Dragaggio del porto di Spezia: promemoria sulle responsabilità penali e amministrative. Di Marco Grondacci

La Spezia – A conclusione dei due anni di indagini sul dragaggio del porto di La Spezia e viste le contestazioni mosse dal Sostituto Procuratore Luca Monteverde ai responsabili dei cantieri sui moli Garibaldi e Fornelli, contestazioni che confermano quanto denunciato dagli ambientalisti, cioè che il danno potenziale al Golfo c’è stato, vi proponiamo le riflessioni di Marco Grondacci, giurista ambientale, che insieme all’avvocato Valentina Antonini affianca Legambiente in questa vicenda.

Inchiesta sul dragaggio del Golfo di Spezia: promemoria su responsabilità penali e amministrative. Dal blog “Note di Grondacci”.

Il tutto parte dalla sentenza della Cassazione n.46170 del 3 novembre 2016 (per il testo integrale vedi QUI) che, come sappiamo, nel dare ragione alla tesi della Procura permise il mantenimento del sequestro del cantiere di dragaggi. 

Quella sentenza in sintesi affermò che:
L’Autorità Portuale ha cercato fin dall’inizio dei fenomeni di anomali diffusione di fanghi nel golfo di rimuovere le responsabilità del dragaggio.
Il Presidente dell’Autorità Portuale di Spezia dichiara, 10 luglio 2015,  che i dragaggi non hanno prodotto alcun danno alla Mitilicoltura e aggiunge: “Per comprendere quanto ci importi di questo tema, basti pensare che abbiamo portato avanti i dragaggi con tutte quelle procedure e cautele ben più complesse che si applicano in caso di bonifica” (vedi QUI).

Nell’audizione alla Commissione Consiliare del Comune di Spezia  , nel novembre 2015, gli ingegneri rappresentanti la Autorità Portuale hanno, tra l’altro, affermato: “IL METODO che abbiamo usato per il dragaggio alla Spezia è il più sicuro e meno impattante per una realtà come la nostra”.

C’è sta una violazione reiterata e sistematica delle prescrizioni autorizzatorie nella attività di dragaggio per i moli Garibaldi e Fornelli.
È certa la violazione delle seguenti prescrizioni, fin dal provvedimento di dissequestro:

  1. per la realizzazione del campo di bonifica e del successivo escavo a quota -11,00 è previsto l’impiego di panne galleggianti speciali, costituite da teli in poliestere ad alta resistenza resinati e vincolati tramite cavi di acciaio INOX austenitico a corpi morti adeguatamente posati sul fondale marino. Le panne dovranno corrispondere a caratteristiche tecniche e prestazionali tali da garantirne la resistenza e la durabilità durante le operazioni di esavo dei fondali, nonché l’impermeabilità ad eventuali particelle solide in risospensione. 
  2. necessità di interrompere i lavori non solo quando si verificano rotture di panne ma anche quando vengano spostate  
  3. minimizzazione od eliminazione della perdita di materiale con conseguente ridotta produzione di torbidità e di dispersione dei contaminanti 

Questa violazione è avvenuta in aree del golfo caratterizzate dalla presenza di rilevanti inquinanti pericolosi per ambiente e salute.
Afferma infatti la Cassazione nelle premesse della sua sentenza: “I giudici del riesame danno altresì atto di altri dati fattuali, tra i quali assumono rilievo, per ciò che concerne la vicenda in esame: la documentata presenza, nell’area da bonificare, di sedimenti fino a 100 cm. che denotano una significativa contaminazione di metalli pesanti ed idrocarburi policiclici aromatici (viene, a tale scopo, testualmente citato il contenuto del progetto di bonifica); la piena consapevolezza, da parte dei responsabili dell’azienda incaricata dei lavori, della condotta abusiva,…”.

La violazione sistematica delle prescrizioni è avvenuta nella piena consapevolezza di quello che stava accadendo sia da parte della ditta, che degli enti preposti ad autorizzazioni e controlli.
Il Verbale del tavolo tecnico per il giorno 11.05.2015 con Comune della Spezia Ass. all’Ambiente, Capitaneria di Porto, ARPAL, ASL 5 Spezzino e Soc. Intercantieri Vittadello con Coop. San Martino (titolare delle draghe), vedi QUI. In questo verbale tra l’altro sia afferma: “La dott.ssa Colonna precisa che vista la frequenza con cui i tecnici ARPAL hanno rilevato problemi nella gestione del campo panne se ne deduce che l’impresa lavora in condizioni di criticità…..La dott.ssa Colonna spiega che il campo fisso sarebbe più garantista ma non essendo utilizzabile in tale contesto chiede se si possa ampliare il campo panne per ridurre i fenomeni accidentali di rottura del campo stesso durante l’escavo……L’ing. Vettorazzi spiega che maggiore è il campo panne più facilmente si crea il fenomeno “vela” con maggiori possibilità che le panne si alzino e si strappino. L’ing. Simonelli spiega che anche il campo fisso durante l’escavo è soggetto parimenti a rottura, in particolar modo in prossimità delle panne……La dott.ssa Colonna spiega che i tecnici ARPAL non hanno verbalizzato tali circostanze per evitare aspetti sanzionatori all’impresa. L’ing. Simonelli propone al tavolo Consultivo di inserire nel verbale di ripresa lavori le raccomandazioni necessarie peraltro già previste nel progetto…..C.F. Di Cecco chiede se considerati i rischi emersi dall’utilizzo del campo di panne mobili, si possa continuare ad utilizzare ancora tale soluzione senza correre rischi ambientali. La dott.ssa Colonna spiega che il monitoraggio ARPAL è uno strumento utile a rilevare la qualità di salute del Golfo nel tempo, quindi registra efficacemente gli effetti cronici non quelli acuti e non permette quindi di evidenziare immediatamente le situazioni di emergenza. Per queste ultime la migliore indagine è quella visiva. In teoria, spiega, se realizzati e gestiti correttamente sia il campo fisso che quello mobile dovrebbero essere efficaci e garantisti da un punto di vista ambientale, ma a priori ARPAL non può esprimersi sull’efficacia dell’impresa nell’ arginare eventuali criticità che potrebbero nascere in corso d’opera operative……C.F. De Cecco chiede se la Commissione Scientifica abbia valutato in prospettiva i rischi potenziali del campo mobile per le future attività. La dott.ssa Colonna risponde che essendo tali rischi connessi all’operatività dell’azienda non sono stati oggetto della disamina della Commissione Scientifica.” 

Gli enti di controllo, prima di tutto l’Arpal ma non solo, pur riconoscendo i rischi nelle attività in corso, le violazioni in atto, la necessità di impostare diversamente sia la tecnica di dragaggio  che le modalità di monitoraggio, nulla hanno fatto per fermare l’attività di dragaggio in corso.
Arpal che non ha mai esplicitamente accusato il dragaggio per i danni a golfo e mitilicoltura, nella sua relazione del febbraio 2015, ha affermato: “si ritiene opportuno rivedere le modalità di bonifica dragaggio in quanto quelle utilizzate non forniscono sufficienti garanzie ambientali stante la compresenza di siti sensibili nell’area portuale”. Ma nonostante questa affermazione ne Arpal ma neppure gli altri enti coinvolti direttamente o indirettamente nella vicenda a cominciare dalla AP ente appaltante del progetto, traggono una qualche conseguenza concreta. 

Una mancanza di approccio indipendente da parte degli enti di controllo per cui le modalità di controllo e monitoraggio erano concordate con la ditta che gestiva l’esecuzione del dragaggio
La Sentenza della Cassazione nella pare finale afferma testualmente che il livello di torbidità delle acque dopo il dragaggio è stato: “accertato nonostante l’ARPAL avvisasse preventivamente dei controlli gli interessati, i quali, opportunamente evitavano il dragaggio in previsione dei controlli…. (il Tribunale indica le dichiarazioni di una persona informata sui fatti)”.

Il danno potenziale al golfo c’è stato .
Secondo la Cassazione il danno potenziale al golfo c’è, nonostante le incaute dichiarazioni della Autorità Portuale nel luglio 2015 sopra riportate, e non è stato valutato adeguatamente dal tribunale del riesame spezzino. La Cassazione nelle sua sentenza scrive di: “presenza nei fanghi fuoriusciti dall’area di bonifica, di sostanze tossiche quali i metalli pesanti ed idrocarburi policiclici aromatici (questi ultimi qualificati anche come cancerogeni e mutageni), la cui presenza nelle acque, indipendentemente dagli effetti letali sulla fauna, può determinarne la contaminazione”.

INFINE… LA MADRE DEL CATTIVO DRAGAGGIO DEL GOLFO DI SPEZIA: LA VIOLAZIONE DEL PROGETTO PRELIMINARE DI ICRAM (MINISTERO DELL’AMBIENTE).

Ma c’è di più perché al di la delle responsabilità penali tutta la vicenda si fonda su una gravissima violazione iniziale: non aver rispettato il Progetto Preliminare di bonifica della parte a mare del sito di Pitelli, progetto predisposto dall’ICRAM  (vedi QUI) e che costituiva prescrizioni preliminare vincolante per qualsiasi intervento di dragaggio bonifica nel golfo spezzino

pagina 127 il documento ICRAM afferma testualmente: “Nel caso particolare dell’area marina perimetrata come sito di bonifica di interesse nazionale di Pitelli, in considerazione dell’elevata contaminazione riscontrata nei sedimenti e della presenza di obiettivi sensibili ai potenziali effetti delle attività di dragaggio (impianti di mitilicoltura all’interno della diga foranea ed in località Porto Venere, praterie di Posidonia oceanica in località Porto Venere, etc.), nella breve descrizione riportata nel seguito delle tipologie di draghe ambientali utilizzabili, sarà data priorità all’analisi della produzione di torbidità e dell’aumento dei solidi in sospensione.”

Il vero parametro di scelta tra i sistemi di dragaggio è quindi quello dettato dall’ICRAM: limitare torbidità e solidi in sospensione.

Nella successiva messa a confronto tra le draghe a benna tradizionali usate nel nostro golfo e le draghe c.d. ambientali anche ad aspirazione non c’è alcun riferimento alle caratteristiche dei fondali ma semmai al maggiore o minore rischio di produzione di torbidità e di solidi in sospensione, cosa peraltro prodottasi in modo certo nei passati dragaggi nel nostro Golfo.   

Ma c’è di più, in fatto di insufficiente analisi dello stato post dragaggio del nostro golfo, perché uno studio, commissionato dalla stessa Autorità Portuale, sui rischi di dispersione dei fanghi dalla attività di dragaggio fa riferimento solo a due scenari estremi: la rottura completa delle panne distribuite intorno all’area di mare dragata; le condizioni di mare estremamente sfavorevoli.
Non ci sono, in questo studio, scenari relativi a situazione più puntuali legate alla violazione di singole prescrizioni delle attività di dragaggio, che poi sono quelle che molto probabilmente si sono verificate.

Marco Grondacci

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