Korea

 

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Finalmente anche noi, italiani, abbiamo potuto gioire per questi mondiali di calcio di Russia. Gufologi voyeuristi, costretti a guardare, ma a non praticare, dalla mancanza di nazionale azzurra, ci eravamo via via concentrati sui francesi, sussiegosi cugini d’oltralpe figli, si fa per dire, visto che la maggior parte dei giocatori è figlia delle ex colonie e non solo, di quel Macron che ultimamente tanto ci sta sul gozzo. Poi avevamo puntato la Svezia orfana di Hibra – che, da casa, scommette da par suo con faccia da “zingaro” e gesto che manco un borseggiatore o il mago Forrest-nazionale – che ci aveva scippato la possibilità di allinearci, insieme alle altre al via della competizione. Ci eravamo ridotti persino a qualche retropensiero portasfiga pure nei confronti del Portogallo di Cr7 e della Spagna di don Andres Iniesta. Con occhio malaugurate per l’Argentina di Leo Messi. E titoli gag dal ”Messi male” a quello leggermente blasfemo “La Messi è finita …. andate in pace”. 

Eppero’ poi abbiamo gioito, almeno un po’, tutti insieme, per l’imponderabile risultato della madre di tutte le battaglie che si è svolta a Kazan, cittadina distante dall’attuale Volgograd la vecchia Stalingrado, circa 14 ore in automobile. E tutti ci siamo, almeno un po’, lasciati prendere la mano, interpreti del consolatorio “mal comune mezzo gaudio”, di fronte alla sconfitta dei tedeschi patita dalla Corea del Sud. Godendoci le espressioni, tra il tragico e l’incredulo, dei volti in lacrime dei tifosi tedeschi. Trasformato da affranti in gaudenti , e subito digitanti sui social. Inconsolabili teutonici, con un commissario tecnico Joachim Low, che ha il cognome che suona come l’amore del “ peace and love” inglese, e si è subito preso tutte le responsabilità del caso parlando di una eliminazione meritata. Eppero’ troppo tardi, visto che anche per me, che solitamente rifuggo i post banali, la tentazione era stata troppo forte. E sul mio profilo avevo già commentato “Cara Frau Merkel, ognuno prima o poi trova la sua Corea”. Rievocando la disfatta del lontano 1966. Quando la nazionale di Mondino Fabbri venne rimandata a casa dal dentista Pak do Ik. Fino a d allora il sinonimo di disfatta italiana era stato “Caporetto”. Ma da quel giorno, dal 19 luglio del 1966, ridimensionati da quelli che Valcareggi aveva definito “ridolini” “Caporetto” e il suo significato di disfatta venne sostituito dal più immaginifico Corea. Potere della palla rotonda.

Mentre qualcuno più sensibile ai fatti della storia, sempre ieri, osservava che ai tedeschi la Russia non aveva mai portato fortuna. Già Frau Merkel e i tedeschi, nipotini e pronipoti del nazismo, negazionismi e non, bersaglio dei sovranisti e talvolta degli antifascisti nostrani. Quelli che nell’avvicinarsi della celebrazione del 30 giugno l’assessore leghista alla sicurezza ha marchiato, senza mezzi termini, come “zecche”. Tutto mischiato, come un cocktail mal riuscito, nel risultato di una partita di calcio. Con sovrapposizioni emozionali che non tengono conto ne’ della storia, ne’ delle sfumature e, tantomeno, del fatto che lo sport, alla fin fine dovrebbe unire più che dividere. Al di sopra delle miserie di certa politica.

Guardate per esempio la foto di qui sopra. Con Leo Messi assediato da un gruppo di nigeriani durante la partita della vita. Bianco in balia di quattro neri, quelli accusati, a torto o a ragione, di aver drogato e abusato della giovane di Macerata e di averla poi fatta a pezzi. Come se si fosse trattato di un rito tribale, o peggio di cannibalismo. Miracoli di facebook. Anche perché qualcuno fa notare che nella foto originale a contrastare lo sperduto Leo erano solo due nigeriani e che altri due erano stati aggiunti a bella posta. Probabilmente per destare le coscienze non inclusive nel bel mezzo della diatriba su sbarchi e Ong.

Già lo sport che unisce, o peggio, viene utilizzato come elemento divisivo. Poi, sempre lo sport, ma non quello predatorio, ma della palla ovale. E per giunta femminile ci offre qualche considerazione che ci rimette in pace con la coscienza. “La Lega del Rugby australiana qualche giorno fa ha postato una foto che ritraeva Karina Brown e Vanessa Foliaki, due giocatrici di due squadre rivali, la Queensland e la New South Wales, mentre si scambiavano un bacio a fine partita. Apriti cielo: la foto è stata presa di mira da omofobi e intolleranti della peggior specie, che hanno accusato nel migliore dei casi la Lega di fare propaganda politica. Ma la risposta della Lega non si è fatta attendere: “Benvenuti nel 2018, non vediamo l’ora che ci raggiungiate anche voi” ha scritto su Facebook, per aggiungere: 

“Se possiamo postare una foto di Cooper Cronk (un rugbista, ndr)e sua moglie Tara mentre si baciano, allora possiamo condividere anche un’immagine di Karina Brown e Ness Foliaki mentre fanno la stessa cosa”. Brown e Foliaki stanno insieme dal 2014: si sono conosciute quando sono state scelte entrambe per far parte della nazionale australiana di rugby. Ma per quanto riguarda i campionati interni, hanno sempre giocato in squadre differenti e più di una volta si sono scontrate sul campo da gioco. Alla fine di ogni incontro, si salutano con un abbraccio o un bacio. E questo è tutto quello che c’è da sapere, perché la loro è una relazione normale, come ce ne sono tante. Interrogate sulla questione, le due giocatrici hanno commentato: “Ci siamo spesso scontrate sul campo da gioco, ma la Women’s State of Origin è stata la sfida più grande da quando stiamo insieme”
Ecco condivido tutto. Per dirla alla Macron, una volta simbolo anche della sinistra. En marche, verso il 2018.

Giona

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