Con i dati sull’occupazione si può fare qualunque propaganda

Genova – Che cosa significa “essere occupato” al giorno d’oggi?
A fronte delle ultime e sfavillanti dichiarazioni di politici locali sul buon andamento dell’occupazione a Genova e “di un trend che ci porta ad affermare che nei prossimi anni potremmo avere fino a 30.000 nuovi contratti sul territorio del Comune”, lo abbiamo chiesto a Marco De Silva, responsabile dell’ufficio Economico CGIL Liguria.
Ne è venuto fuori un quadro complesso, di un mercato del lavoro dove le traiettorie professionali sono imbastite e discontinue, dove la provvisorietà dei contratti e l’elevato ricambio del personale, limitano non solo la possibilità di costruire l’esperienza professionale, ma scardinano tutte le conquiste operaie del Novecento.

“Essere occupato, oggi, non vuol dire semplicemente avere un contratto di lavoro” spiega De Silva, “Perché la definizione di occupato, come dà l’ISTAT, dipende sostanzialmente dal fatto che uno abbia svolto un’attività lavorativa retribuita nelle due settimane precedenti la rilevazione.
Un’ora di attività lavorativa, non necessariamente un contratto stabile o duraturo o in regola, ma il fatto di aver ricevuto un compenso, anche in natura”.

L’ISTAT misura quante persone, su un territorio preciso e in un dato momento, entrano ed escono dal mercato del lavoro e con quali tipi di contratti.
Secondo i dati ISTAT, dunque, in Liguria, nel 2017, l’86% dei lavoratori aveva un rapporto di lavoro a tempo indeterminato.
L’INPS
, invece, rileva i contratti di lavoro dipendente.
Secondo i dati INPS, nel 2017 soltanto il 12% delle nuove assunzioni, dei nuovi contratti di lavoro dipendente, sono a tempo indeterminato. Tutto il resto (l’88%) sono le varie tipologie di lavoro a termine, intermittente, somministrato, apprendistato o stagionale”, precisa De Silva.

Anche i numeri cambiano… dipende cosa conviene guardare.

Spesso si utilizzano i dati dell’una o dell’altra fonte semplicemente per intestarsi la bontà di azioni politiche. C’è l’inclinazione a far confusione, a scambiare le linee di tendenza delle due fonti (indagini amministrative come l’INPS o campionarie come l’ISTAT), a mischiare l’aumento dei contratti con l’aumento dell’occupazione.
L’aumento dei contratti può essere un indicatore di un futuro aumento dell’occupazione ma intanto l’INPS ad esempio misura solo il lavoro dipendente e non quello indipendente e, come abbiamo visto negli ultimi trimestri, spesso è proprio il lavoro indipendente quello che soffre di più, che tende a essere più volatile”, c
ontinua De Silva che poi ci tiene a criticare certe prese di posizione tutte di propaganda: “C’è una bella differenza tra considerare come occupati quello che, invece, è semplicemente il numero dei contratti di lavoro e che può non corrispondere allo stesso numero di personeperché una persona può avere più contratti di lavoro nel corso dell’anno. Anzi, questo accade sicuramente visto che la frammentazione dei rapporti di lavoro è tale che uno può avere non solo più rapporti di lavoro stabili nel corso dell’anno, ma poiché la stragrande maggioranza dei contratti sono a termine, intermittenti o somministrati, dove la durata  è brevissima, potete immaginare che ci sono persone che  nel corso dell’anno possono sommare sette, otto, dieci contratti”.


In particolare, per quanto riguarda le esternazioni sulla situazione genovese, il problema starebbe ancora più a monte: Il dato ISTAT per provincie viene rilasciato una volta l’anno, i dati regionali sono trimestrali, i dati che vengono resi noti ogni mese, si riferiscono all’occupazione nazionale.

I dati dell’INPS sono trimestrali, ma regionali”, puntualizza De Silva che poi mette a fuoco il nocciolo della questione e cioè: da dove arrivano questi numeri che parlano di aumento dei posti di lavoro a Genova sciorinati in occasione dei “365 giorni e oltre” della nuova amministrazione? “Se qualcuno ha dati differenti, magari dei contratti del primo trimestre a livello provinciale, sarebbe opportuno che, intanto, citasse le fonti e poi rendesse noto a tutti gli addetti ai lavori  il dettaglio di queste assunzioni”, conclude.

Insomma, “il mercato del lavoro è davvero qualcosa di molto complesso, e i numeri si possono tirare un  po’ da ogni parte”.

Quello che la statistica non dice è che il numero dei lavoratori dipendenti e indipendenti è fatto di persone sottoinquadrate e sottopagate, intrappolate in un limbo dove i danni di una gestione inadeguata del mercato del lavoro, a cominciare dalla flessibilità, che poi è un modo elegante per dirti che sei un precario, hanno innescato processi di trasformazione anche qualitativa.
Continua De Silva: “Molti lavoratori, anche dipendenti con rapporti di lavoro regolari a tempo pieno e indeterminato, non sempre riescono a mettere insieme il pranzo con la cena. Alle mense della Caritas non ci sono solo i senzatetto. 
La povertà non è semplicemente non avere niente.
La povertà è quella di non avere abbastanza per garantirsi un tenore di vita dignitoso”.

In Liguria, secondo i dati ISTAT al 2017, il tasso di povertà relativa è dell’8,5%.
Parliamo di 65.000 famiglie.
Più di 130.000 persone.

Non solo.
Il sistema attuale, con un’offerta così debole, alimenta tutto un mercato di lavoro irregolare che “va dallo straordinario fuori busta, al lavoro a tempo parziale che in realtà è a tempo pieno, fino al caso di lavoro completamente irregolare che è quello in assenza di contratto, senza scritture obbligatorie, senza assicurazione, senza contributi.
Il lavoro irregolare è anche il caso in cui, a fronte di un contratto con tutti i crismi, il lavoratore non viene pagato o viene pagato con grande ritardo”.
Una piaga che, conferma De Silva, in Liguria copre una percentuale significativa: il 12% del mercato del lavoro.

“Una delle questioni su cui bisognerebbe indagare di più e avere più attenzione non è soltanto quanta occupazione c’è in più o in meno, ma di quanto reddito in più ci sarebbe bisogno da redistribuire anche attraverso il lavoro, non solo attraverso le politiche sociali”.

Peccato che i politici non si siano accorti del vuoto lasciato tra flessibilità e sicurezza, che ha portato a un completo trasferimento dei rischi del mercato del lavoro sull’individuo.

Simona Tarzia

 

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