Essere o dover essere. Applausi, fischi, sputi, pugni: il dubbio amletico

 

E ci risiamo. Al dubbio per antonomasia. Quello che William Shakespeare mise in bocca al suo principe di Danimarca. L’interrogativo esistenziale del vivere (essere) o morire (non essere) è alla radice dell’indecisione che impedisce ad Amleto di agire (il famoso «dubbio amletico»). Complementare ad un altro, meno antico. Quello di Erich Fromm, la partita comportamentale fra l’avere consumistico e l’essere per un nuovo e più moderno umanesimo. Sino a ritrovarci, arrivando ai giorni nostri, ad un altro dubbio, amletico per antonomasia, trasposto tra Shakespeare e Fromm, da Francesco Gabbani in Occidentali’s Karma. Essere o dover essere? Per alcuni nient’altro che la riproposizione di Fromm riedittata in termini più moderni e ostaggio dei social. Interdetti fra l’autenticità’, o la spontaneità, e il mostrarsi come si vuol dare ad intendere di essere. Destreggiandosi a dovere fra i selfie, qualche likes, svariati emoticon, e l’arroganza, diventata obbligo, dei 280 caratteri. Oltre i quali ,per i dogmi della comunicazione veloce, “Sei fuori”. Come direbbe un Briatore qualunque.

Personalmente, in omaggio alla mia senectute, devo confidarvi che pur in preda, per indole, al dubbio esistenziale, ho da tempo scelto l’essere all’avere. E quindi l’essere al dover essere. E ho persino deciso di preferire la lunghezza di un testo alla tracotante sfida dei 280 caratteri. Insomma, chi si avventura o si ostina, a suo rischio e pericolo, a volermi leggere e, peggio, ad arrivare sino in fondo, sappia che aborro la regola, più o meno aurea, dei 280 caratteri. Perche’ se dovessi castrare la mia creatività, ovviamente significherebbe essermi inchinato e dichiararmi prigioniero del dover essere.

Comunque avendovi a questo punto messi in guardia sul “prendere o lasciare”, terminato il pistolotto autoreferenziale e, arrivando, finalmente, al dunque, non è di questi miei  dubbi superati, ormai in età longeva, che vi voglio parlare. Anche se suggerirei di tenerli da parte e in debito conto. Perche’ l’angusta cronaca del dubbio anche quelli riguarda.

Tanto che la mia crisi, con annessi eventuali autocritica ed esame di autocoscienza, brillantemente superati con una pressoché istantanea sentenza di autoassoluzione, prende in esame proprio il rincorrersi di dubbi sul tipo di benvenuto da dare al ministro Danilo Toninelli di ritorno a Genova, oggi, in occasione dell’inaugurazione del cinquantottesimo Salone Nautico. Post constatati personalmente sui profili facebook di alcuni miei amici. Uno per tutti, da ascrivere all’ex molto onorevole Mario Tullio del Pd, che dice testuale, diviso fra la ragione di stato e quella della legittima protesta: “Fischiare o non fischiare”

Ho partecipato per i diversi ruoli pubblici che ho ricoperto a decine di inaugurazioni del Salone Nautico Internazionale, la vetrina più grande per Genova, uno dei Saloni più grandi al mondo per quella economica. Passando dalla Fiera negli anni ho visto alternarsi operai che chiedevano attenzione per le loro vertenze: quelli dell’ ILVA, quelli di Fincantieri contro la chiusura del Cantiere, o portuali contro i decreti Prandini, solo per citarne alcuni, e cercavano visibilità per quelle giuste battaglie in difesa del lavoro. 
Sabato alle 14 ho scritto questo post:
Toninelli, su Instagram: “Ho revocato la revoca della concessione al mio barbiere”. 
Su una tragedia, su quelle morti e sul futuro di una città l’ironia non è consentita tanto meno ad un Ministro.
Signor Ministro penso che se continua così saremo in tanti a venirla a salutare al Salone Nautico e, se continua a sparare minchiate e a non decidere sul ponte, saremo pronti per farle barba e capelli. 
Lo riscriverei. 
Non solo Toninelli merita fischi per quello che dice e per quello che non fa, ma a questo si aggiungono le preoccupazioni complessive sull’operato del Governo che si sono manifestate anche ieri, a Roma, durante l’incontro con le amministrazioni locali. Il Decreto non c’è, nelle bozze circolate non sono indicate cifre a sostegno degli sfollati e non compare alcuna indicazione sulla ricostruzione del Ponte. A questo si aggiunga il conflitto politico tra Lega e M5S che molto probabilmente porterà a nominare chissà quando “due” commissari per spartirsi incarichi. 
Tutto questo sulla nostra pelle, sulla pelle di Genova. 
Tutto questo meriterebbe che la vetrina fosse usata per protestare.
Ma il Salone, mai come quest’anno, deve essere un messaggio per il futuro. Gli operatori hanno scelto di mantenerlo, nonostante i disagi per l’allestimento e per quelli che avranno i visitatori. C’è il rischio di non essere compresi, forse di fare addirittura un regalo a Toninelli, un regalo che non merita.
Per questa ragione, pur comprendendo chi sceglierà pacificamente eventualmente di fischiare, penso che non andrò a protestare, non per il rispetto istituzionale del Ministro, ma del Salone e dell’importanza che esso ha in questo momento per la nostra città. 
Ci saranno altre occasioni, dovremo organizzare la protesta, scendere a Rome, se necessario, perché il tempo é scaduto, possiamo e dobbiamo farlo perché GENOVA merita rispetto”.

Con beneplacito dell’ex candidato sindaco del Pd Gianni Crivello, che commenta “ Caro Mario Tullo, utilizzo il tuo commento per dire che sono d’accordo con te. Nonostante il ministro Toninelli meriterebbe una pacifica ma rumorosa contestazione per una palese incapacità, spocchia, superbia e irresponsabilita’… tuttavia una legittima protesta potrebbe non essere compresa da una comunità ferita e attraversata da una grave emergenza nazionale”. E a chi l’accusa di eccessivo buonismo Crivello replica: “Nessun atto di benevolenza o di mediazione. Gli attacchi più che motivati e le dure critiche al ministro sono state e saranno moltissime. Oggi é opportuno tradurle in una manifestazione a Genova, all’inaugurazione del Salone Nautico? Io penso di no. Non mi sentirei di escludere un effetto boomerang. Poi chi vorrà andare a fischiare sarà libero di farlo”.

E infatti il punto e’ proprio lì, nella mediazione tra l’essere e il dover essere, magari suggerito dalla strategia politica e con l’eventuale possibile effetto boomerang di una contestazione fra fischi e quant’altro. Dagli sputi – sdoganati domenica da Douglas Costa a rispondere a una provocazione – ai pugni. Dai tafferugli agli applausi polemici, che finirebbero per dare ulteriore visibilità ad un ministro che, tra sorrisi davanti al ponte a “Porta a Porta” e successivo post, con revoca revocata al suo barbiere, poi cancellato ed emendato, dimostra di amare sfacciatamente le luci della ribalta.

Ma ci sono ragioni ulteriori a turbare i sonni dei nostri rappresentanti del Pd. E una fra tutte è quella di non far passare troppo per “martiri martirizzati” da un governo che è loro espressione gli avversari politici di sempre. Quel Toti commissario dell’emergenza che attende il decreto per conoscere ufficialmente se è stato o no confermato e il suo fido scudiero, il sindaco Marco Bucci. Temo che il comportamento affetto da buonismo sarebbe stato totalmente diverso se, al posto del Governatore Toti e del sindaco Marco Bucci, ci fossero stati i loro antagonisti alle elezioni. La Raffaella Paita fresca deputata del Pd e il capo dell’opposizione Gianni Crivello, sconfitto al ballottaggio proprio da Bucci. Insomma, immobili così, quasi pietrificati e statuari, a metà del guado. Con quel dubbio amletico: “Fischio o non fischio”, o “sto in silenzio in attesa di eventi”, oppure “faccio finta di niente e non ci vado nemmeno”, si sta meglio. Con l’acqua nei calzoni. Fermi, immobili in attesa di possibili/probabili variazioni sul caso. Ma almeno non si rischia di scivolare. E ancora peggio appare il pilatesco lavarsene le mani – tanto in mezzo al guado risulterebbe persino facile – lasciando agli altri, e in definitiva ai genovesi tutti, – e ci mancherebbe – la responsabilità di una eventuale vibrante contestazione. Per poter magari dire “Saremmo stati d’accordo, ma il nostro senso di responsabilità istituzionale ha prevalso. O peggio, col senno di poi, i genovesi e i loro superiori interessi non meritavano tutto questo”.

Intanto su watshapp era tutto un fiorire di gruppi con il passaparola dell’appuntamento davanti alla Fiera, con evidente curiosità dei succitati, ma senza aderire ufficialmente.

Anche se il Pd, per bocca di Pippo Rossetti e della capogruppo Cristina Lodi, si è peritato di fornire un’interpretazione del tutto diversa da quella di Toti e Bucci, reduci dall’incontro a palazzo Chigi sul decreto Genova. Con un governatore che spera in una conferma per un anno ma ancora non ne è certo. E, comunque, in caso positivo andrebbe a occuparsi di tutte le beghe. Dalla viabilità ai trasporti, dalla crisi delle aziende ai posti di lavoro a rischio. Soldi pochi e, soprattutto, un altro commissario con maggiori poteri, benvisto o addirittura indicato dai CinqueStelle per gestire il business della demolizione, quello dello smaltimento e della ricostruzione. Con tempi che, realisticamente, si dilateranno a dismisura.

Qualche giorno prima del pellegrinaggio ligure alla corte di Giuseppe Conte e dei vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, con il governatore Toti e il sindaco Bucci come pastori erranti in viaggio verso la grotta e in attesa, spasmodica, della nascita del decretone, o decretino, proprio Rossetti, al cospetto di Maurizio Martina si era dimostrato particolarmente battagliero. In un’intervista a “BJ Liguria business journal” aveva dichiarato “La città è sotto scacco, siamo dentro a un balletto politico. Il fatto è che il commissario per la ricostruzione probabilmente diventerà determinante per le elezioni regionali e quindi, per la sua nomina, abbiamo visto un forte protagonismo di Toti e di Rixi, e dei Cinque Stelle che non volevano entrambi. Ci dicano chi decide come e quando togliere i tronconi e come e quando fare partire il nuovo ponte. Dopo più di un mese di conflitti il bisogno di tempestività ora è diventato urgenza, e in questo c’è la responsabilità di tutti coloro che dovevano mettersi intorno a un tavolo, non so chi è più colpevole ma quelli che dovevano mettersi intorno a un tavolo e decidere non sono riusciti a farlo. Adesso, dopo i nomi di Bucci, di Toti e di Rixi, che hanno partecipato attivamente a questo conflitto politico, si parla di un pacificatore, di un mediatore, di un tecnico. Ma immaginare che il commissario debba essere un conciliatore vuol dire che siamo andati ben oltre la decenza”.

Insomma la baldanza dimostrata di fronte ad un Martina balbettante è andata via via scemando. E, comunque, la giustificazione di non danneggiare un Salone Nautico nato già sotto una cattiva stella, facendo leva sul senso istituzionale e sull’amore per la città di appartenenza, convince sino ad un certo punto.

Allo stesso modo convince poco anche il cambio di spartito di Toti e Bucci nei confronti del Governo, evidente dopo l’invito del duo genovese Governatore/commissario e Sindaco a spiegare nella capitale l’esigenza di maggior incisività e del cambio di marcia nei confronti di Genova. E soprattutto lasciano perplessi i toni diventati edulcorati del presidente della giunta Regionale che, fino a qualche giorno prima, aveva scambiato battute al vetriolo nei confronti dell’abbinata Luigi Di Maio-Danilo Toninelli. Come già avevo preventivato in un mio precedente articolo “Scricchiolii sinistri. L’assioma del ponte” il ruolo del commissario è stato sdoppiato con diverse competenze. Da una parte un soggetto che dovrà occuparsi esclusivamente delle emergenze degli sfollati, del traffico, della viabilità e produttive. Dall’altra una figura che dovrà invece razionalizzare e presiedere prima alla demolizione dei monconi del ponte Morandi rimasti in piedi e, successivamente, della scelta del progetto e della ricostruzione. Si dice che a Toti, sempre che Toti  venga confermato almeno in parte, toccheranno tutte le gatte da pelare. Mentre a “Mister X”, che dovrebbe essere un esperto designato e vicino ai CinqueStelle, sara consentito gestire i soldi. Presumibilmente tanti, fra quelli di Autostrade e i finanziamenti massicci erogati dal Governo. Con il colpo di spugna a cancellare Autostrade dell’Ad Giovanni Castellucci dall’elenco delle possibili aziende che si occuperanno di ricostruire. Nodo cruciale, almeno così mi pare, dell’ultimo accordo sancito a Roma. Un evidente, ulteriore, passo indietro del Governatore che, sino a qualche settimana fa, aveva sostenuto con forza che anche Autostrade avrebbe dovuto far parte del cartello, con quello sventurato invito proprio di Castellucci al tavolo dei vip della ricostruzione – dall’archistar Renzo Piano a Bono – nel giorno del suo compleanno. Evento coinciso con la presentazione del plastico di Piano e con la conferenza stampa poi culminata con il grottesco abbattimento del modellino proprio da parte dell’Ad di Autostrade. Un presagio troppo sinistro per poter passare sotto silenzio o essere ignorato.

Tutto bene quel che finisce bene? Proprio no. Perché Toti proprio grazie all’intermediazione dell’ex vicepresidente della Regione, il leghista Edoardo Rixi, trasferitosi armi e bagagli proprio alla corte di Toninelli, come sottosegretario, per far pace si è dovuto rimangiare l’esternazione, ribadita con vigore il giorno dopo la commemorazione del 14 settembre, In cui aveva sostenuto con forza che il commissario avrebbe dovuto essere un genovese.

E a questo punto la rilettura velenosa offerta proprio dal consigliere regionale del Pd Pippo Rossetti, alla presenza di Maurizio Martina, troverebbe un qualche fondamento e non farebbe una piega. Aveva avvertito l’esponente del Pd “Il fatto è che il commissario per la ricostruzione probabilmente diventerà determinante per le elezioni regionali e quindi, per la sua nomina, abbiamo visto un forte protagonismo di Toti e di Rixi, e dei Cinque Stelle che non volevano entrambi”. Come dire che a questo punto preminenti agli interessi dei genovesi sarebbero quelli nazionali e locali dei due partiti che formano il governo. Anche perché prima delle regionali del 2020, nel 2019 è previsto l’appuntamento con il voto delle europee. Il tutto mentre i sondaggi suggeriscono un rafforzamento e un avanzamento della Lega di Salvini e un calo sostanzioso di Di Maio e soci. Quindi gestire con una qualche autonomia il tesoretto dei milioni – tanti – della ricostruzione potrebbe risultare un viatico importante. Percio’ non percorribile la carica di commissario per la ricostruzione a Rixi, giustificata dal fatto che non sarebbe serio assegnare l’incarico a un esponente del governo, e conseguente ridimensionamento della possibile eccessiva visibilità che potrebbe godere Giovanni Toti. Esponente degli arancioni, assurto al ruolo di presidente della giunta regionale con l’appoggio di Forza Italia e l’imprimatur di Berlusconi. Quel Toti per sua natura e, forse, per necessita’, ondivago. Che un po’ schiaccia l’occhio al suo vecchio principale, un po’ flirta con Matteo Salvini e un po’ corteggia anche Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia. Strano destino quello di Toti sempre ai blocchi di partenza per diventare il delfino di…. che poi, quando il traguardo sembrerebbe avvicinarsi, è costretto a tornare al punto di partenza. Fatto sta che sin dall’incontro romano ha dovuto fare di necessità virtù costretto dalle alterne vicende a più miti consigli. In fondo non converrebbe a nessuno, Lega e CinqueStelle, ma nemmeno al genovese Rixi, permettergli di rafforzarela sua immagine, la sua posizione e il potere personale in vista del doppio appuntamento elettorale.

Insomma come è facile desumere, da tutta l’intricata vicenda, più interessi particolari che quelli dei genovesi.

E il Pd che, conseguentemente alle dichiarazioni di Rossetti, avrebbe dovuto sostenere con forza la candidatura dell’avversario Toti, fatti i conti in tasca, ha preferito gettare li’ un po’ di veleno e di fumo. Per poi sparire dalla scena della contestazione e dalla contrattazione politica.

C’è, infine, un ultimo corposo capitolo, che è quello della vicenda giudiziaria. Intricatissima. Per riuscire a capire di chi siano le responsabilità del crollo di ponte Morandi. Un capitolo complesso in cui sono in ballo interessi milionari. Una investigazione in cui le presumibili colpe oscillano da Autostrade ai governi precedenti. Con qualche sconfinamento con l’attuale esecutivo. Un caso giudiziario in cui fioccano diversivi e colpi di scena. Dall’iscrizione nel registro degli indagati di ben tre consulenti della commissione del ministero delle infrastrutture, oltre a quella del’Ad Castellucci, incappato nella comunicazione della magistratura proprio il giorno del compleanno con conferenza stampa di Toti.

Una querelle con continui, quotidiani, colpi di coda. Dall’ipotesi del difetto di costruzione dello strallo il cui cedimento ha creato il crollo – con conseguente responsabilita’ dei malvezzi della prima Repubblica, epoca in cui era consentito risparmiare sui materiali e non solo –  ai dossier manomessi. Dalla più suggestiva possibilità di un attentato con esplosivo – circolata con tanto di filmato – sino a un autoarticolato troppo pesante che, passando sul ponte poco prima del crollo, avrebbe assetato il colpo di grazia alla stabilità già compromessa del Morandi.

Nel frattempo le famiglie sfollate attendono i primi risultati dei sensori per poter rientrare nelle loro abitazioni abbandonate e recuperare le cose lasciate in tutta fretta all’interno dei loro appartamenti. Mentre crescono le voci che fra le macerie del ponte possano esserci residui di amianto.

Una vicenda come si può evincere difficile da dipanare, sulla quale gravano anche le possibilità di ricorsi che allungherebbero in maniera esponenziale, non solo le indagini, ma anche il dibattimento e le prime sentenze.

E già sui post l’immaginazione collettiva ha preso a galoppare, avvicinando, a torto o a ragione, il crollo del Morandi ad altre pagine misteriose della storia della Repubblica. Da Ustica alla banca dell’Agricoltura. Dal sequestro di Aldo Moro alle bombe alla stazione di Bologna. Casi mai del tutto chiariti. Se non per gli effetti per le precise responsabilità. Insomma l’imperativo categorico di Bucci di “non fare in fretta, ma presto” al momento risulterebbe soltanto una pia illusione, legata a quel dubbio amletico per tutti i genovesi. “Essere (vivere) o non essere (morire)”. Che per i nostri politici potrebbe suonare tradotto così: Avere o essere. Se non peggio in “Essere o dover essere”.

Paolo De Totero