‘Ndrangheta in Liguria: 9 condanne. L’appello-bis ribalta le assoluzioni di Maglio 3

Si chiama “Maglio 3”.
Segmento dell’indagine “Il crimine” della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, è l’operazione dei carabinieri del ROS – Raggruppamento operativo speciale -, coordinata dalla DDA genovese, che nel 2011 ha messo in luce quanto la ‘ndrangheta sia radicata in Liguria, individuando quattro articolazioni territoriali, i “locali” di Genova, Lavagna, Ventimiglia e Sarzana, collegate alle strutture organizzative calabresi e coordinate da una Camera di controllo della Liguria.
L’inchiesta, smontata in primo e secondo grado, ha visto gli imputati assolti perché “il fatto non sussiste” finché la Cassazione, il 4 aprile 2017, non ha annullato la sentenza di assoluzione della Corte d’Appello di Genova con rinvio, disponendo, cioè, un appello-bis.
Un cambio di rotta della Suprema Corte che ha ritenuto che “richiedere ancora oggi la prova di un’effettiva estrinsecazione del metodo mafioso potrebbe tradursi nel configurare la mafia solo all’interno di realtà territoriali storicamente o culturalmente permeabili dal metodo mafioso o ignorare la mutazione genetica delle associazioni mafiose che tendono a vivere e prosperare anche sott’acqua, cioè mimetizzandosi nel momento stesso in cui si infiltrano nei gangli dell’economia produttiva e finanziaria  e negli appalti di opere e servizi pubblici”.

“Poco importa” precisa la sentenza “che l’impiego della forza intimidatoria del vincolo associativo e delle condizioni di assoggettamento e di omertà abbia avuto maggiore o minore successo, successo che è in proporzione inversa alla capacità di resistenza civile e culturale delle comunità che della forza di intimidazione siano state destinatarie: in realtà tale impiego, munito della connotazione finalistica delineata dall’art. 416-bis c.p., comma 3 è già di per sé sufficiente ad integrare il delitto in discorso. Piuttosto, meglio sarebbe ridefinire la nozione di c.d. mafia silente non già come associazione criminale aliena dal c.d. metodo mafioso o solo potenzialmente disposta a farvi ricorso, bensì come sodalizio che tale metodo adopera in modo silente, cioè senza ricorrere a forme eclatanti (come omicidi e/o attentati di tipo stragistico), ma avvalendosi di quella forma di intimidazione – per certi aspetti ancor più temibile – che deriva dal non detto, dall’accennato, dal sussurrato, dall’evocazione di una potenza criminale cui si ritenga vano resistere […] In sintesi, l’esternazione del metodo trova difforme declinazione e differente manifestazione a seconda della direzione finalistica delle condotte dei sodali e non può essere valutato secondo unitari e aprioristici moduli ermeneutici” (QUI la sentenza n. 24851, depositata il 18 maggio 2017).

Così oggi, a sette anni di distanza, si riscrive una pagina importante per la lotta alla ‘ndrangheta e scattano le condanne a sei anni ciascuno, per associazione a delinquere di stampo mafioso, per Benito Pepè, Michele Ciricosta, Fortunato Barilaro e Francesco Barilaro, che le indagini avevano indicato come i presunti boss del Ponente ligure.
Condannato a sette anni e nove mesi Onofrio Garcea, a quattro anni e otto mesi Rocco Bruzzaniti, Antonino Multari e Lorenzo Nucera e, infine, a tre anni e un mese Raffaele Battista.
Assolto Antonio Romeo.

“La sentenza riconosce la presenza della ‘Ndrangheta in questi territori, dove sono stati sciolti anche Comuni per mafia”, questo il commento del Sostituto Procuratore Generale di Genova, Giuseppa Geremia.

Simona Tarzia

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