Il Sindaco Bucci e il caffè con gli abitanti della Diga. La storia di quelli che volevano metterci il cappello

Come in ogni storia d’amore, o presunta tale, il lieto fine è d’obbligo. Un po’ come il flirt, che sembrava durare lo spazio di un lampo, fra Matteo Salvini e Giggino Di Maio, e poi, tutti ci ha stupiti, cementandosi in poche ore, pochi giorni dopo la buriana, e trasformato in una duratura storia d’amore a tre. Anzi a quattro. Anzi a cinque: Di Maio, Salvini il prof. Giuseppe Conte, il ministro Paolo Savona e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Una storia un tantinello affollata. Con le scuse bofonchiate da quel guitto del neo ministro del lavoro che, qualche giorno fa, si stracciava le vesti gridando all’alto tradimento. Così e’ se vi pare. 

Comunque oggi svesto i panni della Repubblica (del resto il 2 giugno e’ ormai passato) per indossare nuovamente quelli evergreen dell’Umarell autosguinzagliatosi fra i cantieri.
Pensionato fra i pensionati, preoccupati per i propri risparmi.

Perciò la notizia del lieto fine, trasferito sino a noi, in una città che per troppo tempo ha snobbato il problema delle periferie. Querelle di cui spesso e volentieri, molti hanno parlato, e straparlato, non conoscendole o frequentandole affatto. A volte vivendole solo per proclami dall’interno del proprio eburneo castello, o relegati nei rispettivi quartieri residenziali. Sulla pelle di quanti quotidianamente, abitandoci, quelle realtà le vivono. Giorno per giorno. Problema per problema. Con quel senso di marginalizzazione all’origine di tanti populismi. Con una spossatezza ormai vicina alla disillusione e, peggio, con la remissione della consapevolezza del dramma popolare.

E finalmente il Sindaco Marco Bucci – originario di Nervi, una lunga parte della sua vita vissuta da manager negli Stati Uniti, e poi rientrato a  Genova e residente in Carignano, nelle vicinanze della pasticceria di famiglia della moglie – ha battuto un colpo. Decidendo di confrontarsi personalmente con i suoi cittadini. Promettendo di materializzarsi  anima e corpo, per dialogare con il popolo della Diga.

Colpa o merito, o forse un po’ l’una e un po’ l’altro, dei miei colleghi Fabio Palli e Simona Tarzia, che insieme a me lavorano per Fivedabliu, e dei coautori del docu film #DigaVoxLudovica Schiaroli e Ugo Roffi.

Meno di un mese fa ho partecipato personalmente, proprio come farà fra qualche giorno il Sindaco Bucci, alla presentazione del primo filmato – spero di una lunga serie – sull’edilizia popolare in collina.
Sono salito alla Diga di Begato e ho visto cose…. Una per tutte: un terrazzo lungo e stretto trasformato in una sorta di scantinato in plein air, senza però alcuna ringhiera. Terrazzo sul quale, comunque, a quanto mi hanno detto, gli abitanti stendono regolarmente sulle corde. Avventurandosi in una sfida con il baratro sottostante fatta di necessità e quotidiana incoscienza. 

Gli autori di #DigaVox insieme ai protagonisti del docu film

Ho assistito alla presentazione del video #DigaVox con la presenza degli autori, degli abitanti – alcuni di loro protagonisti con la loro storia e le loro richieste – con le parole dei politici, quasi tutti di sinistra, anche se per onestà non posso tacere la partecipazione dell’avvocato Antonio Oppicelli, candidato in senato e poi nominato vice commissario di Fratelli d’Italia. Ho ascoltato le parole di Stefano Quaranta già deputato di Liberi e Uguali, l’introduzione di Federico Romeo, il presidente del Municipio V Valpolcevera, che ha fra le sue deleghe anche i rapporti con ARTE.
Ho riscontrato l’attenzione di Cristina Lodi, Marco De Ferrari, Gianni Pastorino, Gianni Crivello. Ho ascoltato riflessioni sulla 167 e ordinarie promesse. Ho respirato la paura degli abitanti, divisi fra la boutade del sindaco che tempo fa aveva detto che la Diga era da abbattere, e l’ordinaria amministrazione di alcuni delinquenti che hanno fatto della Diga il loro quartier generale. Mi sono chiesto se, in mancanza di ARTE che provveda al ripristino e del Comune, che sovrintenda l’assegnazione degli alloggi sfitti, alla fine qualcuno non abbia provveduto da solo, suggerendo occupazioni e mettendo su un redditizio sistema alternativo. Il tutto in un clima un po’ surreale in cui, a presentazione terminata, sono stato avvicinato da un gruppetto di altri abitanti strafottenti che mi hanno apostrofato chiedendomi se lì vicino, a pochi metri, si stesse tenendo una manifestazione.

Matteo Macor, giornalista di Repubblica e moderatore della prima presentazione di #DigaVox al Quartiere Diamante

Poi ho avuto notizia di una ulteriore presentazione molto partecipata al Cap di via Albertazzi. Un trittico che si concluderà al Teatro Altrove nei prossimi giorni.

Nel frattempo Fabio Palli, regista delle pillole #BucciRispondi, Simona Tarzia, Ugo Roffi e Ludovica Schiaroli si sono spesi sulla pagina Facebook di Digavox pubblicando una serie di appelli degli abitanti a Marco Bucci in cui lo invitavano a Begato a prendere un caffè con loro per provare a mettere a fuoco le loro problematiche. Un lavoro capillare a cui nessuno ha reso merito. Il tutto con  il successivo crescente interessamento dei media. Soprattutto su “La Repubblica”. E mentre lo sventurato Bucci risponde che sì, si poteva fare, fissando anche la data per l’incontro. Il 18 giugno. Proprio una decina di giorni dopo il convegno sulle periferie organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio al PalaDiamante. 

E a quel punto è stato tutto un rincorrersi fra giornali, siti on line e giornalisti, nell’attribuirsi il merito e la paternità di questo incontro. Ne ha parlato persino l’intellettuale Luca Borzani nel suo editoriale ospitato da “La Repubblica”. Del resto Borzani compare come storico ed esperto nel video in questione “DigaVox”. Solo che si è scordato di dare a Cesare quel che è di Cesare. L’unico nome che compare nel lungo saggio è quello del regista Ugo Roffi. Gli altri, da Ludovica Schiaroli a Simona Tarzia, a Fabio Palli, vengono probabilmente compresi nel drappello di “ un gruppo di operatori della comunicazione” che Borzani utilizza, forse per non scontentare nessuno. Dall’attentissimo Luca mi attendevo maggiore e miglior precisione.

Insomma il rinnovato atteggiamento del primo cittadino/manager, così concentrato sul fare e poco sui confronti e dibattiti, politicamente non è cosa da poco. Anche perché, da testimone, alcuni giorni dopo assistendo al concerto dell’orchestra del Carlo Felice al Palacep avevo registrato con un po’ di stupore la presenza di tre esponenti del centrodestra, gli assessori Ilaria Cavo, Elisa Serafini e Arianna Viscogliosi. Un terzetto a rappresentare le amministrazioni regionale e comunale. Mentre i pentastellati Luca Pirondini e Alice Salvatore erano seduti fra il pubblico. E, al contrario, non avevo potuto fare a meno di riscontrare l’assenza di ex sindaci del centro sinistra e parlamentari del Pd e della sinistra. Assenti nonostante fossero stati regolarmente invitati. Come se le periferie in via di resurrezione fossero ormai cosa di esclusiva pertinenza del centrodestra e quelle ancora tutte da redimere un problema di stimmate della sinistra.

L’Orchestra Sinfonica del Teatro Carlo Felice al Palacep

E così il passo di Bucci verso il dialogo mi è sembrato un bell’esempio di apertura dopo tante belle parole sul sindaco di tutti.
Anche perché, conclusosi finalmente questo clima di elezioni continue, ora probabilmente, da una parte e dall’altra, si potrà pensare a ricostruire sulle macerie. E forse per le periferie e per i loro abitanti finirà quella sventurata impressione di essere “figli di nessuno”.

Pd e Centro Destra dovranno per forza di cose ricominciare a fare politica sul territorio.
Non a caso Marco Marsano, mio amico social risponde per le rime e senza mezzi termini a questo post del reggente del Pd Maurizio Martina che, ancora un po’ sulle nuvole e con i piedi distaccati dal suolo, lancia il suo anatema al nuovo governo: “Il governo populista e di destra che nasce ha un programma pericoloso per il Paese e le giornate che abbiamo alle spalle purtroppo confermano le nostre preoccupazioni di sempre. La loro azione sino a qui è stata un mix di estremismo, antieuropeismo e iniquità. Noi lavoreremo subito dall’opposizione per costruire con serietà e determinazione l’alternativa forte e popolare di cui il Paese ha bisogno. Lo faremo con tanti che non si rassegnano ai rischi che il governo Salvini-Di Maio porta con sé”.
Insomma, scrive Marsano: “Mi raccomando, casa per casa, fabbrica per fabbrica, periferia per periferia, i voti che avete persi li troverete lì, impastati nella merda più spessa. Esattamente dove li avete lasciati il 4 di marzo. Ora come ora siete diventati il partito dei quartieri bene. Né più né meno”.
Un appello a ripartire da lì che in qualche modo fa suo anche il divisivo prof. Simone Regazzoni, il popfilosofo nemico dei salotti che ipotizza da tempo un nuovo soggetto politico. Spiega Regazzoni “LO SMANTELLAMENTO DEL POLITICAMENTE CORRETTO (FINALMENTE)”.

Uno dei fronti di battaglia del nuovo governo sarà il linguaggio. E più precisamente lo smantellamento del politicamente corretto. Hanno già iniziato. Ora, la sinistra potrà indignarsi ad ogni genitore 1, genitore 2 gettato nel cestino della storia per recuperare “mamma” e “papà”, oppure potrà fare autocritica rispetto a una delle più insopportabili, subdole e idiote operazioni di limitazione della libertà di pensiero ed espressione: il politicamente corretto.
Sono tra quanti ha sempre duramente criticato il politicamente corretto, in teoria e nella mia prassi intellettuale, beccandomi ora del machista ora del fascista, ecc. Una certa incapacità della sinistra in questi anni di elaborare pensieri forti è legata anche al fatto che si è rinchiusa nel recinto sterile del politicamente corretto.
Auspico che su questo fronte il ritorno alla libertà piena di espressione che comporta la capacità di gestire il conflitto sia fatto proprio da tutti. L’altra opzione è passare i prossimi anni a gridare come fanno Zucconi e la Cirinnà “fascisti, razzisti, omofobi, ecc.”, rendendoci ancora più insopportabili al popolo. 
Ecco, e quindi in nome del desueto politicamente corretto, una volta tanto non usato a sproposito, inviterei tutti a metterci su il cappello, al problema delle periferie. Per quanto rischioso e sdrucciolevole. Metterci il cappello senza dimenticare nessuno.
Essere in tanti in fondo non guasta.
Metteteci il cappello a questo inizio di dialogo Bucci/abitanti con sorseggiamento di caffè della pace. Metteteci pure il cappello, e venite a sorbirlo il “caffetino” sotto i bastioni corrosi  della Diga, ma solo dopo aver portato in aiuto il vostro sudato granello di sabbia. Lì sarete obbligati a rimanere con i piedi per terra. Perché la maggior parte di ascensori non funziona. E il lieto fine, a ben vedere, è ancora lontano. Come accade qui per gli ascensori, lo stiamo sempre aspettando.

Paolo De Totero

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