“Non siamo fantasmi. Vogliamo un lavoro”. La rabbia degli operai delle aziende in zona rossa, chiuse dal 14 agosto

Genova – Li chiamano “gli sfollati del lavoro”. Sono gli operai delle micro imprese in zona rossa che hanno chiuso i battenti dal 14 agosto: Lamparelli, Italferr, Piccardo srl, Garbarino autodemolizioni, Vergano.
Sfilano pure loro nel corteo per la Valpolcevera che questa mattina ha invaso il centro. Sfilano per solidarietà e perché si sentono dimenticati e vogliono far ascoltare anche la loro voce.

“La nostra situazione è tragica perché, ad oggi, non sappiamo se apriremo e, se non apriremo, ci troveremo disoccupati”, ci spiegano i lavoratori che poi denunciano di vivere una fase più critica rispetto agli sfollati: “Gli sfollati un lavoro ce l’hanno ma noi, senza uno stipendio, come paghiamo gli affitti e i mutui? Come mangiamo? Considerato che la nostra è una zona franca, chiediamo che il Sindaco ci dia una ricollocazione”.

Sono circa 250 gli operai delle aziende sotto al moncone ovest e anche se c’è attesa per l’incontro che seguirà in Regione, sono sfiduciati: “Fino ad ora dalle istituzioni non abbiamo avuto nessuna risposta. Siamo come dei pesci fuor d’acqua”.

Anche noi vogliamo capire cosa si siano detti il Sindaco Bucci e il Governatore Toti con il portavoce dei lavoratori, e dunque lo intercettiamo mentre esce dal portone di piazza De Ferrari.
Si chiama Franco Di Patti e ci tiene subito a sottolineare che lavora per Lamparelli ma rappresenta tutti gli operai delle imprese in zona rossa: Nell’incontro di oggi sono state dette le cose che dicono tutti i giorni. Non ci sono certezze. Finché c’è il sequestro non ci sarà il consenso alla riapertura di corso Perrone e alla viabilità che c’era prima. Non abbiamo garanzie sul nostro futuro. Dicono che cercano di fare presto ma la garanzia che questo presto sia nell’immediato, non c’è. Noi non siamo dei fantasmi. Siamo dei lavoratori e quello che chiediamo è che venga inserita nel decreto la cassa integrazione in deroga e un reinserimento al lavoro. Quello che chiediamo è un lavoro, è un nostro diritto”.

Simona Tarzia