In quanti modi si può dire “ti voglio bene commissario Bucci”

Oggi mi corre l’obbligo di chiedere scusa. Perché, a fronte del mio ultimo articolo “In quanti modi si può storpiare Toninelli”, uno dei rari commenti – due per la verità, oltre a quello riparatore del sottoscritto – è stato: “Quando la satira diventa stalking”.
Cosa che ha contribuito a creare nel mio profondo una subitanea e gravosa crisi di coscienza. E tutto ciò al di là del fatto, più o meno verificabile, che il commento urticante possa essere stato esplicitato dal solito tifoso “pandistelle” che, tenendo fede alla teoria del complotto nei loro confronti, si rifiuta di ammettere i lati comici del caso del ministro alle infrastrutture. E poi ieri pomeriggio a Sestri Ponente, dopo essere passato in auto di fronte a quei due monconi di ponte, a cui manca da 52 giorni la parte centrale, sono andato alla libreria Mondadori di Sestri Ponente ad aiutare l’autore ed amico Matteo Frulio a presentare il suo libro “Agnus dei”.
Quattro novelle incentrate su storie di ragazzi, di adolescenti e delle loro scoperte. Lettura che consiglio a tutti, dal momento che ho avuto il piacere di curarne la postfazione. Un libro per ragazzi e non solo. Al che, anche di fronte a talune presunte gag, verrebbe da dire “So’ ragazzi”. Gag e nefandezze per altro colte da tutti satiricamente e no. Da “Lercio” a Gian Antonio Stella, editorialista de “Il Corriere della Sera”. E comunque, seguendo il mio spirito cristiano, conscio che nella vita l’importante sia il perdono, mi sono accinto a questo articolo, ispirato appunto dal mio personale senso del perdono. Rivolto verso il bene, con l’occhio alla rete che stimola solitamente odio, e l’orecchio ai rari accenni di sopravvivenza che consigliano: “fatevi li fatti vostri”. Solo, che al posto di “li fatti”, generalmente si utilizza un termine leggermente più greve. 

Ricordo che il mio direttore, per un certo periodo del suo interminabile mandato, ci richiese di curare e sviluppare, non mi sovviene più se quotidianamente o solo a cadenza settimanale, una pagina di “cronaca del bene”. Abdicammo miseramente dopo qualche tempo, invasi da comunicati di associazioni di beneficenza, dame di carità e San Vincenzo, appelli per il ritiro di capi di abbigliamento smessi per i poveracci – allora il reddito di cittadinanza era di là da venire-. Ma soprattutto a farci smettere fu la quotidiana invasione di questuanti alle porte della redazione, che persino i volenterosi ragazzi della portineria avevano difficoltà a tenere a bada. Ragionammo, allora che la cronaca, e i lettori, nonostante i nostri tentativi continuavano a prediligere furti e omicidi alla cronaca del bene. Smettemmo, raccontandoci che perlomeno avevamo fatto un glorioso tentativo.E dunque oggi, in atto di contrizione, vorrei riprovarci. Conscio che la rete ha bisogno di positivi insegnamenti. Anche perché, navigando di prima mattina fra i post dei miei amici social, dopo una notte di sonno – e perciò quando l’anima purgata è più leggera – mi sono lasciato attrarre da un bellissimo attestato di non belligeranza: “Modi di dire ti voglio bene senza dirti ti voglio bene.

Stai meglio?
L’altro giorno mi sei venuta in mente 
Vai piano
Sei arrivata bene?
Mi manchi
Ieri ti ho pensato 
Hai le mani ghiacciate
Bella la tua foto
Come è andata oggi?
Posso aiutarti.
BISOGNA IMPARARE AD ASCOLTARE”.

Matteo Frulio e Cristina Lodi

Perciò, con animo da ricercatore e da ascoltatore, vorrei poter aggiungere all’elenco un post che subito dopo mi e accaduto di passare in rassegna. È rivolto al sindaco/commissario Marco Bucci, investito del gravoso compito di far ricostruire il ponte che unisce Genova alla Valpolcevera nel più breve tempo possibile. Proprio ieri, parlandone con il mio amico Matteo Frulio che, oltre alla scrittura pratica per passione pure la politica come esponente del Pd, mi è capitato di ascoltare un grido di allarme che mi sento di sottoscrivere, e in cui Frulio si domandava se questo sovrapporsi di cariche non avrebbe, in un futuro prossimo, potuto rivelarsi foriero di confusione. Quando come è già accaduto, gli interessi dei genovesi, di cui Bucci è l’elettivo rappresentante, confliggessero con quelli del Governo. Chessò, tanto per citare qualche esempio, l’esclusione di Autostrade,  la cancellazione del Terzo Valico. O peggio una liquidazione ridicola alla città e agli sfollati. 

Maurizio Martina e Alberto Pandolfo

Insomma esattamente il succo del recente post della capogruppo Pd in consiglio comunale Cristina Lodi, rafforzata proprio ieri  dalla presenza a Genova, nella zona rossa, del segretario del suo partito Maurizio Martina.
E’ vero che ci sono tanti modi per poter dire “ti voglio bene… basta imparare ad ascoltare. E dunque il post di Cristina Lodi, a ricordare al sindaco/commissario, o al commissario/ sindaco – che resta un’abbinata ancora tutta da valutare nonostante le sue evidenti capacità – che i genovesi sono “mugugnoni” ma con loro, prima o dopo, occorre fare i conti.  E non si scherza.

“SECONDO GIORNO DI COMMISSARIO. QUESTION TIME.
Caro commissario il decreto va modificato, direi riscritto. Martedì 2 ottobre sono stati approvati ( dal consiglio comunale n.d.r.) 41 ordini del giorno TUTTI VOTATI DA LEI E DALLA SUA MAGGIORANZA E ANCHE DA NOI per modificare il decreto. Mi auguro che lei chiederà di introdurre nel decreto quanto votato. Altrimenti sarebbe una brutta pagina di democrazia. Glielo chiederò martedi’”.

E già, ci sono tanti modi per dire ti voglio bene, praticamente come mandare a dire a Bucci… “l’altro giorno quando, forse nell’eccitazione del clamore della notizia che Genova aveva finalmente un commissario, con fumata verdeoro tipo “habemus papam”,  hai dichiarato immediatamente la tua sottomissione al presidente del Consiglio Giuseppe Conte… “mi sei venuto in mente”. Ovviamente con tutto il peso della tua carica da sindaco. Perché Marco Bucci, ricordalo, prima di tutto sei il nostro sindaco e noi genovesi ti vogliamo bene.
Insomma, se, egregio Marco Bucci, come ha detto a quell’inviata di Sky Tg24 in piazza De Ferrari che le chiedeva se fosse genovese “Sono il Sindaco”, allora noi ci sentiamo di ripeterle, in coro: “Veda un po’ lei”.

Giona