Sull’orlo del baratro

Siamo lì’ sull’orlo del baratro. O gesticolanti e ubriachi su un balcone. Se si preferisce. Speranzosi che non ci prenda il senso di vertigine, e sia lui a trascinarci di sotto. Nel vuoto.

Quarantotto giorni dopo, il primo di ottobre, al capezzale di un malato in coma a un passo dall’irreversibilità, e ,comunque, in attesa di una terapia rinforzata che tarda ad arrivare. Ostaggio della politica pasticciona e pasticciata che, pur avendo dichiarato l’emergenza, non riesce ad emergere e continua a trastullarsi con i suoi giochetti di fazione.

E siamo passati, logicamente, dall’immagine della città ferita e pronta a rialzarsi a quella dell’antica e operosa Superba in ginocchio. L’immagine che il sindaco Marco Bucci, sin dal primo momento, si era dedicato con cura ad esorcizzare, almeno nella fatuità delle dichiarazioni e dei comunicati. 

Proprio ieri il concetto della gravità della situazione e della città in ginocchio è stato sdoganato da Mario Paternostro con un lungo preciso e lucido articolo su PrimoCanale. Ci mancherebbe che, con l’aria che tira, ci dedicassimo a ripeterci, come se si trattasse di un mantra o peggio di un percorso motivazionale, che “Ce la faremo”. Perché così è evidente che non ce la faremo e che i danni, già ora consistenti, con quel decreto legge, decretone o decretino, saranno devastanti. E Paternostro si è impegnato a esaminarlo punto per punto, quel decreto. E, persino, a fornire qualche suggerimento ai legislatori. Da giornalista, da genovese. Proprio mentre il vicepremier Di Maio e i Cinque Stelle, incappati nel doppio scivolone del “Comunicatore vip” Rocco Casalino, il tuttostanco incappato nella macchina del fango, provvedevano a rilanciare la loro campagna per l’abolizione dell’ordine dei giornalisti. Dove, evidentemente, la “tuttologia” suggerisce che uno vale uno. Anche nel fare informazione. Tanto noi giornalisti saremmo tutti pennivendoli, corrotti, o peggio,  servi degli editori, o ancora peggio, supporter dei potenti, dei vecchi politici e dei poteri forti. Casta al servizio della casta. Come per vaccini e scie chimiche.

Eppero’, a margine di tutte queste considerazioni ambientali, stupisce, stupisco, osservo, e basito constato, che anche la politica, quella che dovrebbe essere più’ o meno alta, ci mette del suo. Per disattenzione, forse. Oppure per mero calcolo, che è perfino peggio. O, ancora, per inconsistenza. 

Eppure c’era una data, il 30 settembre 2018, appena ieri, in cui, in omaggio ad un altro 30, quello di giugno 1960, tutto avrebbe dovuto ripartire da Genova. La nostra citta’ dove, 58 anni fa, in seguito alle manifestazioni e agli scontri in piazza De Ferrari cadde un Governo. Quello di Tambroni, che strizzava l’occhio agli ex fascisti.

Dico tutto questo perché sono rimasto deluso quando ho appreso che la manifestazione del Pd contro il Governo e il suo Def si darebbe tenuta nella capitale. Qui da noi, oltre alla data del 13 ottobre, scelta per una manifestazione generale, in precedenza ci si è limitati ad occupare simbolicamente, e nemmeno troppo a lungo, la sala rossa del consiglio comunale o a togliersi la giacca per protestare contro maggioranza e CinqueStelle che in Regione si erano opposti alla discussione del fresco decreto legge – decretone o decretino – Genova. E nemmeno è bastato a frenare la mia rabbia sapere che, a mo’ di contentino, l’organizzazione dei notabili del Pd aveva concesso al giovane Federico Romeo, in rappresentanza della zona colpita dalla tragedia e dal dramma, di salire fra i primi sul palco per attestare le condizioni al limite del tracollo in cui versa la nostra città. Comunque i bravi militanti, silenziosi perché non hanno nemmeno protestato per l’evidente errore di ubicazione, ossequiosi sono partiti in massa dalla Liguria per raggiungere la Capitale. E arrivare sin la’ dove ogni blasfemia ha avuto inizio e vegeta. Anzi, ingrassa. E hanno persino attestato con foto entusiastiche postate sui social l’evento. Mentre il cortocircuito delle gaffe, come fosse un incubo, minaccia di espandersi a macchia d’olio. Con quel possibile, probabile, ormai improbabile, commissario straordinario dal nome altisonante e dal patronimico prezioso, che, dopo aver ufficialmente accettato, con tanto di annunciate dimissioni dal precedente incarico, si vedrà costretto ad una retromarcia per conflitto di interessi. Nel paese dove Berlusconi ha governato in lungo e in largo. Lui, Claudio Andrea Gemme ha una macchia nel curriculum, per alcuni indelebile. Perche’ non solo è genovese, ma è originario della Valpolcevera colpita dalla tragedia. E, come se non bastasse, i suoi genitori, sarebbero compresi nella lista degli sfollati.

Comunque stento a credere che un magistrato possa un giorno svegliarsi contestandogli alcunche’. Ma questo è il paese in cui siamo precipitati. Dove la forma e’ in chiaro vantaggio sulla sostanza. Percio’ la politica del comunicare si rivela ancora una volta vincente su quella del fare,una volta tanto strombazzata proprio da Berlusconi e da tutto il centrodestra. 

E infine, paradosso del paradosso, nella nostra città almeno una manifestazione, più o meno di massa c’è stata. Anche se fanno tenerezza quei post in cui i 30 mila, i 50 mila, i 150 mila che hanno invaso piazza del Popolo, sono stati cancellati per rimanere i classici 4 gatti. Anche se, nel frattempo a Milano, in piazza Duomo, altre migliaia di persone hanno partecipato alla manifestazione organizzata dall’Anpi contro l’intolleranza.

E Genova, la citta’ Medaglia d’oro della resistenza, quella del 30 giugno Sessanta, la Superba ferita, anzi ormai in ginocchio, e’ stata lasciata in mano alla Lega di Capitan Matteo Salvini. Il leader del Carroccio e vicepremier, arrivato sin qui per arringare la sua folla e il suo popolo e raccontarci che quel decreto, che troppo poco ci riconosce in termini di erogazioni di finanziamenti, potrà sempre sempre essere cambiato. Con evidente altro dispendio e perdita di tempo. Mentre il malato peggiora.

Il tutto con un popolo di camicie verdi osannnante e nessun presidio a contrasto. Per ribadire civilmente, almeno il messaggio che di prese in giro i genovesi non hanno più alcun bisogno e che la pazienza, a questo punto, è arrivata al termine.

Insomma sembrerebbe che un certo tipo di estatica acquiescenza abbia persino messo a tacere la predisposizione millenaria dei genovesi al “mugugno”. Perché, come si dice, e come ha scritto Maurizio Donelli, giornalista de “Il Corriere della Sera”, i genovesi oltre al tradizionale “mugugno” si sono sempre dimostrati durante la loro storia uniti, testardi e forti. Eppero’ di tutto ciò, impantanati in una certa melassa politica, non ne hanno dato ancora prova. Probabilmente instupiditi da certi opportunistici calcoli della politica spicciola, non hanno ancora dimostrato a nessuno, come diceva sempre Donelli, che con i genovesi “non si scherza”. E quella che è sempre stata indicata come città-laboratorio, in cui gli esperimenti più immaginifici sembravano essere a portata di mano, probabilmente si è ritrovata assorbita in un sonno comatoso, insieme a quello che per anni e’ risultato essere il partito organizzato per antonomasia. Un sonno che potrebbe risultare l’anticamera della fine. A discapito dell’indole dei genovesi. Quelli del “che l’inse” e dell’ “A moia”. Ma da lì occorrerà ripartire. Con o senza giacca. Per sconfiggere quel senso di vertigine.

P.S. Mi accorgo solo adesso, leggendo un post di Cristina Lodi, di essere stato ascoltato o, perlomeno, che qualcuno mi legge nel pensiero. Annuncia, la capogruppo Pd in consiglio comunale: “Venerdì segreteria nazionale del Pd. Con Martina a Genova. Grazie”. E osservo io…. “Risolutivo”

Giona