizzati). Tutto in questo accordo viene leso, dal diritto dei lavoratori a decidere sugli accordi, alla libertà di scioperare e lottare senza vincoli, le stesse elezioni libere, aziendali e nazionali, sono regolamentate in modo che si costringono i comitati di lavoratori che volessero partecipare a sottostare a una normativa liberticida. Tutto viene limitato, dall’obbligo di sottoporre ai lavoratori gli accordi prima della sottoscrizione alla libertà di organizzazione e di rappresentanza. Alla necessità di una legge che garantisca la libertà di difendere i propri diritti, dunque si sostituiscono accordi di interesse di impresa (Cgil, Cisl, Uil e Confindustria difendono solo se stesse dalla crisi di adesioni e di credibilità in primis), mascherati da interventi necessari alla crescita del Paese, che non faranno altro che peggiorare la situazione e far crescere una già montante rabbia sociale. Questi due ultimi accordi tra sindacati e Confindustria, non fanno che rafforzare lo spirito derogatorio del CCNL in funzione dei cosiddetti bisogni d’impresa. Le imprese hanno ora gioco facile su salari e condizioni di lavoro, avendo come alleati i sindacati concertativi, divenuti ormai veri e propri ‘sindacati gialli’, che tenteranno di spegnere sul nascere ogni eventuale dissenso e qualunque seria riflessione sullo stato del mondo del lavoro. Da oggi la contrattazione è svuotata di senso e valore, indifferente e contraria agli interessi dei lavoratori. Il rinnovo dei contratti nazionali diventa predeterminato dall’Ipca/Istat, diventa un freddo dato statistico in un paese in balìa di qualunque interpretazione che tenda ad edulcorare la dura realtà. Ora non ci resta che prendere atto di tutto questo, e capire che, come scrisse Jack London ne “Il tallone di ferro”, noi “siamo l’inevitabile. Siamo il culmine dell’errore industriale e sociale. Ci rivoltiamo contro la società che ci ha creato”. Questo deve avvenire nella presa di coscienza che, per dirla sempre alla London, “lottare significa vivere e vivere soffrire” e che “per vedere cosa c’è sotto il proprio naso occorre uno sforzo costante”, come scriveva il buon George Orwell. Cominciamo a coltivare cartesianamente il dubbio perché è da quello che deriva la conoscenza, Infatti come asseriva Aldous Leonard Huxley, “i più grandi trionfi della propaganda sono stati ottenuti non con l’azione ma con l’astensione da questa. La verità è grande, ma ancor più grande è il silenzio sulla verità”. I lavoratori devono capire che la libertà si ottiene mettendosi in gioco, capendo ciò che sta accadendo nel mondo del lavoro, devono imparare a credere nella sacralità dei diritti acquisiti dai nostri vecchi e liberarsi da questa spirale nichilista in cui sono stati trascinati negli ultimi anni, perché come sostiene il Drugo, mio mito di riferimento, ne ‘Il grande Lebowski’, mantenersi nichilisti “deve essere faticoso da morire”. “Non date fede ai vecchi manoscritti, non credete una cosa perché il vostro popolo ci crede o perché ve l’hanno fatto credere dalla vostra infanzia – predicava il Buddha – Ad ogni cosa applicate la vostra ragione; quando l’avrete analizzata, se pensate che sia buona per tutti e per ciascuno, allora credetela, vivetela, e aiutate vostro prossimo a viverla a sua volta”.

Nel frattempo un abbraccio a tutti Voi dal Vostro autista Barnaba