Sbarazzino e le becche rosse

 

Ragazzi ci avviciniamo. Nel senso che oggi, giornata di duplice celebrazione dei santi, Pietro e Paolo per la precisione, è anche il dì della vigilia.
Vigilia di quell’altra celebrazione, storica e politica, di appartenenza, ma non ecumenica nè tantomeno religiosa.
La giornata dei moti di De Ferrari. Quella dei camalli, insorgenti rivoluzionari con la maglietta marinara a strisce orizzontali bianche e blu o bianche e rosse. Come si trattasse di gondolieri qualunque che, al posto del remo, brandivano l’uncino.
La celebrazione della ricorrenza del cinquantottesimo compleanno di quel giorno è alle porte. Non senza aver prodotto strascichi polemici.
Ma l’evento è soltanto lo spunto occasionale per parlare d’altro.
Da tempo perseguo, insieme a qualche collega e ad alcuni amici di facebook, l’intento dell’utilizzo sui social di parole non offensive, anche per confronti e concetti divisivi.
Insomma, la dialettica delle idee, lasciando da parte le parole che feriscono come lame. Ho postato qualche giorno fa una sorta di galateo per gli utenti di facebook che ha avuto qualche condivisione.

Epperò, tornando alle manifestazioni di domani, sono costretto ad osservare che il mio sforzo non ha avuto gli esiti sperati nemmeno fra i  miei amici.

L’esempio calzante è quello dell’assessore alla sicurezza Stefano Garassino, ruspante ruspista alla corte del capitano Matteo Salvini, eletto recentemente da molti massmediologi statista e reuccio dell’attuale comunicazione politica.
Quello de “La pacchia è finita, non sbarcherete in pace”.
Ultimo esempio, sempre in quota Lega, appunto quello delle “zecche rosse” con tempestiva risposta comparsa sui muri: “Garassino infame”, o il genovesismo “Garassino rumenta”.

Quasi istantanea la dichiarazione di solidarietà della “Lega Liguria-Sezione Genova Centro: Ci risiamo…solidarietà al nostro Assessore alla Sicurezza e amico Stefano Garassino, per la comparsa sui muri di scritte incivili da parte dei soliti autori. Dalla Sezione Storica Centro, dai gruppi consiliari del Municipio I Centro Est e del Municipio III Bassa Val Bisagno”.

Oppure da Teresa Lapolla: “L’ Assessore Stefano Garassino é stato preso di mira fin da quando si è insediato e nonostante ciò a testa alta ci mette la faccia, ad ogni convegno, ad ogni manifestazione o sopralluogo al fianco dei cittadini.
Lui va fiero della stima delle persone per bene. ANPI, Cgil e compagni che non prendono le distanze da questi parassiti vigliacchi di cosa devono andare fieri?! Dalla parte della legalità sempre!”.
Ecco, appunto…. dalla parte della legalità sempre. Che faccio mia, permettendomi addirittura di suggerire che, se nella comunicazione istituzionale ognuno stemperasse i toni, alla fine vivremmo tutti più tranquillamente e un po’ meglio. Perciò al povero Garassino mi pregerei di consigliare di variare un po’ il tema, sfuggendo la banalità e rivolgendosi alle “zecche rosse” con un altro epiteto ironico/ciarliero. Tipo “becche rosse” ove, da vocabolario, il termine “becca” sta per “Sciarpa di seta portata a tracolla nei secoli passati da ecclesiastici, magistrati, universitari” o, a piacere “Striscia di seta che serviva a legare le calze”. Un’evidente connotazione di parte, quella sciarpa rossa.

Da utilizzare anche, più puntutamente, “pecche” rosse. Nel senso di “parziale alterazione dell’integrità qualitativa, spesso poco o punto appariscente: qualche magagna”. Da escludere assolutamente “checche rosse”, che contiene un’offesa di genere, dopo lo scivolone del mancato patrocinio al Liguria Pride.

E parimenti agli antagonisti che, risentiti, imbrattano in maniera infantile i muri, potrei suggerire di storpiare il nome dell’assessore trasformandolo da Garassino in Sbarazzino, che assolutamente non vuole ricordare i capi in disuso soggetti a sbarazzo, ma sempre da vocabolario “Monello o ragazzo dal comportamento vivace e irrequieto, privo però di cattiveria e di malizia”. Oppure utilizzato come aggettivo quel soggetto “Improntato a una certa simpatica spavalderia”. Perciò l’assessore sbarazzino e le becche rosse. Che forse un po’ di ironia a buon mercato nel cortocircuito del dibattito politico non guasterebbe. “Abbassiamo i toni” avrebbe suggerito una volta di più il presidente Emerito Giorgio Napolitano.
L’arma canzonatoria dell’ironia non fa vittime. Al massimo, con una risata, ferisce profondamente. Nell’orgoglio.

Giona

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