‘Ndrangheta: confiscato il patrimonio dei “Labate”. Beni per 33 milioni di euro tornano alla collettività

SALE AD OLTRE 630 MILIONI DI EURO IL VALORE DEI BENI SOTTRATTI ALLE COSCHE NEGLI ULTIMI 18 MESI DALLA GUARDIA DI FINANZA DI REGGIO CALABRIA

Reggio Calabria – Il Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria e il Nucleo Speciale Polizia Valutaria, con il coordinamento della Procura della Repubblica diretta dal Procuratore Giovanni Bombardieri, sta eseguendo questa mattina un provvedimento di confisca dell’ingente patrimonio riconducibile a soggetti appartenenti alla cosca di ‘ndrangheta “Labate”.
Il tutto per un valore complessivo di circa 33 milioni di Euro, costituito dal patrimonio e dalle quote sociali di 5 complessi aziendali, 62 beni immobili (fabbricati e terreni) siti in Reggio Calabria, 3 autoveicoli e rapporti finanziari/assicurativi e disponibilità finanziarie.

Tra i soggetti interessati dalla misura di prevenzione anche un esponente di vertice della cosca, Michele Labate (classe ’56), condannato in via definitiva per 416-bis, il reato di associazione per delinquere di tipo mafioso. 
Poi il fratello Pietro Labate (classe ’51), soggetto ritenuto al vertice dell’omonima cosca, già sorvegliato speciale di Pubblica Sicurezza, e  sottoposto nel 2015 a fermo di indiziato di delitto dal G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Reggio Calabria per il reato di intralcio alla giustizia aggravato dalle finalità e modalità mafiose. Minacciò, infatti, una testimone di un processo contro il fratello Michele e altri esponenti della cosca, per spingerla a commettere  falsa testimonianza. Per questo reato è stato condannato, con sentenza confermata dalla Corte di Appello di Reggio Calabria il 22 settembre 2016, alla pena di anni 5 di reclusione.

Pietro Labate, latitante dal 2011 al 2013, ritenuto il boss della cosca

Sottoposti al provvedimento di confisca anche i fratelli Giovanni e Pasquale Remo, già condannati a 15 anni – ma non in via definitiva – per concorso in associazione per delinquere di tipo mafioso.

Nel sequestro rientra anche il patrimonio degli eredi di Antonio Finti (classe ’42), imprenditore del reggino la cui vicinanza ai Labate è stata ricostruita attraverso le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che lo indicavano come un soggetto a disposizione della cosca “Labate” e deputato al reimpiego dei proventi illeciti attraverso acquisizioni immobiliari. Gli accertamenti degli inquirenti, che hanno ricostruito  i flussi finanziari e le vicende economiche dell’intero nucleo familiare del Finti a partire dal 1972, hanno appurato che gli investimenti immobiliari effettuati nel tempo erano stati del tutto sproporzionati rispetto alle risorse lecite disponibili.

I fratelli Michele e Pietro Labate, e Giovanni e Pasquale Remo, sono stati sottoposti anche alla misura personale della Sorveglianza Speciale di P.S.

L’esistenza e l’operatività della cosca Labate nella zona sud di Reggio Calabria, in particolare nei quartieri di Gebbione e Sbarre, è stata accertata con più di una pronuncia passata in giudicato che ha accertato il ruolo di primo piano dei fratelli Michele e Pietro Labate nel controllo assoluto delle attività economiche legate al commercio della carne all’ingrosso, una posizione monopolistica che risale già al lontano 1987.
Le indagini hanno ricostruito tutte le transazione economiche poste in essere negli ultimi trent’anni sia dai fratelli Labate che dai fratelli Remo, accertando come gli investimenti fossero stati effettuati con denaro di provenienza delittuosa, derivato da attività imprenditoriale svolta secondo modalità mafiose.

Simona Tarzia