Famiglie Arcobaleno, Grassadonia: “Serve una legge nazionale che riconosca la doppia genitorialità. Abbiamo il diritto di essere famiglie a pieno titolo”

Genova – Il 19 febbraio 2013 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con una sentenza dai toni rivoluzionari (QUI il testo in italiano), dichiara che “la relazione esistente tra una coppia omosessuale che convive di fatto in maniera stabile, rientra nella nozione di vita famigliare –  ai sensi dell’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo – così come quella di una coppia eterosessuale che si trova nella stessa situazione”.

La sentenza riguardava il ricorso di una coppia di donne austriache alle quali era stata negata la possibilità di legalizzare il legame familiare tra il genitore non biologico e il figlio della partner (la cosiddetta stepchild adoption),  e che lamentavano di essere state discriminate sulla base dell’orientamento sessuale in quanto la legge austriaca prevedeva questa stessa possibilità per le coppie eterosessuali non sposate.

La Corte EDU ha dunque sancito che la differenza di trattamento tra coppie gay ed eterosessuali non è necessaria per proteggere la famiglia o il preminente interesse del minore, stabilendo di fatto che l’orientamento sessuale è del tutto neutro in relazione alla capacità genitoriale.

Eppure nel nostro Paese accade che le prime parole di Lorenzo Fontana da  Ministro per la Famiglia siano la negazione di questi principi: “Per legge le famiglie arcobaleno non esistono”.

“Il Ministro Fontana dovrebbe farsi un bagno nella realtà del 2018”, commenta Marilena Grassadonia, Presidente di Famiglie Arcobaleno, l’associazione dei genitori omosessuali che dal 2005 lotta per ripensare il tema della famiglia senza pregiudizi e promuovere il cambiamento culturale.

“Ci sono tantissime sentenze di Cassazione che mettono al centro il preminente interesse del minore e sono sentenze positive che danno la possibilità a questi bambini di avere due genitori riconosciuti per legge”, continua Grassadonia, intervenuta con l’associazione al Liguria Pride di sabato scorso, in testa al corteo proprio “per dare visibilità e rilanciare la battaglia per il riconoscimento della doppia genitorialità”.

Sono parole dure quelle rivolte dalla presidente al neo ministro, colpevole di “nascondersi dietro pregiudizi, ideologie, opinioni personali” senza tener conto del fatto che “è un ministro della nostra Repubblica e ha una responsabilità verso i suoi cittadini e le sue cittadine, e tra questi ci sono anche i nostri figli che noi vogliamo tirar sù anche spiegando loro che si può essere orgogliosi di essere italiani”.

La strada per una legge nazionale che riconosca pari diritti alle coppie di padri e di madri è ancora lunga ma “ci sono sindaci che stanno assumendosi una responsabilità politica molto importante trascrivendo certificati di nascita con due mamme o due papà. Sono atti di civiltà ma anche atti politici che vogliono dire al Parlamento che c’è un’emergenza e bisogna tutelare questi bambini“.

Desiderano essere famiglie a pieno titolo, queste madri e questi padri, senza intralci burocratici.
In fondo, l’amore di un genitore non può essere subordinato a un rapporto genetico-biologico che sia il solo a dare costituzione allo status giuridico di genitore e figlio.

O forse sì?
A Genova, ad esempio, il Sindaco Bucci ha rifiutato il riconoscimento della genitorialità a tre famiglie omosessuali che ne avevano fatto richiesta all’anagrafe: “Al Sindaco Bucci e ai sindaci che non ne hanno ancora avuto il coraggio diciamo che devono assumersi la responsabilità politica di dare a questi bambini una possibilità di sentirsi pienamente riconosciuti. Nascondersi dietro al fatto che non ci sia una legge chiara è una risposta che noi non possiamo accettare da parte di una persona che è un’istituzione“, conclude Grassadonia.

Un figlio è il frutto di un desiderio condiviso. Una famiglia è quella che ti accoglie e ti educa con amore e rispetto.
Il resto, sono solo scuse.

Simona Tarzia

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