“Dove diavolo stiamo andando tutti quanti?”. La fine!

I CAMBIAMENTI DEL SINDACATO

Comincerei questo delicato argomento in modo molto tranchant: non importa di che settore o credo politico sia, il Sindacato è un’istituzione in via di estinzione.
Vittima di anni di lotte sbagliate, fatte per conservare i privilegi di taluni e per opporsi a ogni cambiamento, il Sindacato è stato incapace di capire che il sistema era complesso e in rapida evoluzione.                                                                                                                 
A scanso di equivoci, dico subito che queste Organizzazioni sono composte da molte brave persone, mosse da grandi e nobili ideali, che però negli ultimi anni hanno guidato guardando perlopiù nello specchietto retrovisore, e per le quali il futuro è minaccioso e peggiore del presente che stanno vivendo. Persone che, come tutti noi, si trovano sperdute nel vivere il tramonto di un sistema basato sui grandi partiti politici e sulle opposizioni sinistra-destra, lavoratori-padroni, che vedono questo tramonto come fosse l’Armageddon, invece altro non è che un’era di passaggio.                                                                                                     

Mi muovo su un terreno minato, piegato dai canoni ideologici.
Ammetto che in un mondo dominato dall’economia, i sindacati hanno garantito salari migliori e trattamenti equi ma, in questo particolare momento storico dove all’orizzonte spunta lo spauracchio dei licenziamenti causati dalla tecnologia, è pur vero che molte di queste organizzazioni utilizzano i fondi del tesseramento per fini politici e di protezione di casta.
Io, che qualche primavera sulle spalle ce l’ho, credo che quello del sindacalistasia diventato un ruolo ambiguo, perché è tenuto a fare gli interessi dei lavoratori ma è pagato per farlo, pure dalle aziende stesse, che spendono soldi per gli stacchi fissie soprattutto per le ricostruzioni di carriera che li rendono, alla fine, una sorta di dirigenti.
Questa posizione schizofrenica li obbliga in qualche modo a fomentare le contrapposizioni di classe, anche quando non ci sono, per dare senso alla propria esistenza, senza però andare troppo contro l’azienda che mantiene tutti i loro privilegi.
Quello del sindacalista è un mestiere soggetto a un forte conflitto di interessi, perché non conviene che ci sia la pace tra datore di lavoro e lavoratori, così come non conviene inimicarsi il sistema che foraggia. Per questo, soprattutto i grandi sindacati, fanno in modo che questa pace sia costantemente sotto pressione e oggetto di negoziazioni, che spesso si concludono con accordi a perdere, frutto di quella che viene definita ‘Concertazione’.
Come per il mondo del lavoro, sono fermamente convinto che sia giunto il momento di attuare un cambio di paradigma anche per i sindacati, i quali devono comprendere che gli interessi dei lavoratori sono gli stessi del datore di lavoro, e viceversa. Sto parlando di capire che siamo tutti sulla stessa barca. Sarebbe bello che si cominciasse a smettere di rimpiangere i giorni delle barricate e delle lotte di classe che andavano di moda quando Berlino era divisa in due da un muro. La società di oggi, per dirla alla Bauman, è liquida, tutto si confonde, le stesse ideologie vanno da una parte e chi le predica va dall’altra. Gli stessi scioperi, che sono l’arma più forte in mano alle Organizzazioni Sindacali, vengono ormai usati a sproposito, spesso in modo settoriale, tenendo separate le istanze di comparti dei lavoratori affini. Con questi spezzatini continui si porta la battaglia per i nostri interessi, nel campo della liberà di altri lavoratori, che si trovano lesi dalle nostre rivendicazioni.
In Italia lo sciopero è un diritto riconosciuto dalla Costituzione, all’articolo 40, peccato che le leggi siano state promulgate solo nel 1990 (la legge 146) e nel 2000 (la legge 83), definendo chi non ha il diritto di scioperare, quali siano i servizi che devono essere garantiti in ogni caso, entro quando vada annunciata la contestazione (almeno 10 giorni prima), con quali modalità e quali siano le procedure obbligatorie volte a cercare di evitare lo sciopero (per esempio la contrattazione tra le parti).

Nel settore dei trasporti in, Italia,si sciopera circa 120 giorni all’anno.
Nel 2017, su un totale di 1.488 scioperi realmente effettuati, il settore del trasporto pubblico locale ne ha svolti 318, cioè uno su cinque.
Praticamente sempre di venerdì e raramente gli organi di informazione forniscono informazioni dettagliate sulle motivazioni delle agitazioni. Una delle motivazioni di tale mole di scioperi è la proliferazione delle sigle sindacali di base, che ha portato alla proclamazione di molte agitazioni da parte di organizzazioni anche fortemente minoritarie, che sono comunque il sintomo chiaro della crisi di rappresentanza delle sigle storiche.
Inoltre, è bene che si sappia, avviene un effetto perverso legato al sistema di distribuzione dei contributi pubblici al comparto del trasporto: ogni volta che c’è uno sciopero, i lavoratori perdono lo stipendio, mentre le aziende hanno un triplice guadagno, risparmiando sui salari, economizzando gasolio e manutenzione dei mezzi che rimangono in deposito e percependo comunque i finanziamenti statali (le vendite di biglietti e abbonamenti, infatti, coprono soltanto il 30% circa dei costi di esercizio e le aziende non potrebbero neppure esistere senza finanziamenti esterni).

I sindacati dovrebbero concentrarsi di più sulla qualità che non solo sulla quantità degli scioperi, come ha fatto il sindacato Orsa Tpl Genova che, con gli scioperi sulla sicurezza di qualche anno fa, ha riportato l’attenzione dei media, delle forze dell’ordine e della politica su un tema importante per autisti e utenti.
Le Organizzazioni più grosse, tipo Cgil, Cisl e Uil, dovrebbero smetterla di pensare solo ai pensionatio a chi un lavoro già ce l’ha già, e concentrarsi anche su quei milioni di Italiani che sono alla ricerca di un’occupazione, o che vivono con contratti precari o di stage.
Si perdono giornate di dibattiti a discutere di un anno in più o in meno di pensione, mentre il vero problema sonoi giovani che quella pensione non la vedranno mai.

Per questi giovani, che significato può avere la parola sciopero?    

È arrivato il momento di cercare nuove forme di partnershiptra lavoratori, aziende e rispettivi rappresentanti. Nuove relazioni basate sulla fiducia reciproca, sulle responsabilità condivise, non da ultimo nei confronti della cittadinanza.
Un metodo, mi spiace ripetermi, che sta applicando da sempre il sindacato Orsa, non per niente composto da molti giovani, che sia con Amt, che con gli Enti periferici, non ha mai mancato il proprio apporto per migliorare il Tpl metropolitanocon la creazione di dossier e documentazioni ricche di spunti e suggerimenti realistici e applicabili, restando sempre propensi al dialogo non solo con la politica, ma anche con la cittadinanza, grazie anche all’uso degli strumenti social,oltre ai canali più classici di informazione, come giornali, tv e assemblee pubbliche.                 
Spero, con questo miniciclo di articoli, di aver chiarito alcuni aspetti inerenti la privatizzazione, il lavoro e il sindacato, che riguardano non solo noi addetti, ma anche voi fedeli lettori e utenti.
Ci si vede sul bus…

Nel frattempo un abbraccio a tutti Voi  
dal vostro autista Barnaba 

Le altre puntate:

http://www.fivedabliu.it/2018/11/04/ma-dove-diavolo-stiamo-andando-tutti-quanti/

“Dove diavolo stiamo andando tutti quanti?” SECONDA PARTE