In quanti modi si può storpiare Toninelli

Lo so che il gioco è cretino. E non sto affatto parlando del nuovo sinonimo, da decreto a decretone a… decretino – poi personalizzato in de-cretino -, coniato appositamente per il latitante decreto Genova, quello da cui avrebbe dovuto uscire il nome del “prezioso” commissario straordinario con il compito di iniziare l’iter per la ricostruzione del ponte. Comunque, non a caso, in quel turbinare di idee e cervelli che corrisponde all’operare quotidiano del nostro Governo, dove brillano per acutezza un premier che magari non sa scrivere ma, a quanto pare, sa far di… Conte, un vicepremier che ha un atteggiamento “Salvinifico” e un suo “paria” che  ha dimostrato di saper essere Di Maio… in peggio, era stato scelto un personaggio a suo modo “prezioso”, come dicevo, con il patronimico calzante di Gemme. Solo che poi tutto è andato intorbidandosi in virtù delle origini polceverasche del suddetto settantenne Claudio Andrea, e di una casa di proprietà della madre situata proprio nella zona rossa degli sfollati. Cose da far agitare i fantasmi infestanti del conflitto d’interessi, in una vicenda in cui il gioco dei pesi e contrappesi è diventato un vero e proprio tormentone. Fino alla odierna nomina del sindaco Marco Bucci, sempre che poi, fra sussurri e grida, molti per la verita’, fino a questo momento, non vi siano nuove retromarce, come era successo per Gemme investito dal premier Conte e più recentemente riappoggiato e reindicato, e dato per certo commissario straordinario, da Di Maio. Al momento di certo c’è soltanto una telefonata di Conte a Toti. E sono già scattati complimenti e fuoco amico e, soprattutto nemico, con il capo dell’opposizione Gianni Crivello che allerta “Senza un cambiamento radicale del decreto anche Bucci potrà fare pochino”. Mentre Bucci, da parte sua, sulle prime ha reagito dicendo di non avere ancora ricevuto alcuna comunicazione ufficiale. Per parlare in seguito dei tempi stretti della ricostruzione. Ma si sa, sui social la comunicazione politica viaggia veloce. Con lotte da coltello per la primogenitura delle notizie. A meno di altrettante repentine correzioni di rotta in caso di errore, che con il restringersi dei tempi alla fine è sempre lì. Dietro l’angolo.

E quindi, a giochi che parrebbero fatti, merita di ritornare sull’intera vicenda. Con Toti, che viene indicato come la mente ispiratrice di Bucci, che pur ritornato in auge, è stato escluso. Il Governatore Giovanni Toti, vittima di un servizio giornalistico de “L’Espresso”, in cui sarebbero emersi contributi finanziari consistenti alla sua associazione, la Fondazione Change, da parte di petrolieri e costruttori. Fra questi due società della famiglia Gavio, una delle titolari delle concessioni autostradali. Vi sono poi altre aziende di costruttori a cui vengono assegnati, senza gara, appalti pubblici, o famiglie di terminalisti, guardate con un certo riguardo dagli amici degli amici. Ma questa è un’altra storia. Cose già viste e riviste nella politica italiana della Prima Repubblica, e non solo. Prima della Fondazione Change, che dovrebbe voler dire cambiamento, o forse sta solo per scambio di favori, ricordo “Il Maestrale”, associazione di Claudio Burlando. Almeno a giudicare dal nome avrebbe dovuto essere un vento nuovo che spazzava la Liguria. Il funzionamento, però, era più o meno lo stesso. Tanto da poter notare che alcune famiglie/aziende, l’Europam della famiglia Costantino, per esempio, petrolieri ma anche titolari di attivita’ biomedicali, compaiono prima in una fondazione e poi nell’altra. Nulla di grave, per carità. Ma siccome l’Italia è il paese dove, come disse il “divino” Giulio Andreotti, che queste dinamiche le conosceva bene, “a pensar male si fa peccato ma molto spesso ci si azzecca”, tutto il resto viene da se’. Peraltro Raffaele Cantone, presidente dell’autorità anticorruzione ebbe a dire a suo tempo: “E’ indispensabile una legge sulle fondazioni politiche”. Tanto che nel 2015 Luigi Leone, giornalista de “Il Secolo XIX” ed allora direttore di “PrimoCanale” scriveva a seguito di un’inchiesta della magistratura che riguardava, vedi caso, i petrolieri Costantino, sostenitori di Maestrale con 100.000 euro e anche di Change, qualche anno dopo – come a sostenere la perfetta imparzialità’ di alcuni nostri imprenditori, anche immarcescibili interpreti, più o meno occulti, del genovesissimo maniman – “E’ indispensabile una legge sulle Fondazioni politiche”. A dirlo non è un passante preso a caso, ma Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anticorruzione. Parole mirate. Le Fondazioni al servizio della politica, spesso in realtà al servizio di singoli esponenti politici, sono sempre state presentate come dei “pensatoi”, cenacoli culturali nei quali si dibatte di tutto e di più. Nel tempo, però, hanno rivelato una natura come minimo parallela: quella di collettori di finanziamenti. Ed è lì, proprio lì, che la malapianta della corruzione può mettere radici. Cantone ne è consapevole, lo denuncia e chiede un intervento legislativo. Limpido e lineare.

Sia chiaro, non è detto che il rapporto fra politica e affari sconfini le regole del codice penale, ma questo non cancella l’inopportunità di certe relazioni. Le quali possono produrre un condizionamento su leggi nazionali e regionali, o sulle delibere comunali, in ragione di un evidente conflitto di interessi: se chi mi ha dato del denaro per la mia Fondazione chiede “un piacere” su questo o quel provvedimento sono davvero in condizione di rifiutare? La risposta ovvia è no, non ci riesco. Soprattutto se la “dazione”, come la chiamavano i magistrati del pool Mani Pulite, non è resa di dominio pubblico”. Insomma Toti, su cui avevano fatto affidamento molti genovesi, e non solo sostenitori ed esponenti del centrodestra, in virtù di quel servizio giornalistico, magari suggerito da qualche astuto politico pentastellato, o peggio del Pd, è stato colpito e affondato.

Talchè in pista, nel ruolo di possibili, papabili, probabili aspiranti commissari straordinari erano rimasti in due il fisico, manager ed ex direttore scientifico dell’iiT di Genova Roberto Cingolani e il sindaco Marco Bucci. Fra i due, continuando nel gioco cretino, sarebbe stato preferibile il primo, visto che il nostro sindaco ha il cognome facilmente ricollegabile alla Bucci…a di banana che nell’immaginario collettivo è sinonimo di scivolone. E, poi tornando seri, ammesso e non concesso che la Fondazione Change, come sostengono i giornalisti de “L’Espresso”, rappresenti il peccato originale, risulterebbe, sempre secondo l’inchiesta del settimanale, che il Bucci sia stato destinatario di 102 mila euro elargiti per la campagna elettorale proprio dalla Fondazione di Toti, ente no profit che rivendica finalità’ divulgative. Insomma, per riprendere dalle cretinerie di apertura di articolo, la classica Bucci…a di banana. 

Al contrario il primo, Cingolani ricorda tanto i mezzi d’assalto, cingolati appunto, e per la ricostruzione del ponte occorrera’, una volta iniziato l’iter, spazzare via tutti gli ostacoli che si frappongono. In fondo, cretineria per cretineria, il vicepremier detto “Ruspa”, a mio parere non avrebbe potuto essere in disaccordo. Ma è andata diversamente, anche se conoscendo un po’ la politica, pronostico che ci sia ancora da attendersi qualche possibile colpo di coda. Anche perché in consiglio regionale e in Comune i pentastellati hanno attaccato duro giovandosi proprio delle rivelazioni de “L’Espresso”. 

Comunque per tornare a Toninelli, dicevo, come ho sopra evidenziato, che il gioco è quello cretino delle elementari, poi trasferito alle medie, di storpiare il nome del compagno di turno, un po’ per celia, un po’ per un insano tentativo di sottomissione e bullismo. Un gioco infantile, ben presente nella fantasia di tante persone che utilizzano i social, che non mi sento di condannare a priori. Anche perché spesso lo scopo è quello di mettere alla berlina il potente di turno.

La statua di Pasquino, a Roma

Nella Roma papalina, per esempio, esisteva la statuetta di Pasquino, la più celebre statua parlante di Roma, divenuta figura caratteristica della città fra il XVI ed il XIX secolo. Ai piedi della statua, ma più spesso al collo, si appendevano nella notte fogli contenenti satire in versi, dirette a pungere anonimamente i personaggi pubblici più importanti. Erano le cosiddette “pasquinate”, dalle quali emergeva, non senza un certo spirito di sfida, il malumore popolare nei confronti del potere e l’avversione alla corruzione ed all’arroganza dei suoi rappresentanti. E dunque questo giochino cretino, altro non vuol essere che la sfida e l’espressione del malumore popolare nei confronti del potere o solo della sua stolta è comprovata arroganza.

Da ciò il proliferare di storpiature, più o meno d’autore, nei confronti del ministro delle infrastrutture pentastellato Danilo Toninelli che ha visto, e dovuto incassare, facendo buon viso a cattiva sorte, la progressiva e insultante trasformazione del suo patronimico. Toninelli, diciamocelo, è risultato via via sempre meno simpatico in occasione del crescendo delle sue performance mediatiche. 

Dalla comparizione al fianco di Bruno Vespa, a “Porta a Porta”, con sorriso stampato sulla bocca, con tanto di plastico del ponte collassato in mano, al tweet discutibile della revoca della revoca al suo barbiere di fiducia. Sino al gioco a rimpiattino sul decreto-decretone-decretino e sul nome del commissario straordinario e alla discutibile “cacciata” di Autostrade dal progetto e dall’opera di ricostruzione. Con il rischio, non secondario, di ricorsi che potrebbero allungare a dismisura l’iter per disporre del nuovo ponte.

Infine, quando si è lamentato con i genovesi dopo che, avendo rilanciato il ponte che verrà come luogo si divertissement dicendo “Un luogo di incontri in cui le persone si ritrovano, in cui le persone possono vivere, possono giocare, possono mangiare” era stato subissato di insulti. Ed era arrivato a rispondere, il giorno, dopo che gli ignoranti erano quelli che non avevano capito il suo genio. In fondo Ponte Vecchio, il Ponte di Rialto, Ponte Galata sono tutti ponti dove si transita, certo, ma si vive. E perché non dovrebbe esserlo il ponte sul Polcevera?

E perciò se, a fronte di tante nefandezze, quando il decreto tardava si è proceduto sommariamente a chiamarlo Toninulla, dopo la rabbia montante per quel sorriso un po’ ebete con plastico di ponte in mano si è passati al Tontinelli, suffragato e suggellato poi, a maggior ragione, per quell’uscita sul ponte dove ci si diverte. Sino ad arrivare all’ultimo, coniato ma non mi sentirei di assicurarlo, dal consigliere regionale del Pd Pippo Sergio Rossetti, che l’ha chiamato Inutinelli. Probabilmente per mettere l’accento sulla sua uscita di scena nella nuova diatriba fra Cinquestelle e Lega che riguardava il nome del prossimo/futuro commissario straordinario Gemme, poi giubilato. Su cui, dopo le assicurazione e le rassicurazioni, nell’ordine del premier Giuseppe Conte, e delle sue due braccia, il destro e il sinistro, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, la querelle si è risolta con il repentino cambio di rotta. Acqua passata.

Comunque, perlomeno in questa fase Lui, Toninelli, sembrerebbe essersi preso una pausa sabbatica. O, peggio, tenuto conto della montante richiesta di dimissioni, qualcuno potrebbe avergli consigliato di ritirarsi per un momento di riflessione. Cedendo ad altri un po’ più strutturati, sempre che ve ne siano, le luci della ribalta. Magari concedendosi un altro break dal barbiere. Beicapelli, in fondo, suona molto meno offensivo che Toninulla, Tontinelli, Tontarelli o di Inutinelli. 

Anche se ormai a forza di gaffe è diventato un surreale personaggio dell’immaginario collettivo. Prova ne sia la gustosa imitazione del comico genovese Maurizio Crozza e la creazione di un fake che nel profilo porta il nome Danilo Toninellli. Un eccesso di l per far capire che altro non è, o non pretende di essere, che una pagina satirica sulle sue esilaranti imprese in terra. Ove, magari, con la sola imposizione delle mani riesce a far correre sulle sue gambe un ex paraplegico, fino a qualche tempo fa ridotto sulla sedia a rotelle, e pensa a stazioni ferroviarie ecosostenibili, dove, in perfetta sintonia con quanto crede sia giusto per il nuovo ponte di Genova, vengano costruite fontane piazze e rosticcerie per il bene di ogni famiglia italiana.

Tanto che Giovanni Drogo in un suo riuscito articolo pubblicato su “NeXt.it”definisce il Fake di Toninelli più vero del vero. Evidenziando che dalla storpiatura del nome si è ormai arrivati alla macchietta. Il che, nella moderna società della comunicazione, viaggia di pari passo con il successo. Mentre un altro pentastellato di nome Rocco, e di cognome Casalino, finito nel dimenticatoio dopo l’iniziale successo del Grande Fratello, si appresta, magari, a oscurargli il palcoscenico. Certo che se a noi genovesi toccasse soltanto una parte dei loro futuri introiti televisivi e del riscontro mediatico per comparsate legate alle loro nefandezze, dette, fatte, o solo pensate, sulla tragedia del 14 agosto, probabilmente potremmo risolvere, almeno in decimi, il problema finanziario degli sfollati.

Comunque noi genovesi rimaniamo in paziente attesa dell’ufficializzazione per decreto di un nome. Fatto fuori Toti, il cui cognome avrebbe potuto dopo l’inchiesta giornalistica essere troppo facilmente storpiato in Torta, pare ci si sia decisi verso il sindaco Marco Bucci. Però, come ho detto poco sopra, troppo soggetto, con quel suo cognome e…. non solo, a qualche imprevisto scivolamento. Una Bucci…a di banana messa lì, magari a caso proprio dal fuoco amico. Intanto sui social insieme alla pioggia di congratulazioni, messaggi di sostegno e complimenti inizia ad affiorare il solito “bastian contrario” che, messa da parte la soddisfazione per la nomina lungamente attesa, provvede a domandarsi se due incarichi così gravosi non finiranno per minare la tradizionale efficienza di Bucci. Bucci in fondo è un manager abituato a ragionare per obiettivi. Ma uno alla volta, per carità. Le solite Cassandre pronosticano che finirà per fare male il Sindaco e il Commissario. E devo dire che anche io sulle prime ho avuto questa reazione.

Motivo per cui rimango dell’idea che più indicato avrebbe potuto, forse, essere l’uomo che nel patronimico dispone di cingoli per bypassare tutti gli ostacoli. Che presumibilmente saranno ancora tanti. Un fisico trasformatosi in manager, che in tanti anni all’iit ha lavorato benissimo e per questo è rispettato da tutti. Un fatto generalmente riconosciuto, anche in una citta’ difficile come la nostra. E per di più un tecnico e non un politico “teleguidato”, che in vista delle prossime elezioni non avrebbe nulla da perdere. Anche se ho letto molti richiami all’unità, però, per quel che conosco la politica, le migliori intenzioni vengono scalzate via in un attimo dai meri calcoli di bottega.

In ogni caso, ad ogni buon conto, rilassatevi. Si è trattato di un gioco infantile e cretino anche se, come dicevo poc’anzi, risulterebbe ancora tangibile ed evidente l’espressione del malumore popolare nei confronti del potere o solo della espressione esondante della sua stolta arroganza.

Giona

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