Ma dove diavolo stiamo andando tutti quanti?

LE PRIVATIZZAZIONI

Sarà certamente lo shock di ritorno post-multe, ma mi è presa la voglia di fare un ciclo di articoli, tre per la precisione, che vertono su privatizzazione, sindacato e lavoro. Perché tutto ci sta cambiando da sotto gli occhi, in questo tempo di confine tra un’era e un’altra che il destino ci ha dato di vivere. Dunque da abitante di questo Tardo Impero Occidental-Capitalista, senza più punti di riferimento, ideologie e certezze, vorrei cercare di mettere un po’ le mie cose per bene e in fila, per vedere se riesco a farmi un’idea di quello che mi aspetterà in un futuro non troppo prossimo.  Quindi partiamo con la prima puntata  che tratterà di privatizzazioni, in primis del mio amato Tpl. Dunque iniziamo.

Nel 2013 partì (e rimase) da Genova un imponente sciopero selvaggio contro la privatizzazione dell’azienda urbana di trasporto pubblico (ma anche di altri servizi pubblici). La cosa si concluse con la decisione della Giunta di mantenere in house la baracca.

Ma l’attacco è solo rimandato perché le privatizzazioni sono un cavallo di battaglia della politica asservita al capitale, prova ne è il prossimo referendum consultivo romano, infatti l’11 novembre i cittadini romani sono chiamati ad esprimere un loro parere sul futuro di Atac, l’azienda d trasporto pubblico della Capitale.Il referendum è stato promosso da Riccardo Magi, segretario dei Radicali italiani per mettere a gara il servizio dei trasporti della capitale.

Sul sito del comitato promotore, ‘Mobilitiamo Roma’ si possono leggere queste brillanti motivazioni: “L’Atac non funziona ed è stata usata da tutte le amministrazioni di destra e di sinistra come bacino clientelare per ottenere voti. Occorre mettere a gara il servizio affidandolo a più soggetti, rompendo il monopolio e aprendo alla concorrenza. Le gare stimolano le imprese, pubbliche o private che siano, a comportarsi in modo virtuoso, e l’apertura alla concorrenza introdurrebbe anche forme più moderne e innovative di trasporto”.                                                                                
Sostanzialmente i quesiti sono due, il primo: “Volete voi che Roma Capitale affidi tutti i servizi relativi al trasporto pubblico locale di superficie e sotterraneo ovvero su gomma e rotaia mediante gare pubbliche, anche ad una pluralità di gestori e garantendo forme di concorrenza comparativa, nel rispetto della disciplina vigente a tutela della salvaguardia e della ricollocazione dei lavoratori nella fase di ristrutturazione del servizio?”.
Il secondo: “Volete voi che Roma Capitale, fermi restando i servizi relativi al trasporto pubblico locale di superficie e sotterraneo ovvero su gomma e rotaia comunque affidati, favorisca e promuova altresì l’esercizio di trasporti collettivi non di linea in ambito locale a imprese operanti in concorrenza?”.                                                                                    
Trattandosi di un referendum consultivo, non ha effetti diretti, tuttavia se vincesse il Sì, l’amministrazione comunale dovrebbe tenere conto delle richieste avanzate dai cittadini per aprire un dibattito sulla messa a gara del servizio dei trasporti della capitale.          
 “Dopo anni di inefficienze, sprechi e logiche clientelari – dichiara granitico il buon Riccardo Magi – finalmente votando “Sì” potremo porre fine al monopolio di Atac e mettere a gara il servizio di trasporto pubblico, ad una o più aziende, sotto il diretto controllo del comune di Roma che continuerà, ad esempio, a stabilire il prezzo del biglietto e le tratte necessarie per ogni quartiere. Nelle condizioni attuali di Atac, fallita nei fatti, qualsiasi altra proposta sarebbe irrealizzabile e condurrebbe alla svendita del servizio ad un solo privato. Chi dice no a questo referendum sostiene che vuole conservare l’azienda in house, ma di pubblico in Atac è rimasto solo il debito e i continui disagi dei cittadini”.      

                                   
Tra i promotori del “No” oltre ai Comitati di cittadinanza attiva, ci sono alcuni partiti di sinistra tra i quali Potere al Popolo e c’è la Cgil, che dichiara: “Dietro l’ambiguità del quesito referendario sulla privatizzazione di Atac si cela la volontà di sostituire un monopolio pubblico, patrimonio dei cittadini romani, con un monopolio privato che ha come interesse non quello di migliorare il servizio e la qualità del lavoro, bensì di fare profitti senza redistribuirli nella comunità. Difendiamo il diritto costituzionale alla mobilità e di tutelare un bene pubblico essenziale patrimonio dei cittadini romani e della Città di Roma”, conclude il sindacato più grande d’Italia, che, a dirla tutta, non si è mai troppo sperticato nel lottare contro le privatizzazioni.                                                                                                       
In realtà questo referendum pecca in due cose, la prima chiede di scegliere tra due mali, ovvero una gestione pubblica clientelare e incapace, oppure una privatizzazione che sarà un incubo come sempre, la seconda che come sempre in questi casi sotto le parole niente, nessuna idea, nessun progetto, nessun investimento, nessun suggerimento di dirigente illuminato, insomma si butta la faccenda in caciara trattando un argomento tanto importante e strategico con superficialità e a colpi di slogan.
Il punto non è tanto se fare o meno le gare ma tuttalpiù come farle, visto che sono spinte a livello europeo e addirittura a livello nazionale c’è una normativa che sconsiglia l’in house togliendo soldi dal già esiguo finanziamento pubblico a quelle aziende che intendessero restare pubbliche.


Il professor Enrico Musso uno degli ideatori del PUMS genovese ha sempre dichiarato che il problema dell’Italia non sono le privatizzazioni, ma le privatizzazioni all’italiana, ovvero quelle che non rafforzano il controllo pubblico, ma che semplicemente rimpiazzano l’azienda con l’impresa vincitrice (spesso spinta dagli aiutini degli amici) che socializza le perdite e si mangia il profitto, spolpando di fatti l’ennesima torta statale. Secondo la teoria, invero piuttosto fantasiosa, degli irriducibili neoliberisti, l’esito può essere molto positivo se le gare si realizzano con una liberalizzazione che rafforza il controllo pubblico, cosa che francamente in Italia non potrà mai accadere a causa del sistema sopra descritto che regola in ogni suo aspetto la vita di questo meraviglioso e sfortunato paese. Il privato che prendesse il comando di Atac non si dedicherebbe al difficile compito di riorganizzazione produttiva, ma conserverebbe l’inefficienza, trasformandola in una rendita a proprio vantaggio, facendo pagare il conto ai cittadini con tagli ai servizi e aumenti tariffari, come è sempre avvenuto (basti vedere cosa è successo con l’acqua e nonostante il risultato del referendum del 2011).
Certo è, però, che se le cose permanessero come sono attualmente, la città continuerà a soffrire la carenza di trasporti, che obiettivamente non funzionano e la colpa non è solo del taglio dei finanziamenti, ma anche, ad essere sinceri, dell’incapacità gestionale della classe dirigente, della mancanza di progettualità e di mezzi; non risolvono il problema nemmeno la creazione di fantomatiche Agenzie per il trasporto che dovrebbero gestire il bene pubblico  per conto del comune, evitando qualsiasi influenza del mercato sulle decisioni di interesse generale e che sulla base degli indirizzi degli enti locali, dovrebbero organizzare e pianificare il servizio e acquistare dai privati la fornitura di trasporto, dove esistono infatti non sono altro che ennesimi carrozzoni, buoni per distribuire poltrone. Parliamoci chiaro un privato non si butta in un’avventura per fare l’esecutore di servizi pubblici, obbedendo pedissequamente al Comune, non è una Onlus, quello che fa i cittadini romani e i lavoratori lo sanno bene visto che già oggi una parte della rete periferica è affidata a un’azienda privata, Roma Tpl, che la gestisce sempre peggio.                                     
L’altra grande fandonia che i sostenitori delle privatizzazioni raccontano, è quella che i vincitori della gara sono per contratto vincolati con gli enti locali ad assumere gli attuali dipendenti con le stesse retribuzioni oltre a prevedere la revoca degli affidamenti ai privati che non rispettano i contratti di lavoro, quando sappiamo benissimo che ad esempio BusItalia ovunque si insedia porta con sè la propria contrattazione aziendale, ovviamente peggiorativa, firmata da Cgil, Cisl, Uil e Faisa Cisal; chiedete un po’ a Terni e in Umbria, oppure all’Ataf di Firenze dove tutto è cominciato.                                                                                                                  
Vorrei concludere proprio con le parole del coordinatore RSU Ataf Alessandro Nannini dei Cobas: “A Firenze siamo stati la prima azienda totalmente privatizzata da Renzi, il comune si è di fatto liberato del trasporto fiorentino sia su gomma e sia su ferro. Cosa è successo con i privati? Che dopo cinque anni si sono rivelati un bluff, per i lavoratori c’è stato un prolungamento degli orari di lavoro e un peggioramento delle condizioni di lavoro, oltre alla diminuzione di organico, le officine sono state dismesse e le manutenzioni sono quasi totalmente esternalizzate. Ataf non è più un’azienda che fa trasporto pubblico di utiità, ma che lo fa per il bilancio, in quanto BusItalia fa solamente servizio per business e non più per il sociale. Il Comune di Firenze e tutti gli enti, stanno continuando a pagare di più di quello che avrebbero fatto se si fosse rimasti in gestione pubblica, per esempio se ci sono da fare delle corse in più per servire dei poli scientifici universitari, oppure delle linee in più per portare dei lavoratori o per altri motivi pubblici, considerate che vengono fatte pagando un extra. L’azienda sta facendo profitto sulle spalle dei lavoratori e su quelle dei cittadini, anche perché non c’è più controllo e le corse saltano regolarmente, c’è una diminuzione dei tempi di percorrenza delle corse. Il privato da noi fa il buono e il cattivo tempo con i soldi pubblici”.                                                                                                                                 
Mi rivolgo infine ai cittadini romani, l’11 di novembre non votate Sì, piuttosto pretendete una seria politica nazionale e locale applicata al Tpl, che riveda la normativa e che preveda l’intervento di dirigenti adeguati e preparati.

Nel frattempo                                                                                                                                                                       
 un abbraccio a tutti Voi                                                                                                                                                              
 dal vostro autista Barnaba