I soldi ci sono ma in Italia sappiamo solo tagliare

Il rumore del crollo mi ha raggiunto fin nell’eremo dove mi sono rintanato per le ferie. L’eco della caduta delle macerie di Ponte Morandi tornerà a lungo a visitare la memoria di noi genovesi, ma non solo. È diventato da subito il simbolo di un Paese, l’Italia, che sta crollando, perché retto da un sistema malato e fallimentare, gestito da una classe dirigente incompetente, rapace e incapace di mettersi al servizio di una visione politica degna di questo nome, un sistema basato su privatizzazioni, corruzione, collusioni, appalti e subappalti. Un sistema che ha sulla coscienza moltissime morti e che da oggi ne conta 43 in più, un sistema che seppur colpevole pare non temere la giustizia. 

Il crollo del ponte Morandi è un colpo duro per Genova, colpisce nel privato delle nostre vite, non solo per la drammaticità dell’evento, ci costringe a rivedere la nostra viabilità (vedi la rotonda di Via Siffredi e l’affannosa creazione di una strada interna al Porto, chiamatela ‘Ilva’ o del ‘Papa’, per evitare la totale congestione di merci e persone), la vivibilità stessa, ci complicherà le vite per molto tempo, la qualità del nostro lavoro ne uscirà compromessa. Da quel crollo ne usciamo anche con qualche psicosi, vedi la preoccupazione per lo stato di salute strutturale del ponte Don Acciai al Lagaccio, che come autisti non ci siamo sentiti di attraversare senza approfonditi controlli strutturali (che poi sono arrivati a tranquillizzarci) e ne usciamo anche con una granitica conferma ai nostri già giustificati dubbi (soprattutto dopo la pericolosa recente caduta di un cartello sulla Firenze-Pisa-Livorno), le infrastrutture di questo Paese sono fatiscenti, pare siano 300 i ponti in giro per lo stivale ad essere a rischio crollo, i fondi stradali sono come gruviere, ovunque il terreno frana, i materiali usati sono  scadenti e i controlli, quando sono seri, restano inascoltati. Eppure i fondi ci sono, sia nazionali che europei, una moltitudine di milioni da spendere per strade, autostrade, ferrovie, ad esempio per il periodo 2014 – 2020 l’Italia ha diritto a 44,6 miliardi di € di fondi UE (dei quali ne ha finora speso il 5%), mentre di fondi FERS (fondi per lo sviluppo regionale) ne ha a disposizione 21 miliardi, di questi quasi tre sono destinati a infrastrutture e trasporti. Purtroppo per noi, questi fondi strutturali vanno gestiti con una programmazione a livello nazionale, ci vogliono capacità gestionali e di visione d’insieme che mancano ai nostri amministratori, che infatti spesso ragionano a livello regionale, disperdendo e perdendo la gran parte di questo fiume, che si divide in mille rivoli, utili solamente a finanziare la nostra ormai cronica corruzione. Entro il 2030 arriveranno altri 750 miliardi di fondi europei, che sarebbe bello fossero utilizzati per realizzare una rete transeuropea di trasporti, energia e telecomunicazioni, ma invece, secondo i dati OCSE ad oggi siamo stati solamente in grado di tagliare, gli unici insieme agli spagnoli, e a passare dai 13,66 miliardi di investimenti del 2007 ai 5,15 del 2015. 

Dieci anni di tagli insensati. Perché?

Nel frattempo un abbraccio a tutti Voi dal Vostro Barnaba