Era una notte buia e tempestosa, anzi alla Pianacci era una notte grigio topo

Il destino, a volte, presenta curiosi incroci. Crocevia in cui, in potenza, ci sta già scritto tutto il futuro. E basterebbe essere così lungimiranti da ritrovarsi in grado di interpretarlo. Di gestirlo. Al meglio.

E dunque come non ripensare a una notte buia e tempestosa – originariamente, in inglese, It was a dark and stormy night. Celebre frase di Edward Bulwer-Lytton nel racconto Paul Clifford, pubblicato nel 1830 e che divenne molto diffusa per l’uso che ne faceva Snoopy, il personaggio dei Peanuts disegnato da Charles Schulz, come incipit dei suoi numerosi racconti battuti a macchina (la prima striscia in cui compare la frase è del 12 luglio 1965) – di fronte alla débâcle dei partiti tradizionali, dal Pd a Forza Italia, che ha portato Gigi Di Maio e i suoi Cinque Stelle e Matteo Salvini e la sua Lega, esponenti emergenti dell’antipolitica nata per abbattere la “casta”, a gestire l’accordo per eleggere i presidenti delle due Camere?

Come non mettere in connessione l’improbabile sodalizio, frutto del voto della maggioranza degli italiani, con la sentenza in appello che appena 24 ore prima aveva confermato la condanna a 5 anni di reclusione per le accuse di omicidio colposo plurimo, disastro colposo e falso per la tragedia (furono sei le vittime) per l’alluvione del 4  novembre 2011?
E poco importa se sul verdetto l’avvocato dell’ex sindaco ha già annunciato di voler ricorrere in Cassazione.
È vero che per la furia del Fereggiano persero la vita 6 persone: la ventinovenne Shpresa Djala e le figlie Gioia, 8 anni, e Janissa di 10 mesi, sorprese dalla piena sulla via del ritorno dalla scuola della piccola Gioia; Serena Costa, studentessa diciottenne che stava andando a prendere il fratellino a scuola; Angela Chiaramonte, 40 anni, anche lei uscita per recuperare il figlio a scuola; ed Evelina Pietranera, 50 anni, che stava tornando a casa dopo avere chiuso la sua edicola in via Fereggiano. 
E sono comprensibili le parole a caldo di Flamur Djala, marito di Shpresa e papà di Gioia e Janissa: “Ringrazio la giustizia italiana e il popolo genovese che mi hanno sempre sostenuto. Non dico che sono contento, perché nulla mi riporterà mia moglie e le mie figlie, non mi è cambiato nulla, ma almeno questi cinghiali soffrono un po’ nel loro benessere. Spero che anche Dio faccia il suo lavoro e li mandi all’inferno”. Parole che rivelano rabbia, tanta rabbia. Tutta la rabbia di chi vede negli amministratori persone colpevoli a prescindere. Quei politici che Beppe Grillo e poi Di Maio, Umberto Bossi e poi Salvini, hanno più volte additato come la “casta” colpevolmente responsabile di tutti i mali del paese. E che Flamur Djala rappresenta come cinghiali che soffriranno un po’ nel loro benessere prima che Dio faccia il suo lavoro e li spedisca ad espiare all’inferno.
Parole durissime in cui il dramma e il rimorso umano di chi vive già nell’inferno di responsabilità non completamente sue non viene nemmeno preso in considerazione. Ma per i nostri politici, additati sui social come vil razza dannata che vive e ingrassa sulle ingiustizie del popolo, l’immagine è ormai a torto o ragione abbastanza diffusa.
Argomenta il collega Davide Lentini sul suo profilo Facebook “Le sentenze non si dovrebbero commentare, vero. Così come è vero che Marta Vincenzi non ha mai brillato per simpatia, anzi: io e lei ci siamo sempre presi nei lunghi anni in cui ho fatto il giornalista a Genova. E proprio la sera di quella tragica alluvione mi buttò il telefono in faccia mentre ero in diretta in tv e le contestavo alcune decisioni (non) prese dal Comune in fatto di allerta. È anche vero che sono morte sei persone per l’esondazione del Ferregiano e che è necessario fare giustizia, ma la condanna confermata in appello a 5 anni di reclusione per il sindaco dell’epoca mi pare vada nella direzione di voler trovare un capro espiatorio a tutti i costi, da gettare in pasto all’opinione pubblica.


Errori ne sono stati commessi, e anche gravi, ma mi chiedo se possa essere scaricata su un sindaco una condanna simile per omicidio colposo plurimo, a seguito di un evento naturale così imponente come quello che si abbatté su Genova in quei giorni e le cui conseguenze sono frutto anche di scelte urbanistiche radicate nel passato della città, quando si decise di tombare corsi d’acqua, deviarne il percorso e costruire case, scuole e asili sui loro argini”.
Sentenzia Francesco Gastaldi, mai tenero nei confronti degli esponenti di primo piano del Pd genovese: “Vincenzi ha avuto anche grosse responsabilità sul piano politico, fece una giunta molto debole e con competenze molto dubbie e si circondò di dirigenti di vertice di qualità esigue”.
Qualcuno obietta che le responsabilità politiche non dovrebbero avere alcun risvolto penale.
Infine si schiera Mario Tullo, altro politico del Pd e deputato uscente: “L’ 11 ottobre del 2014, scelsi di essere al fianco di Marta Vincenzi. Lo sono anche oggi”. 
Insomma al crocevia è possibile ammirare – o deprimersi per – il cortocircuito manifesto fra politica e antipolitica. Con tutto quel che ne consegue e ne conseguirà. Non esclusa la “tirata” del magistrato genovese Enrico Zucca che strumentalmente ha messo in connessione la carriera ai vertici della polizia dei funzionari presenti a Genova nel G8 e accusati di torture con le pastoie del caso Regeni.

Era una notte buia e tempestosa, anzi fu una notte grigio topo di quasi dieci anni fa quella in cui tutto ebbe inizio. Vedi caso a Genova.
Lo raccontava proprio ieri, durante una cena fra amici ritrovatisi su Facebook, Carlo Besana il farmacista in pensione del Cep, allora e ancora oggi anima delPianacci, il circolo che ha avuto il merito di rendere migliore la vita degli abitanti del quartiere dormitorio costruito sulle colline di Pra’.
Besana è il simbolo del riscatto, il farmacista che vent’anni fa accese la miccia.

E proprio al Cep il 13 settembre del 2008 Beppe Grillo, salito in collina insieme al compagno di avventure Marco Travaglio, decise di formare le liste politiche del suo movimento.


L’occasione fu un’iniziativa in periferia che si ponesse come contraltare alla notte bianca organizzata a nome del sindaco Marta Vincenzi dal fidato collaboratore Nando Dalla Chiesa.
E la politica, in questo caso, tentò di utilizzare la solita strategia. Di fronte all’interesse crescente per l’evento – Grillo dopo il Vaffaday era ormai visto come un tribuno del popolo – il Comune cercò di fagocitare l’iniziativa e di inserirla nel canovaccio dei suoi appuntamenti. Senza riuscirvi.
All’epoca lavoravo ancora come caporedattore al Corriere Mercantile e una settimana prima, di fronte ai goffi tentativi di appropriazione, scrissi qualche riga in un articolo dal titolo “Le inguaribili debolezze della casta”:

«Grillo e Travaglio, in qualità di vendicatori della notte, avrebbero avuto buon gioco comunque, con il loro “qualunquismo di sinistra”, a fustigare i vizi ormai conclamati dei nostri amministratori, che, di fronte ai probabili “tagli” ai servizi essenziali per il mancato introito dell’Ici, preferiscono “ubriacarsi” con la musica delle notti bianche, simbolo rammodernato e rabberciato di quell’effimero edonismo reaganiano che all’inizio degli anni Ottanta aveva incominciato ad erodere il rigore della sinistra, tradizionale e non, con il fantasioso assessore romano alla cultura Renato Nicolini». 
Di fronte al ricco cartellone allestito con i soldi pubblici, a beneficio dei fruitori ma anche di chi si occupa di organizzare gli eventi, Grillo e i suoi ”Grillini” hanno preferito, quasi come vecchi partigiani, salire in collina, al Cep di Pra’, per bombardare con i loro lazzi virulenti quelli che sotto si “rincoglioniscono” al ritmo della musica. 
Tema dell’eloquio di Beppe, e non solo, il degrado collinare del ponente genovese. Ovverosia il cemento a gogò colato, non esclusivamente a Genova, ma in tutta la Liguria.
Un argomento caro alla sinistra ai margini, o emarginata dal Pd. 
E da tempo si discute sul movimento di Grillo, gruppo antipolitico, anticamera di un partito, o Libero che più libero non si può, o, ancora, al servizio del centrodestra per minare alle fondamenta la possibile rivincita del centrosinistra. Sennonché, in questo caso, i nostri amministratori che hanno preferito l’abusato per distogliere i genovesi dagli effetti di una finanziaria terribile, messi di fronte all’impegno rigorosamente militante di Grillo, di Travaglio e dei loro accoliti, con il fare tipico dei “furbetti” hanno cercato di inglobare la manifestazione del “Pianacci” anziché contrapporsi, o, meglio ancora, fare finta di niente.
Una trovata degna di un prestigiatore di bassa tacca per esprimere un pluralismo che non esiste. 

Un’altra espressione degli inguaribili vizi della nostra “casta”, da sempre troppo incline al consociativismo della “Prima Repubblica” e agli apparentamenti di quella in corso che, sabato 13 settembre, Grillo e colleghi avranno occasione di fustigare a dovere
Nella notte grigio topo del 13 settembre proprio questo accadde. Tanto che di fronte all’entusiasmo incalzante e imprevisto Grillo promise la formazione delle prime liste politiche in vista delle elezioni.

Il resto, a quasi dieci anni di distanza, è storia nota.
Con il dramma delle periferie ancora colpevolmente dimenticate dal Pd. Litania mai affrontata in cui si materializza la rabbia contro la politica tradizionale.
E dall’altra parte, sul fronte opposto, con un partito nato dal movimento dal basso organizzato attorno alla piattaforma Rousseau con la Casaleggio e Associati, qualche grande comune amministrato con difficoltà, i candidati sindaci forzati, gli abbandoni,  i fuoriusciti e gli espulsi che non mantenevano le promesse economiche.

Con un leader che si è imposto un passo di lato lasciando il palcoscenico a Gigi Di Maio e al suo visionario reddito di cittadinanza. Per arrivare a pochi giorni fa, con il recente accordicchio sui presidenti delle Camere. La classica foglia di Fico a Montecitorio e la vestale del Cavaliere a palazzo Madama, e lo scatenamento delle ire di un Travaglio sempre più freddo. Per finire con Di Maio e Salvini, recenti eroi dell’antipolitica, che si confrontano, o meglio, affrontano, sul dubbio amletico della scelta dei ministri. 
Quasi dieci anni fa era una notte grigio topo. Adesso, fra corsi e ricorsi storici, con tanto di SuperMarta Vincenzi in impotente agonia, sembrerebbe che il grigio viri al nero con ovvia trasformazione nella classica notte buia e tempestosa.  

Paolo De Totero

 

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