Filosofia




Corro il rischio. Perché mai come in questo momento storico per l’Italia il confine puo’ apparire sottile, quasi indefinibile. Percio’ pazienza se qualcuno vorrà darmi del qualunquista, attribuendo ciò che penso al partito fondato da Guglielmo Giannini nel dopoguerra, che ebbe anche un proprio organo di stampa, appunto “L’uomo qualunque”. E avendo la pazienza di andare a consultare Wikipedia anche a voi verrà da osservare quante siano le affinità con quell’epoca di oltre settanta anni fa in cui l’Italia dopo la guerra, la guerra civile, la resistenza e la Carta Costituzionale, il referendum sulla monarchia e le successive elezioni politiche, cercava di rinascere.

Quello di Giannini fu un movimento figlio dell’epoca, è vero, una intuizione nata dal se poteva andare male è andata anche peggio. Spiega Wikipedia alla voce Guglielmo Giannini “Stanco della dittatura fascista e dell’intromissione della politica nella vita dei privati cittadini, ma anche del ritorno dei partiti tradizionali, Giannini si mise a capo di un movimento d’opinione chiamato Fronte dell’Uomo Qualunque, il cui motto era “non ci rompete più le scatole”: nel 1944 nacque il settimanale dell’Uomo Qualunque (che ebbe una tiratura media di 800.000 copie). Poco dopo nacque anche il partito. Il movimento, che avrebbe generato una nuova pseudo-ideologia politica, chiamata appunto “qualunquismo”, ottenne il 5,3% dei voti alle elezioni politiche del 1946, potendo così contare su 30 deputati all’Assemblea costituente, tra cui lo stesso Giannini, che divenne capogruppo alla Camera. Per questo motivo Giannini è considerato il principale esponente dell’ideologia dell’antipolitica e principale riferimento per gli schieramenti che si oppongono allo schema dei partiti tradizionali. L’Uomo Qualunque fece proseliti soprattutto al Sud, dove otteneva il voto dei grandi proprietari terrieri spaventati dalla rivolta delle masse contadine (appoggiate dal Partito Comunista Italiano) e dagli ex-fascisti. La nascita del Movimento Sociale Italiano ed il rafforzamento della Democrazia Cristiana su posizioni conservatrici causeranno il crollo elettorale de “L’uomo Qualunque” di Giannini, di matrice liberale e liberista, affermava: «Non esiste e non può esistere una politica di massa», come ebbe a scrivere nel 1945”. Già, l’antipolitica, la paura della sinistra, l’inquietudine verso i partiti tradizionali e l’irrisolta questione meridionale. Tanto per citare qualche similitudine.

Per questo motivo oggi sono stato attratto da due post dei miei amici social. Il primo riguarda il professore popfilosofo Simone Regazzoni, ricalatosi – ogni tanto succede anche a lui, che percorre in lungo e in largo l’Italia, fra presentazioni dei suoi testi, dai romanzi thriller ai saggi filososfici – nelle vesti più vicine a noi, comuni mortali, di utente dell’Amt.

Spiega Regazzoni “Ammiro la capacità di autocontrollo del controllore sul 13. Gli ha chiesto il biglietto ma il ragazzetto coglione nemmeno lo guarda, ride e quasi gli lancia la carta d’identità’. Certo ha i tatuaggi, è un duro. Alla domanda “Non ha il biglietto?” Quello biascica “E sennò perché ti davo la carta?” e ride con il gruppetto di ragazzetti suoi pari. Poi aggiunge che ci vorrebbe un lanciarazzi. Io stavo leggendo il mio libro su Borg e Mc Enroe e mi ripeto in testa di stare calmo anche se queste cose mi fanno girare i coglioni. Ma sul lanciarazzi alzo la testa e dico al controllore “poverino” riferito al ragazzo. Che si gira e mi guarda. Allora chiudo il mio libro e lo fisso. Lo fisso finché non scende. E penso a modelli educativi, tipo miniere o lavori forzati”.

Tutto qui, tutto di una clamorosa banalita’, se non fosse che spesso in autobus capita di incorrere in scene dello stesso tipo del bulletto o del maleducato di turno e di continuare a leggere, magari sperando che un Dio sovrannaturale li faccia inciampare nella discesa. Con tanto di dolorosa facciata sul selciato. Come se quell’essere sovrannaturale vedesse e provvedesse. E mi si insinua nella mente perfino il mio amico Barnaba Cecchini, vecchio tranviere, intento nei dieci esercizi spirituali zen pur al volante della sua vettura, per non lasciarsi intimidire dalla massa minacciosa e vociante e portare il convoglio a destinazione. Ma purtroppo oggi va così. E il popfilosofo ottiene la sua quotidiana razione di likes- quasi 200 – con pioggia di commenti sui sistemi educativi, sul ruolo abdicato dei genitori e della scuola.

Naturalmente anche io lascio il mio contributo personale con un ironico “Prof. Simone Regazzoni quanto mi piace quando rindossa vesti umane😬”.

Si’ perché il popfilosofo è un po’ così, vola alto, poi adora stupirci con gli effetti speciali, “picchiando” in basso per tornare a disquisire con noi animali terreni. 

Qualche giorno fa alla Feltrinelli ha presentato il suo saggio su Jacques Deridda, il suo maestro. Una bellissima lezione sulla personalità del filosofo francese che amava la letteratura e il corpo a corpo. Lì ho ritrovato il mio amico ex assessore al traffico della giunta Pericu e candidato sindaco della lista civica Ge9si, Arcangelo Merella, e insieme a lui abbiamo convenuto nel riconoscere nella descrizione della personalità del pensatore d’oltralpe molti tratti in comune con il suo allievo. Dalla fisicità al pensiero legati in un tutt’uno. Spiega Regazzoni “Niente di casuale, di estrinseco o inessenziale nel fatto che questo libro che porta il mio nome sia stato accompagnato e sollecitato, nel corpo della scrittura, da mesi di allenamento nell’arte marziale del Tae Soo Do. Chi potrà ancora distinguere qui, trattandosi  del desiderio della scrittura tra corpus e corpo, tra bios e graphia? si tratta sottolinea Deridda di mettere in gioco “nuovi corpi di scrittura” che vadano al di la’ delle vecchie descrizioni per approdare ad una nuova idea di auto-bio-grafia. Questo e dunque il mio corpo”.

E così appare Regazzoni. Trino, o forse più’, magari, fra politica, filosofia e arti marziali, ma uno, umano, sensibile, attento a se stesso e agli altri. Al mondo esterno come ai complessi rapporti amicali e all’interno della sua famiglia.

Personaggio difficile da interpretare e per questo talvolta ammirato e amato, ma, più spesso, avversato se non disprezzato. E’ accaduto in politica. Accade ancora oggi quando parla di politica. Netto, tranchant.
Spesso avanguardista visionario che precorre i tempi. Proprio come accadde per il suo maestro indigesto alla scuola filosofica francese.

Eppero’ poi l’amore per la filosofia lo porta a esaltare pure il suo spirito di servizio. In tempi recenti ha iniziato una serie di conferenze per aprire  gli abitanti della periferia alla filosofia. In Valbisagno e a Sampierdarena. Una volta tanto un intellettuale che non sceglie le luci del Ducale. Ma non c’è da stupirsi visto che al dibattito sulle periferie genovesi, quando vaneggiava di presentarsi candidato alle primarie del Pd intento a scegliere il candidato sindaco che avrebbe dovuto succedere al marchesino Marco Doria, aveva dedicato gran pare del suo ciclo di propaganda elettorale.

Già, la periferia, le periferie genovesi così bistrattate e dimenticate, con un decreto che si stenta a digerire, il ponte spezzato e tutto il resto. Una situazione che si è aggravata pesantemente ma che presentava problemi da risolvere anche prima della tragedia.

E già, le periferie che rivendicano un ruolo e un tipo diverso di socializzazione. Il mio collega Fabio Palli proprio venerdì’ su Fivedabliu ha pubblicato un articolo sullo sgombero del centro sociale “Utopia”in via Ronchi, a Multedo, attuato dalla Polizia di Stato in esecuzione di un ordine di sequestro preventivo emesso dal GIP del Tribunale di Genova. Una decina di manifestanti ha assistito pacificamente alle operazioni di sgombero.

E mi ha colpito il comunicato dei ragazzi e delle ragazze di “Utopia”: “Utopia non è un luogo ma un’idea”

«Lo “Spazio Libero Utopia” non c’è più. O meglio: tornerà ad essere uno dei tanti luoghi abbandonati e inaccessibili, tristi monumenti al degrado che una certa politica volutamente crea e alimenta.

Questo posto è nato nel 2014 all’interno di una delle tante aree dismesse e abbandonate della nostra città. L’edificio era ed è tutt’ora di proprietà dell’ENI: multinazionale statale, colosso petrolifero mondiale specializzato nel calpestare i diritti umani e in stupri ambientali in nome del sacro ed intoccabile profitto. A seguito di una costante opera di ristrutturazione e di bonifica, che come spesso avviene all’abbandono di aree industriali non più produttive non era stata adeguatamente eseguita, uno dei tanti luoghi inutilizzati delle nostre periferie è stato per quattro anni un luogo di socialità e di confronto politico, grazie ai progetti e agli sforzi di chi lo ha attraversato. Abbiamo imparato tante cose in questi anni, abbiamo visto passare tante persone e tanti progetti sarebbero potuti ancora nascere, ma i tempi sono cambiati all’alba di un “nuovo” governo che, come ci aspettavamo, sa dare un’unica risposta ai tanti problemi che coinvolgono il nostro paese e la nostra città: repressione nei confronti dei più deboli e delle poche voci che ancora hanno il coraggio di esprimere il proprio dissenso. Oggi come ieri, siamo certi e determinati a portare avanti l’idea che lottare per costruire una

realtà diversa per se stessi e per gli altri sia non solo possibile, ma dovere di chiunque voglia essere uomo o donna libero e consapevole, pertanto non finisce qui. Domani è un altro giorno».

I ragazzi e le ragazze dello Spazio Libero Utopia”.

Due facce della stessa medaglia.
Mi pongo una domanda. Fra me e me, sommessamente. Facciamo abbastanza, in famiglia, ma non soltanto, per educare i nostri ragazzi? A Genova e nelle sue bistrattate periferie?
Per provare a restituire loro, intatta, la loro speranza di utopia.

Paolo De Totero