Sciopero del 2013, tre multe da 500 euro pagabili in comode rate

Una settimana fa, mentre stavo scendendo in strada per andare al lavoro, incrocio il mio postino e come al solito mi fermo a chiedergli se avesse qualche cosa per me. Lui ci medita su un secondo (è un vero mostro, il mio postino, ti guarda in faccia e senza nemmeno controllare nel suo borsone, sa se c’è posta per te o no) e poi si illumina, certo che sì che c’è posta, armeggia nel suo borsone magico che sembra Doraemon e tira fuori una busta verde e me la porge sottolineando il fatto che è una notifica.
Sorride ma vedendo la mia faccia, rapidamente muta l’espressione in un ghigno di sofferenza, mi porge la penna, firmo la raccomandata e rapido gira sui tacchi e si allontana.
Io so cosa è, ma abbasso gli occhi lo stesso a leggere il mittente sulla busta: ISPETTORATO NAZIONALE DEL LAVORO, eccola la aspettavo da diverso tempo e alla fine è arrivata anche a me come è già arrivata e come arriverà anche ad un migliaio di miei colleghi e questo rito si ripeterà ancora per due volte, perché alla fine le multe per lo sciopero non autorizzato (quindi contro la legge 146 che li regolamenta) del trasporto pubblico di Genova sono arrivate e saranno per tre dei cinque giorni, che abbiamo incrociato le braccia dal 19 al 23 novembre del 2013. Metto la busta nel mio zaino e salgo sullo scooter e siccome che sto vivendo sentimenti contrastanti, cerco di fare un po’ di mente locale, andando con la memoria a quei giorni tanto esaltanti quanto inutili e mi riscopro a pensare per la prima volta con distacco al fatto che di quel periodo ci saranno per sempre due distinte narrazioni, quella romantico-rivoluzionaria e quella più cinico-disincantata.
Ma in comune hanno comunque la stessa morale non importa quanto si lotti in questo gramo momento storico che la sorte ci ha serbato di vivere, perché comunque alla fine della favola si deve pagare e a pagare per l’incapacità gestionale della nostra classe dirigente e politica come al solito siamo noi, i lavoratori, i cittadini, quelli che nel grande gioco valgono solo un’unità, quelli che non saranno mai un nome bensì una serie di matricola. Perché nella realtà Uno vale Uno, nel senso che sei solo un numero e nient’altro, tutto il resto è illusione, tutto il resto è uno sciopero selvaggio che in realtà non è stato altro che un grande balletto sul palcoscenico di una Genova piovosa di novembre.
Un balletto che tutti, in evidente trance agonistica, abbiamo scambiato per una potenziale polveriera, in una scintilla che partita da Genova avrebbe incendiato altre città.
“Genova è la scintilla di un incendio che si espanderà in tutta Italia. Ora devono essere i sindacati generali a diffondere le fiamme nelle altre città!”, dichiarerà in quei giorni un noto sindacalista e che dal Tpl si sarebbe propagato come un furioso incendio ad altre categorie, facendo cadere in serie Giunte Comunali, Regionali fino a rovesciare il Governo del rottamatore fiorentino e ripristinando giustizia sociale, onestà e opportunità per tutti, permettendo a noi ultimi di stare a rosolare sotto il Sol dell’Avvenire, che però si aspetta da sempre e che come Godot mai si paleserà.  Comunque fin dall’inizio la storia era iniziata sotto pessimi auspici, continui tagli del finanziamento pubblico da parte del governo centrale e la volontà della politica locale, guidata dal Marchese Marco Doria, conosciuto anche come il sindaco invisibile e dal Governatore Claudio Burlando, conosciuto anche come il distruttore di mondi, di liberarsi del peso delle partecipate cercando una riorganizzazione che in realtà significava privatizzazione, in nome di una necessaria politica di austerità che sarebbe servita più che altro a nascondere in primis l’incapacità dirigenziale e poi la scarsa voglia dei nostri politici di attuare quelle riforme necessarie per portare l’Italia fuori dalle secche della crisi.
Fermo al semaforo sul mio scooter riassumo mentalmente quella che era la situazione di allora, dunque abbiamo da un lato il Sindaco Doria e la sua maggioranza che intende varare una nuova manovra che avrà come scopo il “risanamento” dell’Azienda per il 2013, come al solito, a spese di lavoratori e utenti, una geniale ricetta a base di tagli alle corse e di possibili esuberi e periodi di cassa integrazione a rotazione, con la prospettiva di una nuova privatizzazione che è sempre all’orizzonte, ovviamente con gli amici di BusItalia sempre pronti a gareggiare per spartirsi una delle ultime succulente torte che l’Italia ha da offrire.
Dall’altro gli eroici tranvieri genovesi che al grido di “Che l’inse!” cominciano una cinque giorni di cortei e assemblee, conquistando il cuore della maggioranza dei cittadini (tranne che del presidente di Assoutenti, l’ex-sindacalista Furio Truzzi che non mancherà mai di attaccarci ma sempre a mezzo stampa) di un comico diventato politico e oggi pifferaio magico e di altre categorie a cominciare dai cuginetti tassisti, passando per molti colleghi di altre partecipate, Amiu e Aster (ma anche dei lavoratori portuali e del movimento studentesco) che spingono per unirsi alla lotta.
Il secondo giorno sono proprio i tassisti ad aggiungersi al nostro fianco, la Giunta assediata a Tursi ritira la delibera della privatizzazione alla sola Amt, ma la tiene valida per le altre partecipate, si decide di continuare e il terzo giorno Amiu e Aster sono ad un passo dall’unirsi in modo ufficiale, poi però accade l’impensabile, alle assemblee i sindacati che sono gli stessi, parlano diverse lingue a seconda delle categorie, è chiaro che i confederali non vogliono unire le vertenze di AMT (trasporti), ASTER (manutenzioni), AMIU (rifiuti) e ATP (trasporti provinciali), così come rinunciano a far partire altri scioperi in altre città italiane e decidono di trattare con una giunta comunale a quel punto traballante ma che evidentemente non doveva cadere.                                                                                                                                                                 
E’ la fine di tutto. Nella notte tra il 22 e il 23 in Prefettura, Comune, Regione, sindacati trattanti e Amt, firmano la bozza di accordo che potrebbe mettere fine all’agitazione, dopo quattro giorni di sciopero selvaggio passati sotto la pioggia come una categoria coesa e d’esempio e d’ispirazione per molti altri lavoratori. La bozza prevede l’impegno della Regione a rendere operativa la nuova legge regionale sul trasporto pubblico locale entro la fine del 2014 e a comprare 200 nuovi bus, mentre il Comune verserebbe entro il 2014 circa 4,3 milioni di euro, recuperando altri 4 milioni dalla riorganizzazione aziendale, senza tagliare stipendi, né allungare l’orario di lavoro.


La mattina del 23 nella Sala Chiamata del Porto ha inizio la votazione, passata alla storia come la più tarocca del mondo, in un attimo si chiede di votare alla massa di lavoratori stanchi e provati un accordo senza analizzarlo nel merito, si chiede di dividersi a destra i sì a sinistra i no, c’è confusione la gente non sa che fare, molti nemmeno partecipano perché fuori a fumare e a parlare o in fondo alla sala, i sindacati decidono che ha vinto il sì, scappano dalla sala e in un attimo il servizio è pronto a riprendere. I bus escono dalle rimesse, ma c’è rabbia e incomprensione non abbiamo ben capito che tipo di accordo sia stato preso, chi ha avuto tempo come me di leggerne le bozze, quella mattina aveva già capito che era solo un pretesto per finirla lì e lasciare le cose sospese, spegnendo sul nascere un potenziale rischio, lasciando comunque le porte aperte per ritentare l’assalto in un secondo tempo. Infatti è proprio grazie a questo accordo che oggi il 30% del servizio è stato esternalizzato. In cambio abbiamo ottenuto bus scadenti e l’estremo tentativo della giunta Doria di far passare sul finire della legislatura una nuova delibera sulle privatizzazioni. Siamo ancora pubblici solo perché il vento politico è cambiato sia a Roma, sia a Genova, ma chissà per quanto questo durerà.                                                                                                                                                               Arrivo al mio posto di cambio, saluto il collega smontante, ha l’aria mogia, forse anche a lui il postino ha giocato lo stesso scherzo fatto a me. Parto tuffandomi nel consueto caos che rappresenta così bene la vita stessa e penso che ad oggi tutti i problemi strutturali del Tpl nazionale e locale restano, non c’è strategia, non ci sono competenze, solo volontà diffusa di fare gare per appaltare i servizi pubblici. Da noi Amt per ora resiste, ma Amiu e Atp? Pare che per loro non sia così scontato.                                                                                                                                                
Cosa è rimasto quindi di quei cinque giorni? Direi soprattutto tre multe da 500 euro l’una e la possibilità di pagarle in trenta comode rate e un senso d’amaro in bocca che fatica ad andar via.                                                                                                                                                      Sorrido, è un ottobre ancora caldo e se non fosse un segnale inequivocabile del disastro ambientale in atto, ci sarebbe da esserne felici. Faccio la prima fermata della giornata e nessuno ha da ridire. Beh, come si dice: “Chi ben comincia è a metà dell’opera”…

Nel frattempo un abbraccio a tutti Voi dal Vostro autista Barnaba