MOAS: la onlus dà il via all’asta sulla disperazione

Scrive Salvini: “650.000 sbarchi, 430.000 domande di asilo, 170.000 immigrati mantenuti in case e alberghi. Ma questo per i “digiunanti” buonisti non è abbastanza e “Salvini è come Mussolini”. Buon digiuno, io mi faccio un doppio panino col salme alla vostra salute”.

Destinatario di questo messaggio al vetriolo è Padre Zanotelli, uno dei preti di strada scesi in piazza contro Salvini che stanno mettendo in atto lo sciopero della fame in opposizione alle politiche migratorie del ministro leghista.
Il  “nuovo” Matteo, infatti, sciorina numeri che dietro nascondo uomini e storie, drammi e vite spezzate. E alimenta le polemiche.

Partiamo da qui, da uno scontro che non lascia fuori nessuno. Nemmeno Gino Strada e la Croce Rossa.


Ricapitoliamo.
Emergency pagava 150.000 Euro al mese per le spese logistiche a MOAS (Migrant Offshore Aid Station), organizzazione umanitaria con sede a Malta, di proprietà del miliardario e attivista statunitense Christopher Catrambone, specializzata nella ricerca e nel soccorso in mare.
MOAS alza il tiro.
Chiede dapprima 180.000 Euro, poi 230.000.
Alla fine sfratta Emergency, costretta a sbarcare immediatamente, perché la Croce Rossa è disposta a pagare 400.000 Euro.
Questa la denuncia di Gino Strada, durante la trasmissione #Inonda su La 7.

Seguono le solite dispute enfatizzate sui social media e, naturalmente, la replica di Croce Rossa che in un comunicato stampa scrive: “La nostra missione è salvare vite, non fare polemiche politiche. Polemiche strumentali che non fanno altro che trascinare nell’agone politico un tema di umanità”.

“Nelle ultime ore siamo stati inconsapevolmente protagonisti di un dibattito ideologico da cui prendiamo immediatamente le distanze – continua la nota -. Eppure però teniamo a sottolineare alcuni punti sostanziali per restituire verità a tutta l’operazione SAR nel Mar Mediterraneo di cui ci siamo fatti carico nel 2016. 
La Croce Rossa Italiana è salpata con proprio personale medico-sanitario a bordo di entrambe le imbarcazioni del MOAS, Phoenix e Responder, tra giugno e agosto del 2016 fino alla conclusione dell’operazione nel dicembre dello stesso anno. Quella missione, grazie alla quale sono state tratte in salvo più di 9 mila persone in 5 mesi, è stata resa necessaria dall’interruzione del programma ‘Mare nostrum’ e dall’aumento delle vittime in mare. Si è trattato, quindi, di un’operazione temporanea e cuscinetto, tesa a riempire quel vulnus creato dall’assenza di politiche sufficienti.  
Tutta la missione si è svolta in un quadro di aiuto internazionale, seppur gestita dalla CRI. La Federazione Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, infatti, ha finanziato l’intera operazione grazie a un appello internazionale, interno al nostro network cui hanno risposto diverse Società Nazionali, fornendo fondi, personale sanitario e logistico, kit igienico sanitario e materiale utile all’assistenza sia a bordo delle navi, sia durante lo sbarco. Non sono stati utilizzati quindi finanziamenti pubblici italiani, ma ovviamente si è lavorato nel pieno rispetto delle Convenzioni e degli accordi internazionali e delle leggi di questo Paese, in pieno coordinamento con le autorità statali e la Guardia Costiera. 
Il costo totale dell’operazione quindi, citato da Gino Strada durante la trasmissione tv, non solo non ha pesato in alcun modo sulle casse dello Stato Italiano, ma è stato impiegato per l’utilizzo di ben due imbarcazioni. Fin da subito la nostra condizione per un eventuale accordo con il MOAS prevedeva l’esclusività dell’intervento a bordo, lontano quindi da altre organizzazioni che potessero in qualche modo politicizzare il tema del soccorso in mare. Il principio di neutralità, per noi imprescindibile, ci permette di avere un unico obiettivo: salvare vite umane. Le dispute e le contese non ci interessano. Un approccio politicizzato e ideologico, infatti, rispetto al tema della salvaguardia e del rispetto dell’essere umano non fa altro che creare fazioni, enfatizzare la percezione distorta sul tema del soccorso in mare e aumentare la distanza da soluzioni umanitarie efficaci e condivise”, conclude la nota.

La sensazione che ci resta è che, mentre in Libia i migranti sono ingabbiati come bestie, quelli che finiscono sui barconi verso l’Europa assistano ignari a ciniche aste sulla loro pelle. 

Simona Tarzia

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