Barbara Elisa

 

Non sono mai stato tenero con lei. Con Elisa, alias “la Ludo”. Quella della griffe Vuitton a impacchettare i bidoni della rumenta di Albaro. Snob fra gli snob. Quella che giornalista val bene un curriculum un po’ gonfiato, quella di Villa Croce ai tifosi sampdoriani, quella di Luca Bizzarri, un comico alla presidenza della fondazione di palazzo Ducale. Quella dei cani in compagnia dei padroni dipendenti comunali negli uffici dell’ente pubblico. E ancora, quella dello scivolo che non scivolava in via Venti Settembre. Quella favorevole al gay Pride, quella iscritta all’Apai (associazione per l’amicizia Italo israeliana) che si fece ritrarre con la bandiera di Israele per l’inaugurazione del volo Genova- Tel Aviv. Non sono mai stato favorevole al suo stile comunicativo, al tanto fumo e poco arrosto, alla sua smania per il nuovo più nuovo che è bello e per il vecchio e tradizionale che è brutto. Mi hanno sempre disturbato le sue semplificazioni. E ho perfino pensato che il suo andarsene dalla giunta di Bucci sbattendo la porta a favore di riflettori e comunicazione dei giornali fosse nient’altro che lo stratagemma per avere un po’ di visibilità in vista di qualche altro incarico o di un riposizionamento legati ad altre, prossime, future avventure elettorali. Del resto in contiguita’ di quell’evento si favoleggiava di un possibile, probabile, futuribile incarico alla Regione Lombardia alle dipendenze del governatore leghista Attilio Fontana. Ipotesi poi rimasta tale.

Da allora Elisa si è dovuta accontentare di far accendere su di se’ qualche sparuta luce della ribalta con la sua scuola/incubatore di politiche pubbliche, il Fei (Forum Economia Innovazione). Poi il nulla. Il nulla, sino a qualche giorno dal Capodanno. Come quelle streghe maligne che non sono state invitate al ballo a corte e allora decidono di funestare la festa con l’ombra buia di un’incantesimo. Percio’ il post lungo, pensato, malizioso come chi pensa autoreferenzialmente che dopo di lei non possa che scatenarsi l’uragano. Puntuto è destinato ad affondare quello spirito tutto genovese fatto di parsimonia e resilienza in cui il sindaco Marco Bucci è maestro e testimonial, anche se poi edulcora tutto con un pizzico di comunicazione. Come se si trattasse di uno spolverata di polverina magica. Che fa sembrare tutto un po’ più’ bello. Il tunnel di luci a dimostrare non solo metaforicamente che in fondo qualche cosa prima o poi tornerà a brillare.

E il post della “barbara Elisa” è un capolavoro di perfidia. Ma lei è fatta così’. Le piace distruggere chi ha osato metterla in secondo piano o allontanarla. A costo di risultare antipatica alimentando il dubbio sulla doppiezza della personalità di chi sputa nel piatto dove ha abbondantemente rifocillato il suo ego.

 Percio’ l’atto di accusa a una città che ormai non la rappresenta più. Attorcigliata su se stessa è troppo incline a leccarsi le ferite per risorgere. Bollata come “La nuova Amatrice”: “Vedere i dati del turismo a Genova nel periodo di Natale-Capodanno (-30%), mi sconforta e mi preoccupa molto. Da ex Assessore al Marketing Territoriale, e da professionista del Marketing, mi permetto di fare una riflessione, che forse farà arrabbiare qualcuno, ma che scrivo con un intento costruttivo, per provare a mettere in discussione il paradigma su cui si è realizzata la narrazione “post-ponte”.

E’ evidente che questa retorica compassionevole, non sta servendo a nulla. La scelta è stata quella di trasformare Genova e la Liguria nella nuova Amatrice. Comprate il pesto, piangete i morti, a tempo indeterminato. Questo approccio, però, uccide la percezione di una città. Oggi Genova è percepita come una città inefficiente e depressa, dove non succede nulla, si piange, e per “aiutarla” si può solo comprare il pesto. Si è scelto di ridurre gli eventi a piccole iniziative silenziose, per non “offendere le vittime”. Ma cosa si intende con “non offendere le vittime”? Far perdere introiti ad albergatori e commercianti vuol dire non offendere le vittime? Far rischiare il posto di lavoro a imprenditori e dipendenti, vuol dire non offendere le vittime? Un po’ di mesi fa, qualcuno ha scelto di “ammazzare” il Monster Festival, il festival di Halloween dedicato ai bambini, pensato, insieme agli albergatori, per aumentare i flussi alberghieri nei momenti di bassa stagione. Sui giornali si leggeva: “C’è stata una tragedia e parlare di mostri non va bene. Poi la Curia non è d’accordo”. Così abbiamo appreso che nel 2018 non solo non si può parlare di mostri e animali di fantasia, ma che le strategie di promozione della città le decide la Chiesa. Per Capodanno, avrebbero potuto esserci due strade: proseguire con la programmazione già avviata (che non era questa), oppure associare un evento al tema del sostegno alle vittime, invitando dei veri BIG della musica internazionale, che potessero attrarre decine di migliaia di visitatori. Invece si è scelto di realizzare eventi sottotono, nulla che abbia funzionato, purtroppo, dati alla mano. E dispiace, perché credo che con un po’ più di coraggio e un approccio un po’ meno “politically correct” e orientato al compromesso, questa città avrebbe potuto registrare valori diversi, valori che impattano sulle attività economiche, sulla vita delle persone. Chiudo con qualche aneddoto. Ogni evento che ho proposto e sostenuto, nel mio anno di lavoro, è stato criticato da qualcuno: “lo scivolo d’acqua in Via XX Settembre distrarrà dai saldi”, “Il capodanno con gli Ex Otago e l’Hip Hop Festival sono cose da comunisti”, ma, io, forse sbagliando, cercavo di non considerare troppo queste critiche, aspettando i risultati, il più delle volte positivi. Ho sempre pensato che non si potessero proporre politiche pubbliche senza “scontentare” qualcuno”.

Con una conclusione che sa tanto di vendetta postuma, del tipico atteggiamento di chi si siede lungo il fiume pazientando per vedere transitare i corpi degli avversari. Un finale in cui pare di rileggere le ragioni per cui la Serafini si è allontanata dalla giunta sbattendo la porta dopo la rovente litigata con il sindaco Marco Bucci: “La strada del compromesso, dell’accontentare ogni campana e ogni capriccio, pagherà politicamente sul breve termine, ma dubito che possa portare, nel lungo periodo, ai risultati che questa città avrebbe potuto raggiungere. Il mio invito, che scrivo con la speranza che Genova possa tornare a crescere, è quello di avere più coraggio. Si apra un nuovo capitolo, di azioni e scelte coraggiose, anche sfrontate, se necessario, che facciano magari arrabbiare o discutere, ma che funzionino. Portare turismo e investimenti a Genova è la miglior risposta che la città può dare a questa tragedia”.

Insomma piovono macigni sul consociativismo del maniman, alla faccia dello spirito costruttivo a cui l’ex assessore alludeva nel suo post. A essere messo in mora è quel burbero attaccamento allo spirito e alla tradizione genovese vestito dal primo cittadino. Con quella sua scarsa predisposizione all’innovazione. In fondo , più che un siluro al suo successore Barbara Grosso – che replicherà con eleganza “Di lei si ricordano solo le liti – sembra una resa dei conti con il sindaco.

Solo che Bucci, il Sindaco/Commissario continua a volare alto. Lo ha detto molte volte che non ha tempo per le polemiche da bar. A rispondere ci pensano come sempre i suoi “templari”.

E allora ecco il post livoroso di Francesco Maresca, consigliere comunale eletto insieme alla Serafini nella lista degli arancioni di Bucci, poi gratificato con una delega al porto, che con la Serafini aveva condiviso in lungo e in largo tutta la campagna elettorale e buona parte del periodo amministrativo.

E certo Maresca non fa sconti in onore dei vecchi tempi, distruggendo con puntiglio tutti i capisaldi della Serafini assessore al marketing territoriale “Dalla parte di Barbara Grosso che sta lavorando benissimo e in silenzio.
Io al posto di Elisa Serafini sarei stato zitto. 

Se Elisa, ritiene che aver creato la pagina di un personaggio immaginario, aver fatto girare come scemi 4 pianoforti per una via, aver fatto selfie con il suo cane nel suo ufficio, avere avuto l’idea dello scivolo d’acqua in Via Venti, aver spaccato a metà Villa Croce e avere fatto girare una ventina di mostri di Halloween per la città. Se Elisa crede che tutto questo e altro, gli dia il diritto di sputare in faccia al lavoro del suo sindaco e di Barbara Grosso. E soprattutto se ritiene che queste sue scenette da cinema siano state la vera promozione per la nostra Genova, non ha capito niente. Ma Elisa è troppo furba per non capire, infatti il marketing lo ha fatto benissimo ma per se stessa, dimenticando la funzione pubblica per cui è stata eletta dai cittadini e probabilmente Genova non l’ha mai amata veramente, a differenza della sua Milano. Se non ami qualcosa non la puoi curare”. Insomma poco cuore e tanto tornaconto, secondo Maresca. Sino alla pietra tombale “E nonostante questa grande possibilità, ora critica le persone che le hanno dato realmente l’opportunità di cambiare qualcosa che lei non è stata in grado di fare, semplicemente perché aveva troppa paura per amministrare. E come mi ha sempre detto un grande amico, un conto è fare campagna elettorale, un altro è amministrare”.

Monica Magnani, altro esponente del centro destra ne fa una sintesi credibile.
“Brutta storia vedere volare parole pesantissime tra donne che tra parentesi fino al giorno prima hanno collaborato in amicizia e condiviso cariche e battaglie” 

Due professioniste non politiche alla prima esperienza istituzionale che forse per entrambe ruchiede un po’ di rodaggio ed indulgenza , una eletta e nominata per merito in quanto è stata la seconda più votata della lista che rinuncia all incarico nonostante il consenso popolare , l’altra non eletta ma sempre presente accanto al Sindaco ed al presidente Toti. Io le trovo tristi Francesco queste parole anche per Genova , soprattutto durante il periodo natalizio che dovrebbe ispirare ben altra atmosfera 😓”.

Del resto per Maresca non è la prima volta che protegge le spalle al suo capo con puntiglio e abnegazione: “Ai detrattori della giunta Bucci, voglio rispondere basandomi su dei dati di fatto e su dei numeri.

Meno male che esistono i numeri a dare manforte ai risultati ottenuti, meno male che i numeri hanno sempre ragione anche rispetto a talune opinioni semplicistiche.

Dal crollo del Ponte Morandi, sono state costruite 3 strade, sono iniziati i lavori per il ponte, in un mese sono state assegnate e date le case a 600 sfollati, è stata ripristinata la ferrovia, sono stati fatti dei punti accoglienza per gli sfollati.

Abbiamo lavorato con i colleghi come dei matti per ripristinare completamente la città, è stato fatto un lavoro straordinario.

Abbiamo anche ricordato come si deve, le vittime e tutti coloro che hanno perso qualcuno, facendo eventi misurati come nella Nave Cavour, come è nella natura e nel carattere vero ma pragmatico di noi genovesi. Il sindaco Bucci è un mastino come siamo diventati dei mastini noi che ci lavoriamo a fianco, sono lezioni di vita e di crescita che vanno colte e non ci siamo arresi. Chi non raggiunge l’obiettivo ha fallito e noi non abbiamo fallito e non falliremo per Genova. Come dice il sindaco, l’impossibile non esiste. E ormai la giunta Bucci sta diventando come il suo sindaco, nessuno ci ferma di fronte al nostro dovere nei confronti dei Genovesi”.

Al soldatino Maresca va aggiunta la contraerea dell’Assessore Barbara Grosso che non le manda certo a dire. “Chi ha problemi con se stesso e con le proprie scelte dovrebbe almeno evitare di scaricare responsabilità personali su altri, perché, senza scomodare la psicologia, rischia di entrare a pieno titolo nella aneddotica della volpe e l’uva, con l’aggravante specifica che l’uva non era troppo in alto per la propria portata, ma per il proprio coraggio, che ha impedito di allungare il braccio. Dell’assessore Serafini, scelto e accompagnato dal Presidente Toti e dal Sindaco Bucci, nella speranza, andata delusa, di aver trovato per la politica un talento creativo – continua Grosso – ricorderemo con qualche perplessità alcune iniziative certamente rumorose, diciamo di un genere culturale nuovo: le liti. Lite con il Premio Paganini, con dimissioni del Presidente, lite con promotori del Museo Villa Croce, usato dall’assessore come luogo per sagre ultrà della salamella. Ricorderemo anche un Capodanno di un certo successo, pagato con soldi pubblici, mentre quello di quest’anno, uguale costo, verrà interamente pagato dagli sponsor. Ma si sa, i veri intellettuali non parlano di denaro. Ricorderemo anche che dopo oltre un anno, all’epoca delle sue dimissioni, il Ducale non era riuscito ancora ad avere un direttore, oggi per fortuna arrivato.

Parlare di città triste e piagnucolosa da parte di chi da questa città ha avuto chance certamente superiori ai suoi meriti – sottolinea ancora l’assessore Grosso – risulta un po’ offensivo per chi, a differenza della Serafini, è rimasto in trincea a cercare di cambiarla questa città, e non a giudicarla da qualche terrazzo radical chic o durante un viaggetto in BlaBlaCar, perché i taxi sono troppo chic.
Chi ha avuto l’occasione di dare il proprio contributo in prima fila e senza spiegazioni, ma con fumose motivazioni, valide solo per la propria coscienza e non certo per la verità, ci ha rinunciato, non può che accusare se stessa.
I numeri danno ragione a chi sta lavorando per cambiare Genova, non a chi ama criticarla non sentendosi all’altezza del cambiamento stesso.
Si diverta la Serafini al Capodanno che abbiamo organizzato – conclude Barbara Grosso – sempre che la piazza non le produca un rigurgito psicoanalitico di critica. Forse è meglio che la guardi anche stavolta da qualche terrazzo. Per criticare il giorno dopo”.

A questo punto un regista che si rispetti farebbe calare il sipario e darebbe il via ai titoli di coda. Con un’inquadratura fissa su quel luminoso tunnel di luci davanti al frontone del Barabino del Carlo Felice. Ideale collegamento fra il centro e la Valpolcevera ferita. Lasciando nel pubblico attonito la fastidiosa sensazione che tutto quel rincorrersi di flussi abbaglianti altro non siano che il frutto di un cortocircuito nella maggioranza pronto a scatenarsi. Con la maga maligna che, con spirito vendicativo di rivalsa, agita la sua bacchetta. E poi chi è che ha detto che solitamente i duelli fra esponenti del gentil sesso sono da sangue e arena? Perché quel poveretto, maschio di sicuro, aveva davvero qualche ragione.

Paolo De Totero