Giornalisti, lacchè, comunicatori, influencer, spin doctor

Sono rimasto leggermente urticato, proprio qualche giorno fa, dal commento all’ultimo mio editoriale di un comunicatore che io stimo da tempo, da quando ha preso per mano il vicesindaco Stefano Balleari e lo ha portato a diventare il braccio destro di Marco Bucci.
Il mio amico di cui non faccio il nome al fine di non fargli pubblicità gratuita – in fondo non mi pare ne abbia bisogno – mi ha attribuito cattiveria, tanta, e odio. Ribatto facendo presente che una persona che si prende talmente poco sul serio da chiedere di farsi ritrarre a corredo dell’articolo, come è accaduto in quell’occasione, come un “fuco” sorgente da un fiore con elmetto a casco di banane in testa, non potrebbe mai essere capace, per propria inclinazione all’autoironia, di tanto. Epperò, evidentemente nel clima da curva suscitato dall’ultima querelle divisiva sul successo o sull’insuccesso dell’Euroflora approdata nei parchi di Nervi, anche quel commento evidentemente può essere stato generato da qualche faziosa ragione.

Inutile raccomandare all’interlocutore di rileggersi attentamente l’articolo ove, sotto al titolo evocativo “Pucciare il biscotto” (leggi QUI), si raccontavano le epiche gesta di tanti nostri rappresentanti di istituzioni, classe politica e imprenditoriale intervenuti venerdì scorso alla “vernice” della manifestazione, esecrando, almeno un po’, quella moda ormai dilagante del comparire, del selfie, delle dirette social, della testimonianza. Del io c’ero o del c’ero anche io. Come se qualunque frangente della nostra vita, dal pranzo alla cena, dalla mise en place o en table alle uova strapazzate, dovessero avere per la storia lo stesso decisivo significato dello sbarco del d day.

Perché ormai la necessità immanente per chi frequenta i social, oltre al comparire, è etichettarsi ed essere etichettato, facilitando in qualche modo il compito di chi ti legge per inserirti, a sua volta, nelle categorie e senza avere l’incombenza di cogliere a quel punto sfumature. Qualsiasi sfumatura che potrebbe risultare deviante rispetto alla targa che ti è stata assegnata.

Perciò i comunicatori, per esempio, non sono più comunicatori e basta, cioè professionisti, o presunti tali, dell’informazione, ma di destra o di sinistra, o “pandistelle”. E non tanto rispetto alle loro personali inclinazioni politiche, ma del gruppo per cui precedentemente hanno lavorato. Né più né meno di ultras da curva, con qualche capacità di ragionamento in più mediata da corsi, letture, master e scuola “radio Elettra”o per corrispondenza che in qualche modo annoverino fra le loro materie strategie di comunicazione, di marketing, o una qualsiasi pianificazione di campagna pubblicitaria. Finendo, di fatto, per assottigliare la differenza fra chi svolge la professione giornalistica e chi fa altro.
Intendiamoci, gran parte della causa di tutto ciò sta nel manico. Cioè nella responsabilità in una buona dose, nemmeno troppo marginale, di coloro che di questi tempi finiscono per abbracciare, fra mille difficoltà, la mia stessa professione, ma anche, in maniera maggiore, di chi si improvvisa editore dando vita ai più svariati gruppi editoriali per i quali, specie on line, l’importante è comparire. In modo da dare l’impressione di esserci sempre e comunque. Anche se la notizia il più delle volte proviene da uffici stampa, o semplici comunicatori che, in quanto pagati da chi ha tutto l’interesse che la notizia venga pubblicizzata, ne forniscono una versione edulcorata. O peggio: di parte.
Una volta esistevano le fonti primarie, poche e istituzionali, che almeno all’inizio non avrebbero dovuto essere di parte. Poi, potere della comunicazione di massa, social e on line, tutti hanno preteso di darsi un ufficio stampa, o perlomeno di affidarsi ad un comunicatore. Più o meno professionale. Più o meno professionista. A quel punto il giornalista poteva decidere se assumere per buono il comunicato stampa, oppure verificare; alzarsi dalla scrivania, prendere penna e block notes e andare sul posto in cerca di testimonianze che gli consentissero di accertare meglio e personalmente quanto era accaduto o stava accadendo.
Una realtà pur sempre mediata. Ma dalle tue sensazioni e dalle tue regole etiche.
Tempi antichi in cui le redazioni dei giornali pullulavano di giornalisti o di aspiranti tali,  con tanta voglia di macinare chilometri e consumare le suole delle scarpe. L’eta’ dell’oro, insomma. Lo chiamavano giornalismo o, con qualche sussiego, giornalismo d’inchiesta.
Poi gli organici delle redazioni si sono via via assottigliati sotto i tagli delle ferree leggi economiche editoriali. Carta stampata, quitidiani e periodici hanno dovuto registrare una contrazione imponente sotto i colpi dell’informazione social e on line che, nell’immaginario collettivo, ha sostituito in tutto e per tutto quella dei giornali. 

Bellissimo e approfondito l’articolo redatto da Filippo Paganini presidente dell’ordine ligure dei giornalisti pubblicato da Genova/Impresa di marzo- aprile, di cui mi piace ricordare qui alcuni stralci giusto per riflettere: “Il giornalismo è in crisi. Ma i giornalismi possono superare la crisi. Non è un gioco di parole, né un ossimoro. Il giornalismo tradizionale, quello della carta stampata, ma anche quello della televisione generalista, è in affanno. Soffre degli effetti più generali della crisi dell’editoria. 

Filippo Paganini

Ma se da questo versante si allarga l’orizzonte a tutte le molteplici piattaforme dove si esercita oggi la professione di informare, c’è la speranza che il mestiere dello “scriba”, secondo la famosa definizione di Gianni Brera, possa conoscere un futuro meno precario del presente”. E ancora, entrando nello specifico: “L’errore commesso dagli editori, intesi in senso lato, di offrire fin dagli albori di internet i servizi gratuitamente ha viziato il fruitore, il quale ora non è disposto a pagare neanche la qualità, e, allo stesso tempo, non ha favorito la crescita di livello della comunicazione. 
Nel magma confuso, nel far west selvaggio dell’on line il linguaggio e i contenuti – e non si tratta solo del fenomeno delle fake news – raramente hanno conosciuto una cifra valoriale accettabile. Ne fa fede l’affermarsi prepotente dei motori di ricerca come meri assemblatori di notizie “rubate” ad altri agenti di informazione secondo parametri dettati da astratti logaritmi o il rifugio degli utenti più giovani in social come Instagram che veicolano in modo confuso e privatistico solo immagini prive di una sintassi comunicativa. 
Così come la dice lunga da questo punto di vista il ruolo di protagonisti della rete che hanno assunto gli improvvisati blog influencer, in genere fashion, traveller o food influencer. I sociologi guardano giustamente con preoccupazione all’atteggiamento acritico da “integrati”, nel senso definito da Eco, che assumono molti fruitori della rete di fronte a tutto ciò che arriva sui loro pc, tablet o smartphone: per loro tutto è buono, vero e giusto perché arriva dal mezzo “nuovo” e arriva gratis. 
È dal linguaggio, dai contenuti, dalla ricostruzione di uno standard di qualità, da una diversa solidità imprenditoriale, ma anche da regole e solidi impianti culturali e deontologici che l’informazione e i suoi operatori possono ripartire per delineare un futuro nella rete. 
Una sfida che impone anche una revisione della professionalità dei giornalisti, una rivisitazione delle regole di accesso al mestiere e un livello sempre più alto della formazione e dell’aggiornamento culturale: si tratta di compiti non agevoli che già impegnano l’Ordine dei giornalisti in difficoltà nel nostro Paese per la distrazione colpevole o, forse, interessata che la politica, cioè il legislatore, riserva all’urgenza di interventi riformatori nel campo dell’informazione”.

Gianni Brera

Insomma con un’offerta imponente, paradossalmente, l’età dell’oro si è spenta avvicinandoci ad una sorta di anno zero in cui, per ritrovare giornalismo professionalmente valido e meno inquinato, sarà necessario pensare a formule nuove e di qualità, magari certificata. Addirittura dagli organi professionali, quegli stessi organi professionali che alcuni, cavalcando un insano e semplicistico senso di democrazia vorrebbero abolire. In omaggio a una malintesa idea di qualunquismo in cui tutti possono e sono in grado di fare tutto e in cui a regolare l’informazione sia in definitiva esclusivamente il mercato.

Epperò al termine di questa mia masturbante elucubrazione – e mi perdoni per questo mio azzardo l’amico e collega Filippo Paganini – vorrei ritornare al risultato di tutto questo. Al proliferare dei comunicatori in senso lato, con le nuove figure inglesizzate, non a caso, oggi tanto di moda degli influencer e degli spin doctor ormai proliferanti in rete. Con molti giornalisti costretti dalle leggi della produzione a rimaneggiare e fidarsi dei comunicati stampa che arrivano nelle redazioni. Inconsapevoli e incoscienti, oppure coscienti e colpevolmente lacchè. Il più delle volte del vincitore di turno. Anche se poi, occupare in qualche modo il territorio dello sconfitto di turno, può risultare alla stessa maniera altrettanto gratificante. E naturalmente, visto che la campagna populista nei confronti della nostra discutibile classe politica si è riversata di riflesso su testate e addetti ai lavori, il gioco al massacro della maggior parte degli utenti è quello di catalogarti e in qualche modo targarti. In un esercizio facilitatore di rassicurante identificazione o negazione che un po’ a che fare con l’aborto del libero arbitrio, a mio modesto parere, lo ha. Ultimamente dopo aver visto notizie di esposti e querele su persone spacciate come professionisti del post che nemmeno sono state ascoltate, secondo una elementare regola professionale e dell’informazione, e raccolto il refolo fastidioso di presunte identificazioni con parti politiche della nostra testata, non ho potuto fare a meno, da direttore responsabile, di registrare la stessa urticante sensazione di cui parlavo all’inizio dell’articolo. Perciò voglio rassicurare tutti. Non siamo di parte anche se qualcuno si ostina a far circolare la voce. Abbiamo trattato allo stesso modo Destra, Sinistra e CinqueStelle, parlando diffusamente anche di realtà politiche minoritarie. Con libertà di critica ove ne ravvedessimo la necessità, e rari riconoscimenti ed encomi – anche se il termine non mi piace – quando pensavamo che le cose fossero state fatte a dovere e per bene.
Poi vale sempre la regola giornalistica che fa notizia l’uomo che morde il cane e non il contrario. Intendiamo praticare e continuare a praticare un giornalismo diverso, percorrendo chilometri e consumando le suole delle scarpe. Proprio come facevano i giornalisti d’inchiesta di una volta. Affidandoci a colleghi professionisti che, diversamente da altri siti di informazione locale, raccontano situazioni all’esterno di Genova e della Liguria. Ci aprono gli orizzonti sui conflitti nel mondo e parlano della mafia che ha aumentato le proprie diramazioni in Liguria fino a costruire una rete preoccupante. Ci siamo giovati dell’apporto di professionisti per coprire realtà di nicchia ed emergenti come quella della cucina. Imponendoci sempre comunque equidistanza, libertà di critica, e voglia e capacità di ragionamento. Siamo andati a farci raccontare le periferie genovesi dalla viva voce dei protagonisti e abbiamo affrontato il problema della Genova collinare con architetti,  affidandoci di rado ai politici che in molti casi sul tema hanno inteso produrre solo vuoti spot elettorali.

Maria Mittica

E mi piace, a questo proposito citare la bella recensione di Maria Mittica, abitante di Sampierdarena e pasionaria della zona tagliata in due dal muro di Lungomare Canepa. Scrive di noi Maria Mittica, che ringrazio per le belle parole: “Persone gentili, presenti, disponibili, imparziali e competenti! Ho avuto l’opportunità di conoscerle, e parlo con cognizione di causa! Buona fortuna a loro!”.
Buona fortuna a noi.

Paolo De Totero