Libera informazione in libero stato

 

Luca Pirondini, professore d’orchestra, capogruppo dei CinqueStelle in consiglio comunale, che mi piace ricordare per la querelle con Marika Cassimatis, vincitrice delle primarie on line con risultato poi revocato da Beppe Grillo, e subentrato come candidato sindaco nelle comunali del 2017, si pone un dubbio legittimo e lo esterna sul suo profilo social: “Un dato che troverei importante è quello di sapere chi dell’informazione genovese percepisce finanziamenti dalla politica locale, quali giornali, quali televisioni, quali portali on line. Giusto per sapere…”.

Post che suona un po’ come provocazione, indirizzata a anonimi direttori e giornalisti, sulla libertà di stampa, di cui tanto si parla e molto si blatera. Tanto da sollevare subito le accuse di aver inserito un po’ di fango – io direi guano – nelle pale di un ventilatore. Con schizzi che inevitabilmente colpiscono a caso e un po’ dappertutto.

La questione dell’indipendenza e del pluralismo dell’informazione nel paese e’ problema complicato, in cui i pentastellati si sono distinti, almeno in passato e per bocca del loro “guru” di riferimento, Beppe Grillo, proponendo l’abolizione del finanziamento ai giornali e l’abolizione  di un ordine dei giornalisti descritto come casta a difesa dei propri privilegi e di quelli di certa classe politica. Due caste unite a difesa dei propri interessi, insomma.

Giusta la curiosita’ per sapere chi paga, sovvenziona o foraggia chi. Tanto per capire se certi articoli e prese di posizione siano o vengano, in qualche modo, indirizzate o drogate per interessi di mera bottega. Anche se fra i commenti c’è chi gli suggerisce che, come consigliere comunale avrebbe avuto tutte le risorse e le capacità per svolgere un lavoro di inchiesta producendo e documentando vizi e virtu’ di ogni singola testata, emittente o sito on line. Il sospetto è ancora una volta che si sia usato il weeb per cavalcare un po’ il dubbio. Attivita’ su cui, in passato, i CinqueStelle, per mera propaganda politica, si sono distinti. La costruzione di un muro social di insulti a buon mercato contro la casta dell’informazione. Il modo per instillare, come se ce ne fosse bisogno, il dubbio che i pennivendoli di regime, o no, siano pure prezzolati. Almeno quanto i loro editori. Tanto per stimolare un po’ la percezione di fregatura di fronte alle notizie che scorrono sui social. La questione è comunque difficile da dipanare, anche perché c’è spesso il problema della pubblicità indotta, dei favoritismi di certi assessori che privilegiano questa o quella testata per dare le notizie, la questione del rapporto di fiducia tra informatore e giornalista. Non sarebbe il caso di fare di tutta l’erba un fascio. O bisognerebbe avere qualche risposta chiara e documentata prima di tirare il sasso in piccionaia e ritirare la mano. Tanto più che, comunque, la percezione della scarsa comprensione dei fruitori delle notizie, proprio grazie ai guasti prodotti dai social è sotto gli occhi di tutti. E in questo caso le responsabilità’ di chi ha propagandato il weeb come il rimedio di tutti i mali e la scoperta della democrazia diretta appare inequivocabile.

Incrocio pero’ le legittime domande del capogruppo a Tursi, tanto per avere una visione piu’ generale – con i dati del rapporto “Infosfera” sull’universo mediatico italiano. Lavoro che ha coinvolto un campione d’indagine superiore ai 1500 cittadini italiani – con un margine di errore statistico minimo che si attesta intorno al 2,5%.- e realizzato dal gruppo di ricerca sui mezzi di comunicazione di massa dell’Università Suor Orsola Benincasa guidato da Umberto Costantini, docente di Teoria e tecniche delle analisi di mercato ed Eugenio Iorio, docente di Social media marketing. 

E i dati sui fruitori risultano parecchio allarmanti. Secondo lo studio “Per l’87% degli italiani i social network non offrono più opportunità di apprendere notizie credibili e l’82% degli italiani non è in grado di riconoscere una notizia bufala sul web”.

Percio’ siamo messi male. Molto male. Al di la’ della provenienza delle notizie e del colore politico di chi le trasmette e le pubblica. E il quadro appare particolarmente sconfortante. Si spiega ancora nel rapporto “Innanzitutto emerge l’assoluta dipendenza degli italiani dal web. Il 95% del campione utilizza quotidianamente internet, quasi il 70% lo fa per più di tre ore al giorno e il 32% per più di cinque ore. La metà di questi tempi è impiegata sui social network. E crescono così i malanni da ‘overdose di web’. Stati d’ansia (8,68%), insonnia (16,84%), confusione e frustrazione (6,38%), dolori di stomaco e mal di testa (8,36%) e dimenticanze (9,93%)”. 

E non basta, continua l’elenco di contraddizioni e disastri “I social media e i dispositivi digitali stanno ormai rimodulando le facoltà mentali dell’individuo, il pensiero profondo, l’attenzione e la memoria. Il 69,34% degli italiani registra e memorizza le informazioni di cui ha bisogno sul telefono. Il 79,93% degli italiani ritiene di essere in grado di trovare facilmente le notizie di cui ha bisogno e tende a fare un largo uso di free media piuttosto che di media a pagamento. Informazione e democrazia: sfiducia e contraddizioni molte le contraddizioni emerse. Per l’87,24% degli italiani i social network non offrono più opportunità di apprendere notizie credibili. Eppure per il 96,61% il sistema di informazione non è la dimostrazione che la democrazia italiana è in salute e per il 98,75% non è la dimostrazione che la democrazia italiana è debole. Non viene quindi messo in relazione lo stato del sistema di informazione con la qualità della democrazia e di conseguenza con il concetto di libertà che anzi viene percepita positivamente dalla supposta libertà garantita dalla rete. A riprova di ciò, per il 77,30% le fake news non indeboliscono la democrazia. Per l’87,76% l’informazione che circola in rete è professionale, quindi è attendibile”. E mi sembra chiaro, a questo punto, che il problema principale non sia il colore politico o l’inclinazione partitica di chi dia la notizia ma il livello di percezione e confusione di chi ne fruisce, la utilizza o, acriticamente, la trasmette e la fa propria. Sarebbe appena il caso che chi, per anni e tempo addietro, ha speculato in lungo e in largo sulla falsa immagine della democrazia del web e sulla scarsa professionalità’, per non parlare di altro, dei professionisti dell’informazione, iniziasse a cospargersi il capo di cenere. Il web idolatrato come l’acquasanta, miracolo di democrazia e di partecipazione con tanto di elezioni e primarie digitali, secondo lo studio in questione sembrerebbe invece diventato il demonio. Legittime le curiosità del capogruppo dei cinque stelle, anche se prima delle fatidiche domande su chi paga chi è su chi si vende, avrei preferito leggere sullo stesso argomento un po’ di sana autocritica. Magari per scoprire che era meglio quando era peggio. Diffido del corvo che dice al merlo quanto sei nero. Insomma, anche per un professore d’orchestra non è plausibile che se la canti e se la suoni.

Giona