Felicità puttana

Non può che far piacere essere entrati di diritto, oppure forse solo casualmente, nella ricca agenda politica del nostro governo. E, nel mio caso, vi assicuro che non sventolerò per i posteri e non posterò, sempre per i posteri, alcuna tessera dell’ordine dei giornalisti.
Anche se ahimè – visti i tempi – ne faccio parte dal lontano 1983.
Al momento mi sono limitato a postare una Tour Eiffel che termina a forma di penna con la scritta “Je suis puttana” e il commento: “Siamo tutte/i, un po’ puttane/i”.
Probabilmente perché non è nel mio istinto drammatizzare – anche se giudico difficilissimo il momento dell’informazione – e, allo stesso modo, nei momenti difficili faccio ricorso all’ironia.
Perciò, dopo aver svestito la canotta rossa e il Rolex tarocco, mi sono avventurato prima nel post e poi in questo articolo. Articolo difficile, perché per intima convinzione il partito dei “senza se e senza ma” non ha mai fatto il mio caso e perciò lo pratico rarissimamente.

Per questo motivo ho iniziato con il prendere in considerazione il cambiamento del linguaggio, osservando che quelli che con qualche spregio venivano apostrofati come “pennivendoli”, tout court sono diventati “puttane”.
Una volta il “pennivendolo”, se l’aveva combinata grossa, veniva anche gratificato di una qualifica non esaltante: “da strapazzo”.

Che poi in questo caso il significato ha un che di più violento ma il concetto, che appartiene al commercio e alla vendita di qualche cosa di intimo – una volta era la coscienza e ora è il corpo -, è palesemente lo stesso.

Per cui in questo momento politico di fibrillazione sarà facile attendersi che nella spirale di violenza per tutte le “puttane” che continueranno ad esercitare il loro lavoro, pur dimostrando inattaccabile coscienza professionale, venga abilitata una graduatoria con classificazione dal primo al quart’ordine. Un po’ come succedeva una volta per i casini – nel senso di bordelli, non del politico -.

E comunque vorrei provarci… tipo:  “La Repubblica”, “L’Espresso”, testate del gruppo Gedi verranno indicate come casini di primo o quart’ordine a seconda che alla particolare supposta gravità per gli attacchi alla democrazia venga addebitata la posizione in cima o quella in fondo alla graduatoria.

Che poi nella gratificazione di “puttane” alcuni nostri politici non brillano nemmeno in chiarificazioni.
Come del resto di questi tempi parrebbe essere nel loro succinto costume pur negli ambiti più diversi. Tranne poi rivelarsi per svarioni sesquipedali. Aggettivo che non ha niente a che fare con il ciclismo, ma – controllate sul vocabolario, se non vi fidate – vuol dire molto più semplicemente enorme. E comunque, mi duole dire che “puttane” più che “pennivendoli”, utilizzato un tempo dalla stampa di sinistra per etichettare i giornalisti dei quotidiani non di partito ma egualmente schierati, in fondo risulta più centrato.
Tanto è vero che Dante pone Taide, prostituta precipitata nell’inferno della Divina Commedia, non tra i lussuriosi ma fra gli adulatori.

Vi confesso anche che ieri sera mi ero riproposto di commentare altro. Poi ho deciso di legare i due argomenti.
Mi spiego: oggi, giorno della manifestazione di protesta dei giornalisti davanti alla Prefettura, coincide con la Giornata Mondiale della gentilezza, promossa dal World Kindness Movement, fondato a Tokyo nel 1996 al fine di rendere la convivenza fra gli esseri umani, gli animali e l’ambiente più gentile educata e rispettosa.
Non so se sia un caso oppure no. Però mi sembra uno strano segno del destino. In fondo penso che di maggior gentilezza avremmo proprio grande bisogno, in linea generale, giornalisti, politici esseri umani. Un po’ tutti.

Poi ho letto il post di Anna Pettene, mia amica Facebook oltre che autrice di una serie, ormai lunga, di altri post sul suo profilo in cui sta elencando con minuzia le diverse personalità di chi frequenta i social. Anna spiegava in poche parole che “il tormentone del momento è…. Puttana”.
E’ vero e sui social ieri ognuno ci ha messo un po’ del suo. Chi la faccia e chi la tessera. Chi ha raccontato quanto sia stato duro raggiungerla, dalla gavetta dell’abusivato all’ingresso in redazione, dal praticantato all’esame. E chi ha rivendicato di svolgere la propria professione da sempre con coscienza professionale.

Qualche giorno fa ho partecipato ad un seminario dell’ordine dei giornalisti proprio sulle difficoltà e sull’evoluzione del giornalismo politico. Tre ore in cui ognuno ha parlato delle proprie esperienze. E la riunione mi ha ricordato molto una cosa simile a un gruppo di autocoscienza in cui erano palesi le stimmate di chi svolge questa professione per scelta e per vivere. Alla ricerca della verità da tramandare ai propri lettori, una verità che per forza di cose non può che essere mediata attraverso l’esperienza, le idee, la conoscenza e la coscienza di chi scrive.
Insomma, neanche nel giornalismo può esistere la verità assoluta.

Sul caso, un altro amico facebook, Andrea Cambiaso, osserva: “Leggo la meravigliosa diatriba sul “puttana” regalato ai giornalisti. Francamente mi stupisce che si prenda alla lettera una parola o un pensiero che credo possa essere esteso, nel senso migliore, a chiunque lavori e a chiunque deve avere relazioni con gli altri. Poi voi date un senso dispregiativo, mentre per me è un po’ come Renato Zero… una metafora. Io mi ritengo una puttana perché comunque sono pagato ad ore, ogni prestazione è a ore, e allora ? Perché nel lavoro non siamo accondiscendenti? Gentili? Facciamo cose che non amiamo? Mi fa ridere un polverone così. Che poi ci siano giornalisti al soldo di qualcuno…  Non mi stupisce né mi danneggia che ci siano giornalisti falsi e fasulli. Perché non ci sono negli altri mestieri? Francamente nel paese con il più alto tasso di giornalisti d’ Europa (la GB Brexit) ci sta tutto. Poi vi prego, la libertà di stampa non è in discussione ma credo che al momento sarebbe meglio togliere la tessera a Di Maio e finirla lì’”.

Eppero’ credo che in questo momento storico, un po’ di preoccupazione per la reiterata violenza nel linguaggio da parte di esponenti di primo piano della nostra politica ci dovrebbe essere.

Anche perché il panorama generale sembrerebbe essersi fatto inquietante, tra i ripetuti attacchi all’ordine dei giornalisti e alla professionalità della categoria, la concentrazione di testate nei gruppi editoriali e fusione degli stessi gruppi, i giornali costretti a chiudere e colleghi senza lavoro, e le dichiarazioni del sottosegretario con delega all’editoria Vito Crimi, esponente dei CinqueStelle, sull’intenzione di abolire progressivamente quel che resta del finanziamento all’editoria, dopo le correzioni del decreto Lotti.

E al momento non è tanto l’epiteto di “puttane”, o di “cani da guardia della democrazia che si limitano ad abbaiare”, che riescono a preoccuparmi, quanto il disegno complessivo che sta dietro a tutte queste esternazioni violente nei confronti della categoria che si vorrebbe/rischia di essere cancellata.

Poi ci sono i limiti della nostra categoria, impoverita nelle idee e non solo. Sempre pronta ad una guerra fra poveri. Con colleghi intenti a distinguere tra abusivi, con o senza tesserino, pubblicisti, freelance, professionali, fotografi, blogger. Più o meno attempati.
Fra spin doctor, comunicatori, uffici stampa.
Fra chi fa giornalismo d’inchiesta, chi gossip, chi comunicazione politica. Tra emittenti private, privatissime, semiprivate. Magari foraggiate dalla pubblicità istituzionale.
Quelle che fanno lavorare i pensionati o quelle che si affidano ai giovani virgulti cui insegnare una professione o, più semplicemente, da sfruttare e mandare all’assalto.
Quelli che si rammaricano per aver lasciato passare il treno che passa una volta, o quelli che si rifiutano di salirci. In un clima spesso fonte d’odio, di rancori repressi pronti a esplodere, di gelosie da primedonne. Con tanto di post divisivi e lesivi della dignità non professionale ma di quella personale.
Come se la coscienza altrui fosse cosa su cui giudicare. Sempre e comunque da ogni pulpito.

La questione è variegata e complessa e contribuisce in parte a far sì che la categoria appaia non solo non unita ma un’armata brancaleone facilmente deportabile o pronta per una nuova schiavitù.
Per il classico minuto di felicità, o di celebrità,  quello in cui sei l’effimero personaggio della tribù. Felicità. Felicità puttana. Non a caso a cantarla sono i Thegiornalisti.

Paolo De Totero

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