“Dove diavolo stiamo andando tutti quanti?” SECONDA PARTE

LA MUTAZIONE DEL LAVORO

Continua il ciclo di tre articoli iniziato la scorsa settimana… Tre come le buste verdi che mi sono arrivate (l’ultima giusto un paio di giorni fa) e che mi alleggeriranno di circa una mensilità. Tanto vale la sanzione contro un lavoratore che ha lottato per i propri diritti e per quelli dell’utente ma come si dice, inutile piangere sul latte versato che tanto il Mondo è andato avanti… o indietro, verso un Tardo Impero Occidental-Capitalista, senza più punti di riferimento, ideologie e certezze. Un Tardo Impero che paradossalmente non crollerà a causa dei Barbari perché i Barbari siamo noi e stiamo facendo tutto egregiamente da soli.            
Quindi proseguiamo con la seconda puntata di questa miniserie che intitolata “Dove diavolo stiamo andando tutti quanti?”. Puntata che tratterà delle trasformazioni del lavoro, in primis proprio il mio, quello del tranviere. Dunque iniziamo.

Quest’epoca che ci è toccata in sorte è estremamente affascinante oltre che spaventosa, viviamo in bilico su una linea di passaggio tra il ventesimo secolo, con tutte le sue rivendicazioni e le sue scoperte, e il ventunesimo secolo, che queste scoperte le sta mettendo a frutto, spesso a danno proprio delle rivendicazioni.

Viviamo in bilico tra un mondo in cui ancora aveva senso parlare di lotta di classe e di blocchi contrapposti, di occupazioni, di terrorismo rosso e nero, di operai e fabbriche, di grasso che sporcava le mani. Un mondo dove i primi computer erano grandi come mobili e i cellulari imbarazzanti, in cui i piccoli negozietti cominciavano a venire soppiantati dai centri commerciali e in cui l’utilitaria presto non bastava più e si comprava a rate un’auto più grossa.
Viviamo in bilico, dicevo, tra quel mondo e un nuovo mondo, fatto di social network, robotica e macchine sempre più cognitive, in cui l’orizzonte non è più la Luna e nemmeno Marte, ma i viaggi nel tempo, e dove la tecnologia sta imprimendo la sua indelebile impronta.     

Ci si sente quasi impotenti, quasi si percepisce la separazione in atto tra mente e corpo, e paradossalmente la rivoluzione tecnologico-informatica in atto rischia di dividerci. Rischiamo di diventare entità separate ognuno per sé, istupiditi, bombardati da qualunque nozione, valida o no, e quindi confusi, impauriti e disposti all’odio, fino a pensare che il nostro declino di uomini bianchi vada contrastato tirando su muri, divisioni, alimentando le differenze.
E’ la stessa Etica che pare uscirne compromessa.                                                                                          
Attualmente l’unica speranza è che, se qualcosa cosa di buono può fare questa rivoluzione tecnologica in atto, sia di farci capire che non dovranno esserci differenze, confini, divisioni e mercificazioni, perché come canta Moby: “Siamo fatti della stessa sostanza delle stelle”.
Dunque la prima cosa che necessariamente dovrà cambiare sarà questa visione ormai sorpassata di consumismo spinto, che ci porta naturalmente a dividerci tra prede e cacciatori, tra consumatori e produttori, tra sfruttati e sfruttatori.                                                                                                   
A volerla dire tutta, i significati stessi di democrazia e di uguaglianza paiono essere stati parecchio indeboliti dal fanatismo neoliberale, verso il quale confusamente ora ci si scaglia contro, seppur a colpi di populismo ottuso, misto a un nazionalismo scaduto giusto da una novantina d’anni.
E in questa Epoca di Confine, in cui intravvediamo solamente ciò che potremmo diventare, anche la politica, che dovrebbe guidarci, si muove bipolare, confusa, demente.

Pensate all’attuale politica del lavoro e al suo più grande paradosso, ovvero l’aumento smisurato dell’orario di lavoro, nonostante che le innovazioni tecnologiche consentano di aumentare a dismisura la produttività e, dunque, di ridurre l’attività necessaria.
Tutto questo per mantenere in vita il mito consumisticodel salario e delle pensioni. Presto o tardi questo sistema cambierà. Le produzioni saranno sempre più automatizzate, i costi crolleranno, il lavoro sarà specializzato e allora ai più non resteranno che poche ore di lavoro effettivo al quale si affiancheranno, forse, attività per la collettività. Magari un ritorno alla campagna, che ce ne sarebbe anche un disperato bisogno.
Si vivrà con un reddito universale e con la produzione di zucchine e pomodori.                                                   
Con buona pace di Marx, qua non si tratta più di cambiare il mondo ma di capire i cambiamenti che sono già in atto. Il nuovo proletariato sarà composto dagli ingegneri, dai contadini, dagli artisti, dai designer. Il lavoro umano sarà quello creativo e concettuale, quello che prevede l’uso della mente, del cuore e dell’anima, che per ora, grazie a dio, non sono riproducibili.                                                                                                        

Pensate cosa consentirebbe di fare già oggi la tecnologia nel mio lavoro: aggregare la domanda in tempo reale e doffrire un trasporto senza linee fisse, modificando il percorso per servire i cittadini che si muovono contemporaneamente nel medesimo bacino.
Se volessi andare, per esempio, dal quartiere di Albaro a Voltri, potrei prenotare il viaggio con una semplice app insieme ad altre persone che nello stesso orario avessero bisogno di muoversi in quella direzione. Verrebbe a prenderci un’automobile monovolume che ci porterebbe a destinazione con un servizio non di linea e una tariffa concorrenziale.
Sarebbe già fattibile, ma la nostra cultura non è pronta.
Chi ci arriva sono soprattutto i più giovani, che hanno chiaro come sarà il futuro e come cambierà i nostri stili di vita, e quindi iniziano a non vivere più l’auto come una proprietà (rimasuglio di un novecento fordista) ma come un semplice modo di spostarsi. Già ora servizi come carsharing, carpooling e bikesharing, fanno intravvedere questo futuro, con buona pace del mito individualista e del pieno di benzina e delle devastazioni che questo comporta in giro per il globo.                                                                                  

Inoltre la mobilità, anche quella pesante come gli autobus, si sta rapidamente spostando verso il motore elettrico (Amt renderà completamente ‘green’ tre linee la prossima estate: oltre al 518, anche il 516 e il 517) e gettando lo sguardo avanti di qualche decennio (un paio forse tre) gli autoferrotranvieri non serviranno più, perché i mezzi saranno automatizzati e il Tpl potrebbe addirittura essere gratuito, non dovendo garantire un costo del lavoro elevato.
Altre braccia che ritorneranno all’agricoltura.

Ma il pieno sviluppo del servizio di linea richiede riforme normative, così come lo richiede quello non di linea, anche per superare l’eterna lotta dei taxi e degli autonoleggi contro aziende tipo Uber.
Questa azienda, in assenza di una riforma, ha buon gioco nello strumentalizzare l’innovazione tecnologica per utilizzare autisti che accettano di lavorare senza tutele né diritti. Ha affermato il suo modello come fosse l’unico possibile, mentre si possono organizzare moderni servizi di mobilità a chiamatacon aziende che, come nella telefonia mobile, ricorrono ai vigenti contratti di lavoro, cancellando gli sfruttamenti e mandando avanti comunque un sistema che rappresenta una fetta del futuro della mobilità.                                                                                                                             Alla luce di tutto questo non pensate che la rivoluzione in atto finirà per travolgere e cambiare (forse in meglio) anche i sindacati? Ne parleremo domenica prossima.

Nel frattempo un abbraccio a tutti Voi                                                                                                                                                                
dal vostro autista Barnaba