Aridatece “er puzzone”

Marco Doria

Rosico? E chi lo sa, potrebbe anche essere. Rosico, forse. Nè più nè meno di quanti faziosamente commentano da un versante o dall’altro, simili a ultras da curva, fideisticamente, senza mai tener conto delle ragioni dall’altra parte, della forma che spesso diventa sostanza, delle contraddizioni del pensiero unico. Peraltro nemmeno troppo approfondito.
Rosico se fra i potenziali rosicatori vengono inseriti coloro che rifiutano l’obbedisco ossequioso. Quanti evitano, come perfetti soldatini, di mettere in discussione un ordine e, al contrario, pretendono di poter dissentire dopo aver ragionato con il proprio cervello. Rosico, facendo parte di quella schiera che disapprova la pratica qualunquista di buttare quel cervello all’ammasso.

Ovviamente l’ “aridatece er puzzone”, non è altro che bieca provocazione. Con esplicito riferimento all’algido marchesino Marco Doria, ei fu… – siccome immobile – Sindaco di Genova fino allo scorso anno, tanto inclusivo da essere disceso fra i comuni mortali per confondersi con i manifestanti che, agitando una bottiglietta di minerale come acquasanta contro il demonio, invocavano l’acqua per i migranti collocati in un edificio della centralissima Via XX Settembre.

Già durante il suo mandato ho avuto occasione di bacchettarlo ripetutamente per quella sua ostentata non presenza, per quella sua pervicacia nella difficoltà di comunicare con il popolino basso.
Il suo portavoce Fulvio Fania, collega  di grande esperienza politica avendo gravitato per anni nel Pci e poi nei partiti della sinistra più radicale, mi aveva confidato, a fine mandato, quanto fossero stati duri quegli anni di lavoro, con quel principale dal comportamento all’inglese, mai sopra le righe e men che mai alla ricerca del facile consenso.

Avevo sperato in un successore diverso, per empatia, con il popolino basso. Quello delle periferie, dei quartieri collinari, delle dighe dormitorio, scempio dell’edilizia popolare di una sinistra che teorizzava l’unicità della classe operaia nella sua infinita, e irrisolta, ricerca del paradiso. Che naturalmente poteva attendere. Fino a ghettizzarla per evitare, magari, commistioni borghesi. E marchiava come prodotto di Satana qualsiasi propensione per il terziario, per il turismo e per la città dei camerieri. A evidente dimostrazione che se esiste la fede cieca le chiese non sono mai una ma almeno due.

Marco Bucci

Insomma speravo in un sindaco liberale, aperto al confronto e alle discussioni. Ci avevo sperato fin dal giorno dell’insediamento. Con quel suo discorso che sapeva tanto di furbesca captatio benevolentiae. Eppero’ finalmente uno che tendeva la mano. Con la promessa di essere il sindaco non solo dei suoi elettori ma di tutti i genovesi. Cioè attento anche alle ragioni di chi non l’aveva votato. Con tanto di richiesta alle opposizioni di collaborazione. E mi ero illuso, che finalmente si superasse il muro contro muro.

E, probabilmente, mi ero sbagliato. Avevo sottovalutato l’indole esasperatamente battagliera del nuovo primo cittadino, manager prima che politico, poco avvezzo alla dialettica del confronto e incline a dare ordini e a comandare senza andare troppo per il sottile. A bacchettare e addirittura irridere i suoi potenziali nemici. Per  poi divorarli. Come se si trattasse di qualsiasi bignè della pasticceria di famiglia della moglie.

E i segnali sono diventati, a questo punto, tanti e piuttosto allarmanti.

Di più: negli ultimi giorni si sono ripetuti pericolosamente. In modo da suggerire una personalità fuori controllo. Come se i suoi mentori, il Governatore Giovanni Toti e il neo parlamentare della Lega Edoardo Rixi, avendo incombenze più gravose nell’immediato, gli avessero allentato troppo la corda e lui si fosse svestito di quelle briglie di equidistanza che all’inizio aveva promesso e si era evidentemente imposto. Facendo riaffiorare tutti i temi, le paure e le angosce, già sbandierate durante la campagna elettorale verso una destra che, in un sol colpo, intendeva cancellare decenni di battaglie sociali e civili, rimettendo in discussione principi fondamentali e leggi del nostro ordinamento.

Sintetizzava bene qualche giorno fa Left Lab Genova su quanto la parola “divisivo” possa risultare onnicomprensiva e una foglia di fico, buona per tutte le occasioni:
“Marco Bucci per Genova è per la libertà di espressione quando:
● si offendono le donne
● si fa propaganda antiabortista contro la #legge194
● si commemorano i caduti della Repubblica di Salò
● si fanno concerti nazi-rock
● si consiglia di devolvere il 5×1000 ad associazioni neofasciste
Però il #liguriapride2018 è #offensivoedivisivo
#Buccinonèilmiosindaco”.

Insomma, il caso dei manifesti, prima quello oscurantista di Roma con aborto e femminicidio strumentalmente legati, poi quello del cartellone pubblicitario di Pro Vita comparso di fronte alla chiesa di Santa Zita.
Di tenore diverso, ma pur sempre censurato dal garante per l’infanzia, hanno dato la dimostrazione di quanto il nostro Primo Cittadino dia significati profondamente diversi, a seconda dei casi in questione, al termine divisivo. E comunque il sindaco che, magari pilatescamente, avrebbe potuto rimandare tutto alla decisione del garante per i diritti dell’infanzia che da li’ a poco avrebbe dato ragione alle associazioni che hanno richiesto la rimozione con una petizione, ha preferito esprimersi. Stavolta senza pensare al fatto di poter risultare divisivo “C’è la libertà di pensiero e di espressione in Italia, cosa che talvolta a me negano, ma andiamo avanti lo stesso, c’è la libertà, quindi non mi sembra il caso che noi interveniamo su queste cose”. Avrebbe potuto attendere Il Garante dei diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Regione Liguria Francesco Lalla che ha invitato Pro Vita a rivedere il testo, lasciando la parola agli esperti.
Tenendo presente che la politica è anche arte della mediazione. E che in fondo si trattava di argomento che esplora i sentimenti più intimi. E in quanto tale fortemente divisivo. Eppero’ il nostro Sindaco non è uomo di mezze misure. Senza dubbio più un tecnico decisionista che un raffinato politico che come tale ambisce ad avere tutto, ma proprio tutto, sotto controllo.
Ad onor del vero quanto mai divisivo, in barba ai proclami e ai facili slogan di facciata. Una sorta di sceriffo di Nottingham che amministra a colpi di editto quanto accade sul territorio di sua pertinenza  e separa i suoi sudditi fra sostenitori e avversari, fra amici e nemici. Confermando, una volta di più, che quel suo pretendere di essere il sindaco di tutti altri non era che uno spottone postelettorale.

L’ultimo eclatante caso è rappresentato dalla minaccia, nemmeno troppo bonaria, “Se non ritratti, ti faccio commissariare»; «Tu devi fare quello che dico io” pronunciata nei confronti di Federico Romeo, presidente del Municipio V Valpolvecera, che avrebbe risposto negativamente alla richiesta di ritrattare alcune dichiarazioni rilasciate all’edizione genovese di Repubblica in cui criticava l’amministrazione per i tagli ai municipi. Romeo affermava che avrebbe mandato a Tursi i cittadini che si lamentavano delle mancate manutenzioni.

Poi a caso esploso, nonostante la tempestiva smentita del Sindaco, c’è stata l’immediata solidarietà a Romeo di Pd e Lista Crivello.
“Il sindaco pensa di trattare tutti come fossero suoi dipendenti e non rappresentanti di istituzioni liberamente elette che meritano il massimo rispetto – scrivono in un comunicato i cittadini diamo piena solidarietà al presidente Federico Romeo e censuriamo con fermezza il sindaco Bucci”.
Solidarietà a cui Bucci ha risposto rinfocolando la querelle “Tutto assolutamente falso. La ritengo un’ accusa non vera ed infamante. Non possiamo commissariare nessuno a meno di evidenti problemi amministrativi. Abbiamo bisogno di presidenti che facciano amministrazione e non politica strumentale”.
Una sorta di marcia indietro che la dice lunga sul preteso rapporto fra il Sindaco e i presidenti dei municipi. In pratica pretenderebbe che i presidenti dei municipi altro non fossero che tecnici ai suoi ordini, usi obbedir tacendo. Proprio come soldatini. E l’atteggiamento di Bucci la dice lunga sul rapporto fra Sindaco e suoi collaboratori culminato qualche settimana fa nell’abbandono dell’incarico appena rinnovato al Segretario Generale del Comune Luca Uguccioni che ha preferito un analogo incarico, seppur meno gratificante, nel Comune di Forlì. L’ex Segretario Generale del comune di Genova aveva parlato di “scelta di vita”. Senza però lasciarsi distrarre dalla possibilità di togliersi un sassolino dalle scarpe: “Il sindaco tratta Tursi come se fosse un’azienda privata”.
Insomma:  i limiti di un manager prestato alla politica. Bravissimo tecnico quando si tratta di rilanciare un marchio come Euroflora, lavorando e facendo lavorare le aziende partecipate e i suoi dipendenti pancia a terra, ma con evidenti limiti istituzionali e politici. Come ha dimostrato in occasione della seduta pubblica sullo scivolone del consigliere delegato con tanto di fascia tricolore alla commemorazione dei caduti della Repubblica Sociale Italiana. Con tanto di indecoroso faccia a faccia con i giornalisti che lo avevano legittimamente assediato a caccia di una risposta sulle responsabilità della scelta.

Qualcuno ha osservato, perfino con qualche ragionevolezza, che la continua querelle, strumentale o no, prettamente formale eppero’ anche sostanziale, sull’ignoranza del lessico istituzionale, in definitiva ci possa allontanare dalla risoluzione dei problemi della nostra città. E sono tanti. Il tutto, però, è la diretta conseguenza dell’aver scelto e votato un tecnico come primo cittadino. Un tecnico che, purtroppo, continua a dimostrare di non voler in alcun modo tenere in considerazione le ragioni della politica. Piegandole pericolosamente ad un sua personale visione nella quale, di volta in volta, vengono bellamente ignorate. Aumentando il senso di contrapposizione che Bucci il giorno del suo insediamento aveva promesso di voler evitare.
Una contrapposizione insanabile, almeno al momento. Una strategia negazionista in cui rischia di naufragare, sempre che ci sia, qualsiasi progetto a lungo termine per rilanciare la città.
Ne sono riprova gli atteggiamenti dell’opposizione sui buoni risultati di Euroflora, ma anche le presenze di pertinenza degli uni e degli altri sulle ultime manifestazioni in cui è stato approcciato il tema, tutora all’ordine del giorno, delle periferie e dei quartieri dormitorio sempre più degradati della nostra città.  Manifestazioni antitetiche, per dirla tutta, a cui recentemente ho avuto il piacere di presenziare. Entrambe legate, in qualche modo, alla musica che restituisce speranza di rinascita. Con un cortometraggio sugli abitanti della Diga di Begato che si conclude con Summertime di George Gershwin, intonato dal soprano Irene Cerboncini, e il concerto dell’Orchestra del Carlo Felice, diretta dal maestro Giovanni Porcile, sotto le volte del Palacep è palesemente un messaggio di speranza per gli abitanti di Begato e per quella Diga su cui Bucci recentemente si è espresso parlando di un quartiere e di un manufatto da abbattere:

“E’ estate, e vivere è semplice
i pesci saltellano in acqua e tutti vanno d’accordo
oh, il tuo papà è ricco e la tua mamma è bellissima
quindi silenzio, bambino, non piangere
Uno di questi giorni
ti alzerai cantando
poi spiegherai le tue ali
e volerai fino in cielo
ma fino a quella mattina
non c’è niente che possa ferirti
se mamma e papà sono lì al tuo fianco”.

Il concerto del Palacep e’ stato un riconoscimento per una periferia che attraverso il lavoro, i sacrifici e l’associazionismo ce la sta facendo o ce l’ha fatta. Un percorso iniziato quindici anni fa con un concerto, sempre  dell’Orchestra Carlo Felice, su una piazza gremita in un paesaggio dove allora spiccavano le torri dei palazzoni e, l’altra sera, era invece coperta dalla volte del Palacep diventato simbolo di una interazione degli abitanti. Non a caso il sovrintendente della Teatro dell’Opera, Maurizio Roi, ha parlato di un capolavoro.

Eppero’ l’una e l’altra manifestazione sarebbero state l’occasione per una riconciliazione politica che dimostrasse quanto possano essere unite opposizione e maggioranza nella voglia di rilanciare la città. Anche quella parte definita per antonomasia luogo di emarginati e di emarginazione.

Occasioni perse dall’una e dall’altra parte. Visto che la sinistra ha preferito presenziare in massa alla presentazione di Digavox e il centrodestra celebrarsi al Palacep. Come ad esaltare due propensioni, quella di lotta e quella di governo, che invece una classe politica che si rispetti dovrebbe aver l’accortezza di associare e conoscere, prima di tutto, per poi farne consapevolezza e unica battaglia.  Inviti lasciati cadere da parte degli amministratori comunali alla presentazione del Digavox e allo stesso modo dimenticati, nel caso del Palacep, da parte di ex sindaci e onorevoli della sinistra, che pure alla rinascita del Cep di Pra’ avevano contribuito nel corso degli anni.
Mentre, a mio modesto avviso, la suggestione e la speranza di tutti i genovesi è che finalmente la musica cambi. Almeno un po’. Passando dalle contrapposizioni di facciata alla comprensione e alla consapevolezza delle ragioni degli altri. Mentre in mezzo i cittadini aspettano. E l’estate della speranza “Summertime” è alle porte.

Paolo De Totero

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